lunedì 6 settembre 2010

"indovina chi viene a cena?" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 9



L'appartamento pur trovandosi sotto il livello della salita, era molto luminoso, e la luce mostrava un velo di polvere qua e là sulle superfici lisce dei mobili, e questo mi metteva a mio agio. C'erano voci e musica provenienti da una delle camere, e almeno tre gatti in posti diversi. La Betta mi fece gli onori di casa, presentandomi i suoi tre fratelli, Enrico, Manuel, e il piccolo Edoardo,dopodiché mi presentò sua madre. La signora Mennella, era in cucina, e si volse sorridendo come se mi avesse sempre conosciuto, scusandosi del casino, e rimasi lì con lei mentre la ragazza si lavava i capelli.

La cucina dava in un giardinetto con poche piante, ma con una bella vista. “Nigel, scendi giù dal pensile!” esclamò la signora con poca convinzione, e aggiunse “in questa casa, fanno tutti quello che vogliono..ti faccio un caffè?”- “ Piacere, fabrizio, grazie sì!”. Poggiò la moka sul bordo di un lavandino colmo di stoviglie da lavare...e si sedette con me, accendendosi una sigaretta. Io amai la sua tranquillità, nel concedersi quel tempo nonostante l'evidente stato della cucina, e pensai che fosse eccezionale. “La betta, mi sgrida perché fumo troppo, tu fumi? Mi farebbe comodo un complice” -” Certo, signora,volentieri...” e ne accesi una, convincendo Nigel a scendere dal pensile, “chiamami Maria ok?” - “ok io sono fabrizio”.

Non so se il mio lavoro fece felice quella ragazza, ma io lo ero quando la Mari, mi chiese di rimanere per cena. La mia educazione mi imponeva di dissimulare tale piacere, con una serie di convenevoli, ai quali ella pose fine con una carezza, “guarda che qui siamo abituati ad avere ospiti, infatti i piatti non sono tutti uguali, così come i bicchieri e le posate! E poi, se ti fa piacere, mi darai una mano”.

Saranno state le sei del pomeriggio, e all'arrivo dell'Ingegner Maggi, mancavano almeno due ore, che io e la Mari, passammo nel fresco giardinetto. Io, sentii di doverle dire il più possibile di me, di aprirmi, o forse, avevo bisogno da così tanto tempo di essere ascoltato, che le parlai di me, della mia condizione, del matrimonio, della adozione e così via. In altre condizioni mi sarei suicidato subito dopo, una simile libertà, ma quella sera, era magica, lei mi ascoltava, non come una madre, né ancora come un amica, piuttosto come un altro essere umano, che riconosce nei suoni dell'altro e nei suoi gesti, la propria stessa natura. Sotto gli occhi obliqui di Nigel, Calais, e Lulù(che scoprimmo poi essere maschio) due anime suggellavano un patto di verità, di accettazione reciproca, o più semplicemente, si ritrovavano. Lei mi raccontò della sua gioventù londinese, o di quando mentì ad un colloquio di lavoro circa il desiderio di sposarsi,(infatti lo fece il giorno dopo l'assunzione), del girovagare di quella famiglia itinerante, infatti, durante la carriera del marito, avevano abitato ovunque la multinazionale per cui lavorava, avesse ritenuto di mandarlo per svolgere il suo compito, tanto che la Mari, partorì il suo ultimogenito sull'isola di Aruba, e di come essere stata figlia di un padre dongiovanni e di una donna troppo mite, le avesse creato non pochi problemi.

L'ingegnere, arrivò per le otto, e salutò come si conviene moglie e figli, mi strinse la mano e venne informato della mia presenza a tavola! Sembrava canticchiare nel dire “ ma certo, mi fa piacere”, ed effettivamente, la sua voce era un po' alta e nasale. “non farci caso fabri, ha la voce da checca, ma ce l'ha sempre avuta!” disse lei leggendomi il pensiero e permettendomi di ridere liberamente.

Roberto era un uomo sulla cinquantina forse più giovane, ma di aspetto non proprio glamour. Portava spessi occhiali e questo, unitamente ad un capello impomatato, aumentava di molto il suo potenziale comico, ma la bontà di quella persona, era emozionante davvero. Non mancò di chiedere ad ognuno circa l'andamento della giornata, si complimentò con la moglie per la cena, e mi fece garbate domande di ordine generale. Poteva sembrare un po' formale ma era torinese di origine, e la mari sosteneva che quello era il suo modo di fare ordine nel casino di una famiglia, generata dall'amorevole caos di una donna come lei”. Voler male a quell'uomo era impossibile, non c'era nulla che lo giustificasse, ma i suoi figli rispondevano alle sue domande con monosillabi

Il grande, Manuel un bellissimo ragazzo con laceranti occhi azzurri, e capelli biondi, mugugnava qualcosa a fatica, Enrico altrettanto bello ma moro, faceva qua e la un “Minchia pà! Che storia!” la Betta, era silenziosa e non sembrava amarlo molto, ma in realtà aveva intuito anzitempo un certo andazzo ..e si mostrava cauta nelle parole, e fulminea nell'osservazione. Edoardo fingeva di avere appetito, e sperava che io fossi un X-files, mentre la mari, tra portare in tavola e sparecchiare, evitava la cena e fumava di nascosto!

In seguito divenne il nostro modo di comunicarci le emergenze. Trovare una sigaretta accesa in cucina, durante una cena, faceva capire a tutt'e due che dovevamo dirci qualcosa di impellente!

Dopocena, la truppa si disperse, il marito si addormentò e noi eravamo ancora insieme ben svegli e con le idee chiare! Dopo qualche giorno, andare dalla mari, era diventato naturale ancorché quotidiano, così come uscire qualche volta a passeggio.

L'armadio della mari, sembrava essere appartenuto a una legione di donne, tutte diverse tra loro (la mari era più alta di me e il suo peso ,era nel tempo, andato verso tutti gli estremi), ci trovavi dalla gonna della catechista di Novara,( di panno grigio oltre il ginocchio) alla mini gialla della ragazza del Piper, dalla giacca bonton, al fai da te, e non avresti mai pensato di vederla vestita bene. Invece, la ragazza, aveva un talento nel mescolare le cose, che le conferiva uno stile piacevole, specialmente con la maglieria e con gli accessori. Fu lei che anticipò la mia vena gitana, e ancora lei a praticare l'etnochic, anzitempo.

Del resto avendo viaggiato così tanto, dovette imparare in fretta ad assomigliare alle signore ora novaresi, ora torinesi, ora genovesi, o arubane, quel tanto che bastasse per sopravviverci in mezzo.

