sabato 30 settembre 2017

Maschiario cap6: bacchette cinesi

Una volta che un maschio diventa uomo, perde qualcosa che non è ancora pronto a perdere, etero o omosessuale che sia, non senza alcune differenze. Nel primo caso, si comincia chiedergli di mettere su famiglia o perlomeno di fidanzarsi seriamente, nel secondo, si spera che non lo faccia mai abbastanza seriamente da portartelo in casa. Niente paura, entrambi i maschi non fanno sul serio ma in questo caso essere un maschio gay assume un inaspettato risvolto positivo: nessuno ti fa pressione e alle cene di famiglia, se la  zia in visita ti chiede se sei fidanzato, risponde papà con : ha altro per la testa o parlando di tuo fratello. La mamma corre in cucina a prendere il dolce per il boccone amaro.

Il concetto di perdita nel mondo dei maschi è off limit se si tratta di sentimenti, viene perciò inglobato, dato che non si può evitare di provarlo, nel più ampio concetto di sfigato. Sei uno sfigato se una ragazza ti ha spezzato il cuore? No, lo sei se lo fai sapere a tutti e se non reagisci facendo lo stronzo con la prossima, quella che di solito non se lo merita proprio.
In questi casi ci pensa Mamma a darle della stronza a giustificare il suo cucciolo ferito dalla cattiveria delle femmine zoccole che però non sono mai figlie sue. 
Se sei gay e ti si spezza il cuore invece, è solo la logica conseguenza della tua “scelta” come se avessi preso il bivio sbagliato di una strada volontariamente e con la mappa in mano. Ecco cosa perdono davvero tutti i maschi dopo la loro prima volta: la possibilità di parlare dei propri sentimenti. Possono solo agirli o negarli.
Scegliere di non volersi fidanzare per forza o sposarsi con la figlia della amica di tua madre o se il clima famigliare adora il dongiovanni di casa, la libertà di sceglierne solo una. Improvvisamente sei troppo giovane per far sul serio o troppo contro natura perché sia serio quello che fai. In entrambe i casi non importa come ti senti ma come fai sentire chi ti ha messo al mondo.

L'unica differenza tra maschi etero e gay in questa fase è che per noi, c’è una autentica fissazione circa le pratiche sessuali che ci riguardano. tutti vogliono sapere dove va cosa e a chi ed è inutile spiegarglielo con il troppo intelligente indovinello che dice: secondo te, tra le bacchette cinesi del ristorante, quale delle due è la forchetta?
Mi accorsi che per un certo periodo tra i 19 e i 24 anni, che quando andavo in bagno, mia madre si precipitava dentro a pulire, cosa che non le vedevo fare con mio fratello che per quel che ci era dato sapere poteva serenamente portarci la scabbia in casa. Una madre e un padre possono immaginare cosa faccia loro figlio con una ragazza accedendo al database delle proprie esperienze, cosa che, non possono fare con un figlio gay. Per questo, il padre si chiede “chi fa la femmina” augurandosi che, almeno come rimborso, non sia tu e le madri se educate allo “schifo del cazzo”, come la mia, continuano a pulire dovunque ti sieda immaginando che sporchi per due.
Se i genitori degli etero, ai miei tempi, non volevano in casa le ragazzine di nessuno finché non fossero “quella giusta”, quelli dei maschi come me, erano capaci di invitare a casa qualunque ragazza gli capitasse a tiro, dalla figlia del fruttivendolo alla cugina di prima che tanto una volta era normale. 
Allora tornavi a casa ed eccole li, per caso, tutte tutti i giorni. Mentre mio fratello doveva andare a  nascondersi con qualcuna col grave rischio di non farlo abbastanza bene, io avevo la consegna a domicilio e finivo per nascondermi meglio di lui.