Ma la cultura non le faceva difetto, aveva preso due lauree in teologia, prima di essere ingiustamente accusata di essere l'amante del don Ettore,(solo perché insegnava catechismo partendo dal dubbio e non dal dogma), conosceva l'antiquariato e anche l'arte in genere, la letteratura, e i lavori manuali. Cuciva alcuni pezzi del suo guardaroba leggendo Neruda, o cucinava manicaretti commentando classici del Liberty o del Déco, ma anche scoreggiava volentieri e qualche volta quando la facevo ridere troppo a lungo urlava “Bollataaaaaaaaaaaa” e correva in bagno! Cosa poteva mai trovarci una donna così in un gay secco con la terza media?

Io non lo sapevo, ma mi confessò che era tutta colpa del Mauro Lancia, e dei miei occhi!

Il Lancia era stato un suo grande amore di gioventù, nella Camogli degli anni 60...che non fu libera di amare, e che morì prematuramente, e pareva che quando mi vide per la prima volta, credette di rivedere i suoi occhi, e non potè fare a meno di fare qualcosa per trattenerli ancora un po'..

Uno dei nostri divertimenti maggiori, era raggiungere la Spianata Castelletto, a piedi scimiottando i discorsi delle signore bene, “signora, sono andata da Pescetto a comprare un foulard, ma non facevano le consegne, e sono veramente stanca, e lei?”- facevo io - “Ma guardi, io ho ricamato tutto il giorno, poi ho fatto un bocchino a mio marito...così per la sera mi sono portata avanti, e posso leggermi Burda in pace”- faceva lei - “Ha provato a bere un prosecchino prima di fare il suo dovere coniugale? ..guardi che rinfresca!”....,continuavo, e scoppiavamo a ridere, appoggiati alle ringhiere della panoramicissima spianata. Come pubblico, solo i tetti delle case sottostanti, e le gru curve del porto in lontananza.

Le raccontai di Claudio, e della mia esitazione ad impegnarmi con lui, e lei ascoltava senza mai pensare di impormi la sua opinione, ma mi suggerì di invitarlo a cena da lei, tanto per farsi un idea, e io approvai. "Non è che per tuo marito, due gay a cena, saranno un pò troppi?"- dissi perplesso " -"Non lo conosci ancora bene, fabri, Roberto non cena mai con la stessa famiglia, e comunque siamo troppi da sempre, sapessi quanto ho desiderato che uno dei miei figli fosse come te! E invece ho due granatieri e una scienziata "- " Forse non tutto è perduto ", le dissi, "c'è ancora Dodo". lei sorrise e disse "l'altro giorno è venuto da me con un foglio dove aveva scritto Mamma ti voglio bene, anche se" scureggi " non nutro grosse aspettative. Comunque a roberto dirò come al solito, indovina chi viene a cena?"

Non ce lo vedevo Roberto come lo Spencer Tracy della situazione, ma la mari era troppo Hepburn, e anche se io non ero nero, la mia differenza non faceva rumore in quella casa!

Il giorno convenuto fui lì da lei, già al pomeriggio, ma in casa al posto del solito andirivieni c'era un silenzio immobile.........to be continued



domenica 5 settembre 2010

"la mari!" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 8



Qualche tempo prima di conoscere Claudio, frequentavo una ragazza, lei, faceva l'università e un giorno andai a prenderla in facoltà. La zona delle università allora si trovava principalmente, nella via Balbi. Prima che la rimodernassero, i suoi antichi marciapiedi, erano stretti e sconnessi, e conducevano malamente alla Stazione Principe, partendo dalla piazza dell'Annunziata. Camminare tra la fiumana degli studenti, era difficile per gli anziani della zona, che rischiavano di finire sulla strada, e venire travolti dal 18! La linea trasporti di Genova, aveva un che di miracoloso, in quanto, era costituita da mezzi vecchissimi o nuovissimi, da enormi autobus o piccole corriere, questo perché le zone impervie, seppur popolatissime, avevano strade tortuose e strette, quindi gli abitanti di teli eremi, si trovavano ammassati sul mezzo, e costretti a scendere nei posti più assurdi e rischiosi, mentre le strade a grosso scorrimento, godevano di mezzi più grandi e comodi. Ero proprio sul 18 mentre mi recavo a prendere la mia amica.

Sui mezzi c'erano almeno tre tipologie di persone che non amavo incontrare, i metallari ad esempio, perché salivano con le birre in mano, e puzzavano sempre, i barboni che si spostavano da un giardino pubblico all'altro, carichi del proprio itinerante fardello(ingombrantissimo), altrettanto maleodoranti, e le signore anziane che volevano il mio posto a sedere. Tra i senzatetto più noti in città c'era lei, la Figlia del generale! La chiamavo così quella piccola donna tonda con i bianchi capelli rasati, il cui fardello non era materiale, ma storico, e il suo ingombro ubicato nella sua mente. Potevi incontrarla ai giardini di Brignole, al capolinea dell'80, o nell'atrio della Stazione Principe, ma il 18 era il suo autobus preferito, poiché attraversava quasi completamente la città. La lunghezza del tragitto era fondamentale per la sua performance, che consisteva in un trattato storico, sul fascismo, e sui suoi collegamenti politici. Nomi e cognomi, non venivano parafrasati nei suoi monologhi di denuncia, ed il tono con cui parlava dei segreti di questi o quelli, era quello di una sopravvissuta ad un complotto internazionale, le date accuratissime(ebbi modo di confutarle prendendo appunti ogni volta che la vedevo), i luoghi dipinti con precisione dal pennello feroce del ricordo dolente, e la sintassi elevata, la rendevano degna di una cattedra ma a lei, che aveva pagato col suo vivere ramingo il prezzo di una opposizione, o il peso di una connivenza, questo non lo sapevo, bastava il sedile vicino all'obliteratrice! Nessuno poteva esimersi dal timbrare il biglietto, e in questo modo, mi piaceva pensare, che lei surrogasse la relazione con gli altri. Tu ti avvicinavi per timbrare e lei, ti si rivolgeva come se, appositamente per sentirla, tu avessi sgomitato tra la folla!

Comunque, senza di lei, i presuntuosi palazzi, del centro si sarebbero gonfiati d'orgoglio, e le cariatidi della via Torino, avrebbero dimenticato il peso che erano condannate a sorreggere, esattamente come lei.

Nell'atrio della facoltà, provai una sensazione, che nel futuro mi sarebbe diventata familiare, cioè, quel senso di estraneità ad un luogo o ad un certo gruppo di persone, che ti fa temere di essere scoperto come “imbucato” da un momento con l'altro. Averci un dito nel culo, è la maniera più efficace , secondo la mia esperienza di descriverlo, infatti, non è spiacevole, ma neppure così naturale!

Mentre ero occupato in un improbabile mimetismo, mi venne incontro la mia amica con un altra ragazza. “Ti presento Elisabetta”- disse lei, “piacere fabrizio,” risposi squadrandola.