Finita questa fase, ci sono due esiti possibili per i maschi: il primo, se sei eterosessuale  è quello di ritrovarti padre del figlio di quella che te l’ha mollata prima (di solito non la più carina), il secondo per noi omosessuali che notoriamente non rimaniamo incinti perché sbagliamo buco, è la scuola di stilista a Milano, persino se sei di Catanzaro, anzi meglio.
Sembrerebbe, ad un certo punto, che ovunque ti trovi, non ci sia per te che sei gay, uno sbocco lavorativo in città neanche a pagarlo ma indovina? I tuoi genitori sono felicissimi di avere due reni in due, per pagarti la scuola fuori dalle balle.
Doveva essere andata così per Alessandro, che nella via dove abitavo era una autentica celebrità poiché studiava Moda a Milano e questo rispondeva a qualunque imbarazzante domanda sul suo conto come: Alessandro è gay? No, studia moda a Milano. Quando si sposa tuo figlio? Quando finirà la scuola di moda a Milano. Perché tuo figlio ha lasciato la città? Perché le migliori scuole di moda sono a Milano. Sei fiera/o di tuo figlio? Fa la scuola di moda a Milano !!!
Certo Alessandro aveva una famiglia disposta a sacrifici, mentre la mia considerava già un sacrificio sufficiente che portassi il loro cognome: per quelli come me che non potevano studiare moda a Milano si facevano due cose, o lo si faceva entrare come statale nelle ferrovie o alle poste e si aspettava il suicidio, oppure, gli si faceva fare il parrucchiere che almeno serve a qualcosa! La differenza non è poca ma si sa, i soldi danno la felicità e ottime scuse.
Tuo figlio è gay? Fa il parrucchiere. Quando si sposa tuo figlio? Ha appena iniziato a fare il parrucchiere . Perché tuo figlio non studia Moda a Milano? Perché vuol fare il parrucchiere. Perché tuo figlio non lascia la città? Non può, fa il parrucchiere. Sei fiera/o di tuo figlio? È un bravo parrucchiere…dicono.

 Sia che diventassi padre tuo malgrado, sia che diventassi parrucchiere, sia che Studiassi moda  una cosa era certa: A un certo punto ti dovevi togliere di casa. “Questa casa non è un albergo” è un grande classico della educazione dei maschi, i quali, in tempi moderni trasformano la propria stanza in un Bed &Sex senza breakfast, la  mentre per le femmine l’albergo è gratis ma lo devono pulire. Le ragazze moderne infatti, si sono emancipate facendo la settimana corta e dormendo dalle amiche nei fine settimana: amiche che si chiamano Andrea. Per gli altri c’era Milano.
Per quanto siano cambiati gli schemi sociali ancora oggi i maschi sono impediti a parlare dei propri sentimenti, della loro prima volta, della inadeguatezza con cui si trovano a confrontarsi con quelli delle femmine alle quali non è invece concesso di farne a meno. Se nasci maschio e gay,invece,  è proprio il caso di dire che i sentimenti, te li puoi mettere esattamente dove tutti hanno la fissazione che ti metta tutto.
Meglio farsi una valigia e dire che ti piace la Moda.


mercoledì 27 settembre 2017

Maschiario: cap 5 Parco della Vittoria

“Devi farlo quando ti senti pronta, con qualcuno con cui ti senti a tuo agio e che ami, perché la tua prima volta te la ricorderai per sempre perciò è importante”.
Nella migliore delle ipotesi era questo il consiglio che si dava alle ragazze quando, una volta scoraggiato il più possibile l’evento, bisognava rassegnarsi alla volontà della natura. E ai maschi?
Se le ragazze venivano protette, a tratti persino impedite al grande passo per la vita adulta, i maschi, ci venivano lanciati come palle in buca: con un colpo secco. Nessuno ti avrebbe chiesto come ti sentivi o come si sarebbe sentita lei, meno che mai lui,  l’importante era far capire a papà che eri come lui e agli altri uomini, che eri uno di loro.

Nessuno ti parla della tua prima volta, di come dovrebbe essere e nessuno, vuole sentire che non ti senti “pronto” se nasci maschio, come se la natura ti avesse fatto pronto solo perché nasci con un coso a penzoloni, invece che con una cavità. Tu non sarai invaso, sarai l’invasore fiero, l’esploratore audace, colui che possiede per diritto naturale la chiave di una porta che altrimenti non si aprirebbe alla vita. I maschi non ce l’hanno una prima volta, o meglio ce l’hanno uguale a tutte le altre volte, perché a loro è concesso il lusso di  non subirla. Di non perdere nessuna innocenza testimoniata col sangue. Nessun ragazzo direbbe mai che l’ha disgustato o che non è stato poi un granché perché non troverebbe altro che sospetto e riprovazione. La cosa è semplice, basta continuare a ripeterla finché campi, col maggior numero di donne  possibile senza porsi altra domanda che queste: chi è la prossima? Mi piacerà di più?

Nessuno di noi aveva un padre gay a cui chiedere o dal quale sentirsi dire: sono fiero di te. Se c’era uno zio non sposato ne fidanzato, la cultura famigliare lo compativa e di solito, lo ammantava di  altre qualità alle riunioni canoniche, o semplicemente, lo si diceva “tanto affezionato alla mamma”, quindi di certo non ti sognavi di chiedergli più del nome di un buon sonnifero.  A chi nasceva come sono nato io, toccava improvvisare, la nostra si, che era una prima volta di quelle vere ma anche nel caso ci fosse stata, non potevi contare su nessuna approvazione perché il solo sospetto che la tua prima volta sarebbe stata “QUELLA”, sarebbe bastata a ricevere ben altro che il pass per il mondo degli adulti e una pacca virile sulla spalla: dottori, preti, esorcisti, mignotte e amici di tuo padre col quale “recuperarti”, solo nella migliore delle ipotesi. Non c’è da meravigliarsi dunque se, alla vaga idea della propria differenza nel mondo, a quella sensazione di essere un cazzo di punto e virgola tra i consueti linea e punto che ti circondano, non provi altro che imbarazzo e una pietrificante paura che non ti succeda mai, come anche che stia per succederti.

Grazie al cielo la società degli adulti ha molto da offrire ai ragazzi, specie se maschi, perciò c’è sempre un “amico di famiglia” pronto a chiarirti le cose. Uno, che è cresciuto nel mondo dei maschi e ha fatto tutto per benino, che ha una moglie e dei bambini ma che ad un certo punto, sente il dovere di fare qualcosa per te. Data la sua tessera di “maschio certificato” e dato che tu sei un maschio, generalmente, il fatto che ti avvicini non è considerato sconveniente, come lo sarebbe se avvicinasse una ragazza, anzi, succede persino che i genitori lo considerino un insperato aiuto in un caso difficile. Lo fa, con vigorose pacche e battute da osteria al principio,  tenerezze dure che si addolciscono solo quando nessuno vede. Uno che non desta alcuna preoccupazione circa l’ambiguità dei suoi fini e piano piano, si ricava uno spazio di permesso nello starti intorno. A me toccò l’amico di mio fratello. 

Come le ragazze, neanche io ero del tutto ignaro di ciò che mi succedeva o che sentivo dovesse succedere, perciò non si tratta di un vero abuso da parte di un adulto. La differenza era che le ragazze, potevano contare sulla disposizione dei loro coetanei maschi a lanciarsi in buca, perciò avrebbero prima o poi sperimentato l’altro in un incontro/scontro non del tutto imprevisto dalla società e sebbene i genitori avrebbero assolto al compito normativo di non passargliela, alla fine, tutti si sarebbero consolati con una sbornia di “normalità”, che avrebbe consentito  ai padri di vantarsi, alle madri di lamentarsi che “fosse troppo presto” e una buona pagella, avrebbe chiuso il cerchio della sceneggiata. Per me, che neanche avevo partecipato a suo tempo alla gara di seghe tanto i voga tra i maschi preadolescenti, non restava altro che immaginare la mia prima volta con la certezza che il culo sarebbe stato coinvolto, certezza che un maschio gay adolescente, riceve  dagli insulti  come i soldi del monopoli ancora prima di raggiungere il suo Parco della Vittoria e farci gli alberghi.
Non ci fu da sorprendersi dunque se ancor prima di sapere il come e il dove, dopo qualche tempo di virili passeggiate e incontri casuali come una indagine “sotto copertura”, una sera accadde. Una sera perché fu un bacio rubato dopo una revisione dell’auto che lui fece con mio fratello e mentre io lo accompagnavo a buttare i pezzi avanzati nei bidoni di un garage, che pensa un po la casualità erano lontani dall’auto e in una stanza chiusa. Il sesso, o quel che doveva esserlo avvenne un pomeriggio d’estate invece, quando dopo una “giustificata” uscita insieme mi portò a casa sua e della moglie a bere qualcosa di fresco. Caldo era caldo, ma non mi aspettavo di trovarmelo in mutande tanto in fretta ne che queste, fossero esattamente come quelle di Giovanni. 
Il punto non era la mia ingenuità, come ho già detto, sentivo che quella tensione era foriera di un  esito naturale che, pur sapendo il mare di guai che avrebbe portato risultava impossibile da rimandare ancora per forza di attrazione. Il fatto, è che, l’ignoranza e la vergogna non facevano di me un peccatore o una Messalina col pisello, quanto invece,  una persona completamente vulnerabile che qualunque cosa fosse successa, non avrebbe potuto dirlo a nessuno senza sentirsi trattare come colui che l’aveva provocata. Ovviamente piansi, anche se gli uomini non piangono. 
Tornando a casa, con più domande che risposte ma anche con il cuore più leggero per aver scoperto di non essere l’unico, lasciai quell’uomo ai suoi di quesiti. Qualche giorno più tardi compresi che lui aveva raccontato di noi, che la moglie lo aveva lasciato non prima di chiamare in casa mia per assicurarsi che ricevessi la giusta punizione per averle rovinato il matrimonio. Lui non lo vidi mai più e imparai che anche gli omosessuali sono maschi e come questi capaci di sparire il giorno dopo. Io restai, ma nessuno era fiero di me e la pagella di quell’anno non servì a niente.