La squadratura, è un'altra “abilità sociale” genovese, e consisteva nel:

  1. determinare la gradevolezza della fisionomia del soggetto squadrato, cogliendo eventuali sproporzioni, difetti, caratteristiche, che poi consentissero il formarsi di un etichetta tipo “simpatica”o “anche no!”, o “bella e oca”o “secchiona classica un po' cessa”, che in genovese diventano, “me fa rie”, “nu me piage guei”, “me pà in po' 'nescia”, “in loeugu”.

  2. Sputare una sentenza, data la diffidenza iniziale.

  3. Avere degli elementi per nuovi pettegolezzi!

  4. Ignorare completamente, di meritare lo stesso trattamento.

Questa abilità si impara ai giardinetti, quando sei ancora nel passeggino, e senti tua madre, cantilenare lodi al bambino di un altra, per poi ascoltare l'esatto opposto qualche metro più in là. Lessicalmente, si insegna in maniera ludica ai poppanti, l'uso dei sinonimi e contrari, risparmiando l'acquisto dell'apposito dizionario!

La Betta, studiava antropologia, e guardandola compresi che faceva bene a farlo, anch'io del resto ero curioso circa le mie origini, anche se non ero certo che ne valesse la pena. “le ho detto che fai il parrucchiere!” disse la mia amica con un entusiasmo forzato, che mi scosse dai miei pensieri, “Ah, già è così” risposi, prevedendo il seguito, “I miei hanno proprio bisogno, di una sistemata” aggiunse spalancando gli occhi già enormi, la betta, “magari, puoi farmeli a casa?”(ecco il punto)sai con quel che costano i negozi!”.

Io non avevo nessuna voglia di andare a casa sua a lavorare quasi gratis, ma non sapevo quanto facessi bene a farlo!

Abitavano in salita Montegalletto, nella bella zona a monte di Corso Firenze, nella prestigiosa Carignano, ma ad aprirmi la porta non fu la solita scignua(signora) bene, con la piega fresca e il sorriso finto, come potevo aspettarmi.....ma un ragazzino con gli occhiali e il distintivo dell'FBI.....................”Dodo, metti giù la pistola, e non spaventare gli amici!” fece una voce fuori campo, ed io entrai in quella casa...dove ciò che vidi non lasciò mai più il mio cuore gaio! To be continued


giovedì 2 settembre 2010

"Finchè griffe non vi separi"- Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 7



La casa dove abitavo da poco non mi piaceva, del resto come poteva? A distanza di anni ero finito in un appartamento proprio sopra il garage dell'ormai defunto signor Sesenna! Un classico appartamento “alla genovese”, cioè, con un grande ingresso dal quale si irradiano tutte le altre stanze. Grande cucina, grande camera, grande soggiorno e....piccolo cesso! Ma non ti viene il nervoso???' Perché se vivo da solo devo mangiare con l'eco, ed invece “liberarmi” col boiler che mi fissa??? O perché dormire da solo in un letto vuoto e rischiare di intrattenere illeciti rapporti con la maniglia della porta del bagno, mentre mi piego per lavarmi i denti? Io non lo capivo allora, ma poi mia madre, che mi veniva a trovare di rado (quinto piano senza ascensore)mi spiegò che la signora bene tiene l'acqua dei piatti per non tirare la catena! ...In questo modo si compra un altro appartamento con lo stesso cesso, e così via. A novant'anni muore sulla tazza del cesso, ma i suoi eredi, con i soldi della vendita degli appartamenti, potranno cagare a 5 stelle quasi ovunque!

Del resto, in quella casa c'ero arrivato per caso, dopo il naufragio del mio grosso matrimonio con la figlia ricca dell'amica di mia madre.

Chiudete pure la bocca, e frenate lo stupore...e vi prego non chiedetevi chi stava sopra! Dovremo fare qualche passo indietro per capire!

Io ero stato molto chiaro con i miei, circa la mia condizione, giocavo con le Barbie di mia cugina, da piccolo, e non potendole avere avevo optato per un Big Jim con i capelli lunghi, in piazzetta giocavo con le bambine, solo perché, il pallone mi faceva cadere per terra essendo rotondo, e verso i sedici anni, scrivevo ai fermoposta degli annunci personali sul ben noto giornale “Le cose”, lasciando in bella vista pure le brutte delle lettere.

“cercasi carne fresca per splendide grigliate” e “vivo da solo e sono moooolto goloso” era il tono degli annunci che nel futuro sarebbero stati sostituiti dalle chat room su Internet.

Mi sarebbe piaciuto fare outing come nei film, andare dai miei dirgli che avevo qualcosa da dirgli, dirglielo, e poi abbracciarci tutti insieme, sapendo che l'unica cosa che conta per loro, è che io sia felice, anche se per farlo introduco.....no vabbè che importa.

Invece, non potevo farlo, perchè:

  1. mio padre viveva in salotto, e mia madre in cucina, e la videoconferenza non l'avevano inventata

  2. le preghiere di mia madre, erano tutte rivolte nella speranza che non parlassi più! Perlomeno da quando ancora piccolo sotto il salice piangente aspettavo le lacrime dell'albero per consolarlo, e sapere che quello era solo il suo nome, non mi bastava, volevo sapere cosa gli avevano fatto!

  3. Se anche glielo avessi detto, “mamma, papà, sono gay”, invece di abbracciarci li avrei dovuti separare. Loro adoravano rimbalzarsi le colpe. Lei-(iena)“te l'avevo detto di portarlo in garage quando cambiavi le pastiglie dei freni” - Lui(remissivo) “non è colpa tua, è colpa dell'isolamento geografico e di tua madre!”

  4. A nessuno gliene fregava della mia felicità, perché a Genova, nessuno lo è, ci si accontenta!

  5. Non avevo nessuna intenzione di spiegargli il mio ruolo a letto, come non lo farò neanche con voi. Io ve l'ho mai chiesto??????

Quindi, fino a quel momento, mi sembrava che tutto fosse chiaro, io ero il ragazzo sbagliato, loro i genitori giusti, e dal momento che mi avevano adottato, volevo fossero fieri dell'acquisto!

Non fu colpa mia, se quando il miglior amico di mio fratello, aggiustava la macchina, ed io mi ero intrufolato nel suo garage con la scusa di passargli i ferri, né mia la colpa se lui, una volta finito mi chiese di accompagnarlo a buttare la spazzatura! Un provvidenziale spegnimento della luce, lasciò mio fratello al buio, e me con la bocca piena!(bacio).

Qualche giorno dopo, scoprii che io sapevo tenere i segreti, ma qualcun'altro no! Mentre mia madre stirava in cucina, suonò il telefono che per discrezione e privacy, tenevamo nell'ingresso:

“pronto?”- dico alzando la pesante cornetta nera in bachelite.

“pronto, sono la Cinzia” risponde una donna stizzita. Io penso che sia la mia compagna zoccola, e gli faccio, “ma ciaooooo cinzia, come và?”

Dopo un attimo di silenzio, “Insomma, però potevi anche dirmelo che ….mio marito...nel garage...ma come hai potuto...bla bla bla “

“click”, fu la mia risposta. Dopodiché, feci outing! “mamma, mi sa che la Cinzia, non ti parlerà più, che mio fratello, non conosce i suoi amici, e che quello stronzo di Enzo, si è cagato addosso!”

Immagine:

donna rantolante sulla poltrona,(dove non si era mai seduta), biascicando frasi sconnesse, sul dove avesse sbagliato, o qualcosa su Satana e mio padre!

Ragazzo, nel ripostiglio, fissa la finestra sapendo che anche ad aprirla non cambierebbe aria!

Padre ignaro, torna e trova moglie sfigurata e taciturna a causa della tiroide, e un figlio che mangiava nella ciotola del cane senza un perché!

Da quel giorno divenni la causa di tutti i mali, dal nodulo alla tiroide di mia madre, al diabete di mio padre, al testicolo ritratto di mio fratello, al divorzio della Cinzia, e probabilmente anche dell'estinzione del Dodo Australiano.....quindi dopo un tale casino, feci il bravo per un po'...andavo di merda a scuola, fumavo le canne, e mi masturbavo con i bigodini con cui mia madre si faceva la piega in casa, ma di uomini niente! Di lì a poco lasciai la scuola per fare il disoccupato.

Un giorno la mia genitrice surrogata e solubile, era stranamente di buon umore, pensai, che le fosse passata, ma la vecchia Rommel(la volpe del deserto coome la chiamava mio padre)ne aveva pensata una. Mettere a posto era la sua passione, e quindi fece ciò che riteneva normale. Cominciò a portarmi con lei da un amica, che faceva la portinaia, e guarda caso aveva una figlia!

Io ero in consegna, e non avevo scelta, quindi la seguiv e socializzavo a monosillabi con la ragazza.

Lei era bella, con splendidi occhi azzurri, e lunghi capelli biondi, parlava poco la creatura, e incoraggiati dalle madri, andavamo a fare brevi passeggiate al corso, di cui non ricordo nulla(tranne i fisici di quelli che andavano li a correre, con cortissimi pantaloncini).

Io ero depresso a dir poco, stanco di lottare, di vedere tutti infelici a causa della mia diversità, e dulcis in fundo, in quel periodo mio padre si ammalò di cancro! Non rammento di aver pensato che fosse per colpa mia, ma mia madre ce l'aveva scritto in faccia, e giorno dopo giorno, brutta notizia, dopo brutta notizia, passeggiata dopo passeggiata, mi ritrovai fidanzato con 90 chili di bontà e silenzio! A Genova il fidanzamento sbocca solo nel matrimonio, perché essere fidanzati costa, ed è un affare di famiglia! La mia versione etero, era inguardabile anche dal punto di vista del look!

Ogni mese la mia futura ricca suocera(fare la portinaia rendeva bene), veniva a prendermi, nell'odiosa guardiola di un consolato dove mi aveva piazzato a fare niente e a prendere uno stipendio, e mi comprava orribili camicie, cravatte domenicali, e cagate varie....la manipolazione era fortissima. Tirai avanti un annetto, tanto il sesso prematrimoniale non era ammesso, e questo era un vero sollievo, oltre che, un pratico alibi. Curiosamente, i miei precedenti gay, seppur acerbi, erano noti a tutti, ma ognuna delle due famiglie aveva un pacco da spedire verso un “normale futuro”, quindi unitamente al pesto si preparava il matrimonio.

Mia madre, andava e veniva dall'ospedale, con infauste proiezioni che accorciavano il futuro di mio padre, e quindi io tentai il colpo gobbo, proponendo di rimandare il matrimonio.

In un quarto d'ora dalla mia proposta al telefono, mi trovai a casa madre e figlia nel bagno di casa mia a piangere, e non per mio padre, ma per la figura di merda che avrebbero fatto. Mia mamma, spezzò il silenzio dicendomi con gli occhi lucidi “sposatevi prima, fallo per papà”.

Era fine Luglio, mio padre morì il tre di Agosto, ed io il ventiquattro dello stesso mese mi sposai, anche se la notte prima avevo conosciuto un parrucchiere che collezionava profumi mignon.................Cinquantotto giorni dopo la ridicola cerimonia, e l'ancora più ridicola Torta nuziale, con la Bella e la Bestia in glassa colorata( più adatta ad un compleanno), il rinfresco in un capannone di periferia con le sedie di plastica, con una modesta folla di estranei, e il servizio fotografico dove sembravo sposato ad un comò bianco, mi alzai da letto e dissi a mia moglie, che per quanto mi riguardava, io non le avrei rubato la vita intera, e che mi riprendevo la mia! Non ebbi un tale coraggio, mai più.

Come un razzo, presi la uno di merda che avevo sfasiato il giorno stesso che la ritirai usata dal concessionario e mi recai dalla vedova inconsolabile a darle la giusta mazzata finale!

“E' una torta di merda, questo matrimonio” le dissi “Quindi io, sono disposto a mangiarne la fetta più grossa, ma lascio una fetta a te, e a tutti quelli che credevano di aver messo a posto le cose”. Andai a casa mia, e la trovai che piangeva nel letto, non lo lasciò per una settimana, dicendo continuamente “perchè a me?”, dove trovai mia suocera che mi diceva “vai a fare la donna!” e mio suocero che minacciava le mie gambe. Si risolse tutto in fretta, i miei suoceri arginarono le perdite a modo proprio e io lasciai a mia madre la cucina su misura da finire di pagare, e presi in affitto un appartamento sopra il garage del signor Sesenna.

Venni a sapere che mio padre, tre giorni prima di morire, aveva detto a sua moglie “digli a fabrizio, che non si sposi, che non é cosa per lui”!

Tutto si aggiusta alla fine, io ero fuori di casa, e non ci sarei tornato mai più, la mia ex moglie si era tolta il peso di una verginità che non la rendeva migliore, con una persona garbata seppur inadatta, le nostre madri potevano ancora considerarsi delle vittime, come avevano sempre fatto.

Stranamente la loro amicizia finì.

Avrei presto trovato anche il modo di liberarmi di quella piccola città, e del suo piccolo pensiero!