La tua prima volta è importante solo se è quella che ci si aspetta da te, altrimenti è solo un grandissimo casino. 

domenica 24 settembre 2017

Maschiario: piccolo bestiario di una educazione maschile cap4: Carmen.

Durante il secondo anno di superiori, l’unico posto in cui mi sentivo a mio agio, era il cesso ma non nell’intervallo, dove i maschi giocano a chi ce l’ha più lungo e rompono le sicure delle porte o ti costringono a farla in quello a muro per vedere un pò come stai messo. Io ci andavo a tirar fiato durante le ore di lezione e a fare quello che non avrei mai fatto davanti a loro: la pipì.
Un altro orario buono era la mattina appena entrato, appena dopo il passaggio di Carmen, la bidella con la maglietta di paillettes stampate e i capelli talmente neri e ricci da sembrare un distributore di rotelle di liquirizia. “Mai una volta che facciate centro eh?” diceva Carmen a tutti noi, riferendosi alla ben nota abitudine maschile e quando uscivamo, terminava con un netto “ e lavati le mani”.
Carmen era una donna sveglia e aveva capito cosa c’era dietro ai miei  insoliti orari di visita ai bagni della scuola e aveva preso ad avere per me una amorevole attenzione chiamandomi “stella”. Un giorno mi dava una delle caramelle che teneva in tasca e altre volte, se vedeva entrare qualcuno dei soliti bulli, nella mia “capsula del tempo” entrava armata di spazzolone e lo scalcagnava fingendo di passare il pavimento. Uscendo mi strizzava l’occhio. 
Sebbene le sue attenzioni erano un conforto,  chiarirono anche l’evidenza della mia “singolarità”. 
Esonerato dall’ora di religione,  mi recavo in biblioteca dove non ero l’unico a trovare rifugio dall’angoscia di peccati ancora da compiere.  Una testolina riccia di capelli rossi e corti si sollevò con insolita lentezza mostrando un visetto truccassimo, al centro del quale, due fessure verdi e taglienti, circondate di eye-liner nero fissavano proprio me! 
Com’era diversa Simona da tutte le ragazze della scuola! Vestiva con cose larghe e sempre in pantaloni e ogni cosa che diceva o faceva, era priva della euforia e della frenesia tipica delle sue coetanee. Simona faceva tutto piano, ti guardava con calma e a lungo, come se ti vedesse davvero, parlava con la voce fioca e quando rideva, non faceva rumore. Prendemmo ad incontrarci li  e mentre tutti quelli che si sentivano migliori di noi, si sorbivano gli apostoli, noi ci parlavamo con gli occhi. Portava con se la tranquillità di chi aveva già avuto le risposte a quelle che per noi, erano ancora domande e fumava le sigarette con la voluttà delle dive del cinema muto. 
Anche i ragazzi gay si innamorano di una ragazza, solo che noi lo facciamo in modo “cinematografico” perché  uniamo l’impaccio naturale dei maschi al talento drammatico delle attrici nei film strappalacrime. E come queste finiamo tragicamente a farci male.
Simona mi aspettava ogni mattina per fumare di nascosto e per lei mi comprai un paio di scarpe “creeper” anche se erano di un numero in meno del mio, col solo desiderio di vederla fiera di me. Mi feci sospendere, beccato dal Preside in persona, solo per andarle a comprare, dal tabaccaio di fronte alla scuola, le sue sigarette preferite. Me lo aveva chiesto guardandomi coi suoi verdi occhietti scintillanti, che sembravano accendersi come un semaforo, quando voleva qualcosa da te.  
Carmen, la bidella, mi aveva fatto capire che la mia nuova amica, non aveva una buona reputazione e siccome ignorai i suoi consigli, smise di strizzarmi l’occhio. I maschi della mia classe, le stavano alla larga e anche le ragazze non la includevano ma a Simona, questo non sembrava fare nessun effetto. Era una di quelle ragazze che aveva già conosciuto come i maschi , una volta divenuti uomini possano farti soffrire dopo che hanno avuto ciò che volevano, perciò, ora che sapeva come andava il mondo, aveva deciso qualcosa. Si definivano “leggere” le ragazze come lei, ma io sentivo invece, il peso di una realtà che avrei condiviso con lei più tardi nel tempo: l’egoismo del desiderio maschile. 