To be continued!




mercoledì 1 settembre 2010

"e se fosse quello giusto?" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap6



Il comune di Manesseno, domina le colline di Genova ovest, e man mano che si sale, i palazzi si diradano facendo posto a più gradevoli abitazioni singole, molte delle quali appartengono di famiglia ad alcuni genovesi scesi a valle nella più servita città. I signori Pedemonte, insieme a poche altre famiglie, vivevano lì tutto l'anno, formando una piccola comunità agricola. La loro casa, era circondata da un piacevole appezzamento di terreno(in verità tutto il fianco collinare fino giù al torrente)coltivato prevalentemente a vigneto, nella fascia più ripida e soliva, e a terrazze secondo la tradizione ligure, nella parte più raggiungibile dalle donne di casa, dove freschi ortaggi crescevano rigogliosi. In questi luoghi e nei fitti boschi circostanti, crescono il pino ligure, i lamponi selvatici, ma anche erbe utili come la pimpinella, e la polmonaria. Quest'ultima dalle foglie pelose è utile per preparare espettoranti, ma anche per ricette gastronomiche, in quanto parte della famiglia delle Boraginaceae.(parenti delle bietole).

Tutto sommato, l'apparente asciuttezza della mia terra, nascondeva un cuore generoso, per coloro che la conoscessero più profondamente.

Altrettanto generosa, era la tavola della signora Maria, la quale superò brillantemente lo stupore della mia vista, con un garbato rimprovero al figlio, dicendogli, “claudio, se mi avessi detto che veniva qualcuno mi sarei tolta il grembiule!” e aggiunse con un sorriso, “prego si accomodi, mi chiamo Maria”.

Le strinsi la piccola mano nodosa, ma morbida, una mano che non lesinava sforzi pur non essendo pesante, ed entrai.

Claudio era il re indiscusso di quel castello, o meglio, la Regina. “ciao, zia troia” lo sentii dire poco prima di udire uno strillo acuto come di una bambina.

I miei passi imbarazzati, mi portarono al ciglio della porta della grande cucina dove una signora seduta si sporgeva col busto in avanti per scorgere il nuovo arrivato. Assuntina detta Tina, era la sorella del padre di Claudio, e viveva con loro da sempre insieme all'altro fratello Giuseppe.

Mi ci volle un attimo per cogliere in quella figura la disarmonia dei movimenti, in quanto la zia Tina, o zia troia, come la chiamava il nipote, era affetta dalla poliomielite incrociata sin dall'età di sei anni,(claudio era solito dirle “meno male zia Tina che sei sciancata se no facevi la bagascia, e lei le rispondeva Bagasciun, che per loro voleva dire ti voglio bene, sì anch'io) per cui un braccio e una gamba erano incapaci di alzarsi oltre il gomito l'uno, e di sostenerla in piedi, l'altra. Ma in quanto a spirito, Tina aveva una vitalità travolgente tipica dell'infanzia, acuita dalla capacità che spesso contraddistingue i “meno abili”,di intuire l'ipocrisia degli altri. I suoi occhietti penetranti non mi mollavano un secondo, intanto che, claudio e sua madre si prodigavano per mettermi a mio agio. La signora maria, girava il “toccu”(sugo), sponsorizzando il figlio, come per convincermi della sua bontà, e per giustificarne l'aspetto non proprio conforme a quello del classico bravo ragazzo, ma lo faceva a voce bassa, e la zia Tina, ormai esauriti i 5 minuti di diagnosi, mi palesava approvazione raccontandomi che suo nipote non era stato molto fortunato in amore. Credo volesse ammonirmi dal prendermi gioco di loro, ma io non ne avevo affatto intenzione.

Mangiammo al rientro del padrone di casa e suo fratello Giuse più introverso ma dagli occhi buoni.

In questo piccolo gruppo familiare si respirava un amore incondizionato, forse un po' rassegnato, ma pulsante per il proprio figlio, e la cima genovese era il giusto piatto per una festa. Se qualcuno sia stato in ansia non me ne accorsi, ma dopo pranzo, Claudio mi invitò a vedere il giardino, e sentii dalle finestre le due donne parlare eccitate....e la zia Tina terminare il discorso con un incoraggiante “Mai ben, Maria, me pà un brao garsonin”!(Sono contenta Maria, mi sembra un bravo ragazzo).

Seppi molto dopo che era la prima volta che Claudio portava a casa un “fidanzato” e la cosa si faceva seria........! to be continued

Ma le emozioni si sovrapponevano, il cenerel-lietofine sembrava pararsi al mio orizzonte, finalmente, e cosa puoi fare quando stai per fidanzarti ufficialmente?

Le brave ragazze incontrano le amiche, raccontano loro tutto l'accaduto, accettano gli auguri e le raccomandazioni, “quelle” come ero io, se la fanno sotto e vanno a fare danni in discoteca.

Una discoteca dovrebbe essere un luogo dove chi ama ballare si riunisce e socializza, ma per noi ragazzi gay a Genova, quell'unica discoteca era un tempio, un luogo dove varcata la soglia ogni ancella sceglieva o veniva scelta, dal suo centurione, non senza l'aiuto di qualche drink!

Anche lì bisognava scendere le scale (un giorno scoprirò la relazione tra scantinati e omosessualità), ma l'aspetto divertente è che quella scala ,era l'anticamera del “concorso”, uomini e ragazzi stavano in piedi ai lati, affinché le miss entranti, potessero passare sotto gli occhi di tutti. Scendere quella scala ti permetteva di valutare il punteggio iniziale del tuo sex-appeal, ed era terribilmente eccitante.

Essendo una new entry del locale, godevo di una certa attenzione, si sa, le facce nuove ….inoltre, le luci psichedeliche di scarsa qualità, mi irritavano gli occhi dandomi un aspetto misterioso.

La folla ballava al suono dei successi dance di quegli anni, alcuni sodalizi si “stringevano nella penombra dei separè, altri nei soliti cessi. Io avevo una tecnica tutta mia per rendere proficua la serata. Considerato che non avrei sopportato di non essere cagato da chi mi piaceva sul serio, e che la mia autostima non superava in altezza la tana di una talpa, io guardavo quelli che mi guardavano!

Per tale motivo, non potevo scegliere fino a quando non avevo almeno tre o quattro uomini che mi sorridessero(che sta per mano sul culo).Non accettavo mai che mi offrissero da bere, per evitare di assumere qualche droga senza saperlo, e la mia coca cola si sgasava col mio entusiasmo iniziale, nelle serate no. Niente sesso nel locale, perché anche se il brivido è interessante, l'igiene lo è di più, niente gruppi, niente proseguimenti a casa di tizio, insomma, tutto ciò con cui me ne volevo uscire era una bocca gonfia di baci e un appuntamento !

Non avevo allora, e non ho mai avuto, un profilo da cacciatore, ma non ero neanche una vera preda.

Io negli uomini ci inciampavo!....to be continued


lunedì 30 agosto 2010

Io e le donne - Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 5


Alle medie l'ora di ginnastica mi deprimeva un po'! I vestiti non erano il mio forte, ma toglierseli era anche peggio. A quell'età non mi andava di lavarmi, non capivo proprio perchè farlo tutti i giorni.

Di mettere a lavare gli indumenti poi non se ne parlava proprio. “ dove sono i miei jeans?”- chiedevo a mia madre con disappunto, “sono in lavatrice!” rispondeva lei. Ma dico scherziamo? Lo sanno tutti che i jeans sporchi hanno una vestibilità perfetta!

Lo spogliatoio della palestra, mi sembrava una camera a gas(evidentemente non ero l'unico adolescente contrario al sapone) e quando scendevamo le scale per raggiungerlo ero allegro come chi percorre il “miglio verde”.

Ma Roccuzzo Giovanni, lui si che era un ganzo, intanto era l'unico ad avere le mutande gonfie, inoltre, le sue origini siciliane gli donavano peli degni di una scimmia. Sarà che le gambette di tutti gli altri comprese le mie, erano bianchicce e del tutto simili a quelle delle ragazze( che le tette non ce l'avevano ancora, quindi le riconoscevi dalle scarpe pulite). Gli lanciavo occhiate furtive, ed ero turbato dal suo aspetto, chissà se se ne accorgeva, ma era l'unica nota positiva dell'ora di ginnastica. Io non ero Mimì Haiuara e la consueta partita di pallavolo che chiudeva la lezione, mi donava fantastici lividi e nessuna gloria. Fino a quel punto il mio passaggio nel mondo delle femmine era stata una simpatia per una bambina alle elementari, ma la storia finì a causa dei suoi pidocchi, che io trovavo simpatici, ma la mia famiglia era contraria ad avere “animali in casa”.

Alle medie, Laura Menozzi ed io girammo per il Museo di Scienze Naturali per mano, tutti dissero che eravamo fidanzati ma la verità è che a me gli Scheletri mi facevano cagare addosso di paura! La mano gliela strinsi talmente forte che non fu felice, ma il peggio fu che la spinsi con una manata sul petto all'uscita perché voleva baciarmi! Perchè nessuno mi aveva detto che l'avevano operata al cuore??? I suoi genitori chiamarono i miei e io credetti che averle stretto la mano le avesse fatto male al cuore, e smisi di dare la mano a chiunque!

Alle superiori, ero nel banco con la Simona Seghizzi, il cui cognome suscitava continua ilarità sulle scale del Luigi Firpo, Istituto Tecnico per il Turismo, ricavato in un vecchio convento in centro.

Non avevamo tempo per l'amore poiché entrambi innamorati/e di Boy George, ma trovammo il modo di depilarci le sopracciglia dopo una sbornia prescolastica ed entrare a scuola truccati come lui! Mia madre avrebbe dovuto ricordare che le donne avevano una brutta influenza su di me, e dispiacersi un po' meno del mio disinteresse per loro.

Non finii le superiori perché volevo andare a lavorare, così feci un corso regionale per caproni, che avrebbe dovuto collocarci nelle agenzie marittime(che fantasia in una città di mare). Lì conobbi Cinzia e l'Armanda le mie migliori amiche per i due anni successivi. Armanda era fidanzata e dark così alle dieci del mattino scendeva dalla via Assarotti, dalla quale cadevi anche con le pianelle, da tanto era ripida, con tacchi a spillo di vernice, calze a rete nere, e gonna a sirena! Avrà pesato dodici chili bagnata nella fontana di De ferrari, ma a quel tempo non sapevo cosa fossero i disturbi alimentari, e per me, era una secca e basta. Cinzia invece, era bionda e oca, sempre fasciata nei jeans aderenti, e con le scarpe basse, mandava in delirio tutta la classe, e anche i tranvieri, ma io ero strafelice di fumare le sue sigarette. Un giorno, non venne a scuola ed io e l'Armanda eravamo preoccupati a tal punto che durante la pausa le telefonammo a casa, e lei, ci disse che era malata. Io ne rimasi così colpito che le chiesi se avesse bisogno, al che mi chiese di passare da lei dopo la scuola.

Io lo feci, perdendomi nei vicoli, (abitava nel centro storico da sola) ma quando giunsi lì, la trovai a letto che fumava con solo un lenzuolo addosso, ed io non potei resistere.......le presi una coperta gliela lanciai addosso dopo averla rimproverata, e me andai dicendole “ Tu sei matta, così ti prenderai un accidente”.

Che volete che vi dica, io lo sapevo che gli uomini e le donne si accoppiavano, lo avevo capito da un giornale porno trovato nella pineta vicino casa, ma non capivo perchè ci provassero gusto! Le facce delle persone in quei giornali non erano sorridenti, anzi, i loro lineamenti stravolti non erano affatto rassicuranti, e gli uomini nascondevano nelle donne tutto ciò che avrei voluto davvero vedere!!!!!!!

Con simili precedenti, la mia carriera di amatore di donne non poteva decollare, ma con gli uomini non ero certo più disinvolto.

Mi annoiavo così profondamente in casa con i miei, che ogni tanto fingevo di sentirmi male.

Nella speranza di trovare un motivo scientifico per il mio andamento, mia madre mi aveva portato nell'ordine:

  1. Dall'oculista, che mi diagnosticò una miopia solo perché non leggevo le lettere. Nel senso che non avevo nessuna voglia di farlo.(occhiali)

  2. Dall'ortopedico, per una dismetria dell'anca che rendeva la mia camminata FA-VO-LO-SA! Se fossi stata una top model.(plantare di rialzo)

  3. Dal neurologo, perché nel tentativo di farle capire la mia condizione avevo usato delle metafore(ECG).

Con quelle protesi addosso(ben lungi da quelle che avrei adorato), la mia frustrazione era più irritante dell'acne, perciò la mia vendetta era svegliare tutti nel cuore accusando disturbi. Da buon cancro, lo stomaco era il mio punto debole, e facevo spesso congestioni reali, ma talvolta la facevo lunga apposta fingendo di svenire. Loro chiamavano l'ambulanza, io mi facevo un giro e per i due giorni seguenti, nessuno mi rompeva le balle! Una di quelle volte un bellissimo barelliere venne a salutarmi in sala visite prima di andarsene, e diverso tempo dopo lo incontrai sui mezzi. Pensai fosse un caso, ma forse non lo era, poiché mi chiese di svegliarlo il giorno dopo all'Hotel Stella di S. Agata. Io lavoravo in un negozio di casalinghi(le agenzie marittime chiusero i battenti quando terminai il corso col massimo dei voti) e non lo trovai strano. Del resto quale barelliere non vive in un albergo ad una stella vicino alla Stazione?

Come con cinzia, salii in camera dove anche lui fingeva di dormire, e ….....aprii le finestre come la cameriera ai piani, e gli tolsi le coperte di dosso come faceva mia madre per svegliarmi, solo che lui mi baciò alla francese, ed io scioccato mi misi a piangere perché non avevo idea che la lingua servisse a qualcosa. Avevo già diciott'anni al mio primo bacio vero. To be continued



domenica 29 agosto 2010

" la macaia" Ge- Mi storia banale di un gay speciale4


Nei giorni seguenti, pensai a Claudio e al nostro incontro, ma soprattutto, al suo modo libero di porsi. Fino a quel momento avevo conosciuto altri ragazzi gay, ma non vi dico la fatica! Quando a Genova il cielo è coperto, e sembra che debba piovere, ma non accade, si dice che c'è “macaia”.

Una macaia perenne aleggiava nei rapporti sociali tra i genovesi, i quali, sono ben più che riservati.

Si sprecano una serie di convenevoli dialettali, le persone seppure in confidenza non si chiamano per nome, “scià maria” e “sciù vincenzo”, sono la signora Maria, e il signor Vincenzo, e compresi di suffissi saranno sempre menzionati.

Scarsamente ospitali, i genovesi non amano esporsi ai “ceti”(pettegolezzi), ma amano farli su altri che non conoscono, quindi ognuno a casa sua! Ma a nessuno sfugge ciò che accade fuori dalla finestra. Sospettosi e diffidenti i genovesi hanno sempre un aria molto perbene, che non include il parlar sboccato, di sesso, di soldi, e di sé. Un vestire dimesso e poco appariscente e un costante imbarazzo, che rasenta il fastidio.

In un simile ovattamento di tutti gli estremi, essere gay, vestirsi gaiamente, ma anche essere semplicemente spontanei risulta impossibile ancorché sconveniente, quindi i miei “colleghi” sembravano giustificati ad incontrarsi e riconoscersi solo nei cessi pubblici o tra gli enormi blocchi frangiflutti del litorale marino, o nella penombra della “Cage”.

Ma mai capirò perché, una volta ben certi di essere in luoghi convenuti e tra simili, non smettessimo mai di vergognarci! Nell'intervallo di pranzo andavo a piedi a prendere il sole in Corso Italia(la passeggiata fascista di cui beneficiano ancora gli innumerevoli comunisti genovesi)e lì sotto il depuratore nel più scomodo dei posti c'era il “ritrovo delle pie donne”, come lo chiamavo io! Appena preceduta dalla spiaggia appannaggio delle famigliole, la barriera frangiflutti, consentiva di stendere il proprio telo come sugli scogli, ma via via che la percorrevi, le famigliole si diradavano insieme al genere femminile, lasciando il posto(ormai esiguo) a più gradevoli paesaggi e in alcuni casi, "generosi promontori". Generalmente, continuavo a camminare come se fossi lì per caso,almeno fino a quando non intravedevo un costume da bagno di mio gradimento, visto il quale, per i motivi di cui sopra invece di avvicinarmi e fare amicizia, mi allontanavo di un bel po', e stendevo il mio telo.

Raramente ne vedevi due insieme, tranne i gay anziani, che forse si aiutavano a vicenda per non spaccarsi le gambe, si perché tra un blocco e l'altro c'erano fessure dentro le quali, potevi comodamente sparire.(appartandoti con qualcuno o cadendoci fatalmente). Rido ancora al ricordo di certi salti che si facevano da un blocco all'altro. Così novelle camosce di Trento, tutte noi saltellavamo seriose come se fosse normale. Ma parlarsi sembrava più difficile che saltare in lungo. Una volta completato lo scacchiere della seduzione, gli sguardi si facevano intensi, ma si continuava a fingere che non ci fosse intenzione, talvolta se nessuno dei due faceva il primo passo, poteva diventare estenuante come il pranzo domenicale dai parenti! Non ricordo di aver mai avuto niente più che un nome in quel posto. E talvolta anche dopo aver stabilito un contatto, avevo l'impressione che l'altro si tirasse indietro” non gli piaccio” pensavo, ma forse semplicemente la luce del sole era troppo forte per essere guardata ad occhi nudi!

Per questo motivo Claudio mi restò impresso. Lui, era come avrei voluto essere io, viveva apertamente la sua condizione, e questo lo rendeva sincero, pronto a correre il rischio di vivere davvero.....Nel silenzio della mia cucina, al tramonto, spensi la luce e il gas sotto il caffé, mentre decidevo di chiamarlo il giorno dopo.

I telefoni cellulari in quegli anni erano grossi come mattoni, e costosissimi, per tale motivo erano pochi ad averli, ed io quasi non sapevo di cosa si trattasse. Ma c'erano le cabine telefoniche e ricordo che erano sempre occupate. Il mio portafoglio, era sopra il telefono mentre una voce bassa e garbata rispondeva “Nero e cobalto buongiorno!”... e lì lo dimenticai per non ritrovarlo più!

La parte a ponente di Genova non mi era mai piaciuta, era decisamente grigia forse a causa della vicinanza dell'Ansaldo o forse per mancanza di fantasia, inoltre la cadenza dialettale cambiava spostando il suono delle parole, ma mentre raggiungevamo la casa dei genitori di Claudio, mi facevo un altra idea. Non avevo ancora deciso nulla circa quella frequentazione, ma l'allegria di quel ragazzo e il suo aspetto trasgressivo mi piacevano molto. Portava molti orecchini e anelli alle dita, anche se le sue non erano molto lunghe, e i capelli lunghi e ricci non erano proporzionati alla sua scarsa statura, ciononostante, per qualche incantesimo, non era volgare, forse per questo accettai di andare a casa sua. Quel ragazzo, col suo coraggio sfidava l'ipocrisia genovese, che ci voleva tutti nascosti, camuffati, o al massimo definiti come anormali. Ogni giorno si alzava e con orgoglio e semplicità alzava la serranda del suo negozio e offriva alle reticenti signore genovesi, nint'altro che un luogo dove potersi togliere la maschera e ...indossare la parrucca!

Mi confessò che fu molto dura ingranare all'inizio, la prima cliente ad entrare era stata “ Scià Grillo” Rosa, di nome.

La dentiera della signora Grillo, non ne voleva sapere di stare attaccata, così quando parlava le labbra, i suoni e i denti non erano in sincronia, forse anche lei era “diversa” e trovò il suo posto. Claudio parlava il dialetto perfettamente e questo lo aiutò moltissimo a conquistarsi il rispetto della gente del quartiere( la stessa però che chiamava i carabinieri, quando la notte di carnevale, vedeva entrare sette uomini e uscire sette Regine della notte sfolgoranti con tanto di costumi, trucchi e parrucche), a tal punto che ben presto lui e la signora Grillo, si parlavano come vecchie amiche.

Lei gli disse all'ennesimo “scià Grillo buongiorno” - “Nu me ciammi scià grillo claudio, Rosa, sulu( non mi chiami signora Grillo, claudio, solo Rosa) e lui le rispose “Ben alua buogiorno scià Grillo Rosa sulu!”( “va bene, Signora Grillo rosa solo!”)

Il profumo della “cima” mi inebriava ancora quando la signora Maria Pedemonte, aprì la porta avendo sentito la macchina di suo figlio Claudio nel vialetto di casa, e dal suo sguardo capii che la mia visita non era stata annunciata! To be continued


Clark vs Pesche Ge-Mi storia banale di un gay speciale



Una cosa per la quale i gay sono noti, è la loro vicinanza al sentire femminile, di cui lo shopping è una parte fondamentale. Esso, allenta lo stress, produce endorfine glitterate, e da senso al lavoro.

Se poi, la vita sessuale è insoddisfacente, allora, diventa assolutamente necessario.

Nella Genova dei miei ricordi, lo shopping, era soltanto la necessaria sostituzione di cose consumate. Ah, per inteso, quando dico consumate intendo inutilizzabili per limiti di usura del prodotto. Durante la crescita, i miei acerbi ormoni gay scorrevano per il mio sistema nervoso, in incognito tentando di mescolarsi agli altri, ma pronti ad attivarsi al giusto stimolo. (detta fase sommergibile). La volontà di tali ormoni, però lo stimolo non stavano ad aspettarlo, piuttosto , invasate come le donne ai saldi, se lo andavano a cercare. E' opinione diffusa che la madre sia il primo bacino di osservazione7ricerca di un bambino gay in via di sviluppo.

Non starò ad annoiarvi circa le modalità della mia nascita, ma vi basti sapere, che oltre a nascere a Genova, a farlo da gay, ed in una famiglia con scarsi mezzi economici, io, vinsi il jackpot della sfiga. Mia madre era quanto di più estraneo riusciate ad immaginare dal genere “femmina”.Mia madre non era brutta, ma non pensava di dover/poter essere qualcosa di diverso dal mucchio di geni che l'avevano formata.

Mia madre, non andava nei negozi, e se lo faceva comprava in luoghi orrendi, le scarpe per esempio, le compravamo da un tale che faceva mercati, e quindi il negozio era il suo garage! Il signor Sesenna, era un rubicondo mercante di aspetto ripugnante e modi melliflui. L'assortimento della sua merce andava dalle finte Clark(modello desert boot, suola di para perenne, e floscia tomaia in camoscio)al vero incubo! Pensate come potevo sentirmi a 11 anni, nel recarmi a provare la nuova scarpa, del tutto simile a quella appena consumata(finalmente) tra odore di nafta e muffa, usando come sedia di prova il sedile posteriore della sua auto! Aggiungete tutta la vergogna possibile nel doverlo aspettare davanti alla serranda chiusa del suddetto garage....e un pizzico di convinzione che primo o poi qualcuno ci avrebbe arrestato per ricettazione!

Mia madre, comprava a credito abbigliamento dalla Luisa, una ex battona che si era riciclata tra le case popolari, come merciaia a domicilio. Il giorno che la Luisa veniva a casa, corrispondeva al giorno di paga di mio padre, ma mica tutti i mesi. L'avida vecchiarda aveva i denti gialli dal fumo, e il rossetto rosso. Mi divertivo a vederla caracollare dalla sua fiat 500 con tre o quattro sacchettoni di roba..e salire le scale urlando “Mariaaaaaa arrivoooooo”. Ci mettevamo in cucina e lei si sedeva a gambe aperte sulla sedia” sciurbendo”(sorseggiando in dialetto)il caffè della mamma. La sua merce era più varia di quella del Sesenna, ma senza un senso.

“Vuoi i gin?” (vuoi acquistare dei jeans?), “vuoi gli slip? Ti do la Cagi, è buona sai?”, insisteva tirando su gli occhiali unti con la mano sporca, e sollevando il labbro superiore con una smorfia.

Finiti gli acquisti tirava fuori il suo quaderno dei crediti alla voce Maria luisa e o segnava, o se la mamma pagava cancellava il debito vecchio. Da ragazzino non lo capivo, ma ora so che dato il volume dei suoi quaderni, quella donna guadagnava un sacco di soldi esentasse!

Mia madre, si faceva fare orrende camicette dalla sua amica Graziella, una signora con enormi tette che confezionava rettangoli informi con scampoli del mercato, ma alla Maria Luisa i rettangoli della Graziella, la facevano sembrare senza tette! Mio padre non l'ho mai visto comprare nulla!

Totale ,io vestivo con orrendi maglioni ruvidi e spenti, e scarpe da centro sociale, d'inverno e da profugo d'estate ...(di cui non ricordo un solo capo).

Il caso dei miei era limite, ma nemmeno le mie cugine, erano meglio! In verità tutta la parte materna era un disastro. Ce l'avevo dei parenti fichi, dalla parte di mio padre ma non avevano una buona fama(agli occhi di mia madre) e li vedevamo poco. Ma la figlia della zia Cicci,(sorella del papà) la Diddi, (notare che la madre si chiamava Francesca, e la figlia angela maria)e le sue figlie un po' zoccole, loro sì che si vestivano alla grande, avevano pellicce, gioielli e scarpe col tacco, e possedevano una panetteria pasticceria in Sampiardarena.

Quando ci andavo con i miei, mia madre aveva sempre premura e non capivo perché! La Diddi portava cortissimi capelli platino, quattro dita di fondotinta color terra bruciata, e anelli d'oro in tutte le dita. Mi dava sempre una pesca dolce (due krapfen pieni di crema uniti alla base come formando un culo, con in cima alla riga un ciuffo di panna e ciliegia candita) e questo forse fu leggermente induttivo, e io ero pazzo di gioia! Credo che la Diddi volesse un gran bene a suo zio(mio padre), e a quella tronca della maria Luisa, pur sapendo che la giudicava male, e prima di andare ci riempiva un sacco col bendidio!

L'opportunismo a Genova è come il parmigiano, ci sta sempre bene, infattti, ricordo le finte proteste di mia madre, alla generosità della Diddi, ma il sacchetto se lo prendeva eccome! Io salutavo la cugina Diddi, che mi stringeva tra le tette, il buon Ettore(il pasticcere) e sognavo di vivere con loro.

Eliminata quindi, la fonte principale dell'ispirazione fashion di un bambino gay, dovetti aspettare fino ai 18 anni (età in cui cominciai a lavorare) per poter pensare di entrare in un negozio e potermi comprare ciò che mi piaceva davvero!

A quell'età o eri paninaro, o dark, o metallaro.....se paninaro andavi da Bollo in via del campo, e compravi i Jeans della El-Charro, il piumino Monclér, e le Timberland gialle.

Se eri dark, andavi in via S.luca da Inferno e Suicidio e compravi le scarpe a punta con le fibbie e i pantaloni neri attillati col capotto di pelle fino ai piedi.

Se eri metallaro rubavi e ti facevi le pere a Brignole.

Io ero troia! Cercavo di mettermi le cose che attirassero l'attenzione dei maschi, non sapendo ancora per farci cosa, ma diciamo che d'estate avevo capito che più si vedeva meglio era, e d'inverno prendevo la polmonite.......To be continued