Simona aveva saltato l’approccio coi ragazzi e coi suoi seni timidi e bianchissimi si era scontrata direttamente con gli uomini. Me lo raccontava,  mattina dopo mattina insieme a dettagli sul sesso che i ragazzi fantasticano di sapere ma che lei, raccontava con la cruda coscienza di una reporter di guerra: racconti  di ferite e vere e proprie battaglie in cui il cuore, ne usciva spesso sconfitto. Se i miei coetanei speravano di condividere la passione per il loro pisello con qualcuna come lei, a me era toccato il privilegio di accogliere le ferite del suo cuore. Una intimità del genere era persino impensabile per la maggior parte dei maschi e anche tra le femmine, assai rara, perciò, siccome i giovani sono stupidi ma gli adulti di più, si pensò per un periodo che io e lei fossimo fidanzati.
Me ne accorsi perché improvvisamente una sorta di rispetto idiota si era consolidata nei miei compagni e Carmen era insolitamente allegra. 

Fu perciò una gran sorpresa, quando quella mattina, entrai a scuola quasi ubriaco, con le sopracciglia completamente rasate e truccato come lei, da lei. Ci baciammo nell’atrio e poco dopo finimmo in presidenza dove fu chiaro un altro aspetto del diventare uomini e cioè che, come maschio  avrei potuto ubriacarmi senza incorrere in grandi rischi ma guai a usare i cosmetici! Simona ebbe una nota di demerito per il ritardo sulla entrata. 
Il preside fece una lunghissima reprimenda non tanto sulla puzza di whiskey che emanavo, quanto invece al grave imbarazzo in cui gettavo la scuola e la mia famiglia, vestendomi da donna!
Provai a dire che io ero solo truccato come il mito musicale del momento, Boy George, ma non ci fu niente da fare: oltre alle sopracciglia persi l’anno scolastico con un voto in condotta degno di un omicidio. 
Simona, piangeva a dirotto nei bagni con me, dato che Carmen in cambio di una lezione di trucco ci aveva offerto un momento di privacy, in attesa che i miei genitori venissero a prendermi. Piangevamo e ridevamo quando le comunicai che mi sarei ritirato dallo studio e lei mi disse “ non è giusto, in fondo non stavi poi così male, brutti stronzi”! - “ non è colpa tua, in fondo qui ci stavo di merda” ribattei debolmente. “ lo è invece,” disse facendosi seria, poi aggiunse “ ho accettato di fare sesso con un prof, mi aveva promesso che sarebbe intervenuto col Preside per te”.. Ci abbracciammo per l’ultima volta.
Il desiderio dei maschi, quando sono giovani è un desiderio stupido, veloce, vorace e basato sulla paura di doversi masturbare per una vita ma è niente, rispetto a quello che sono disposti a fare per soddisfarlo, quando diventano uomini. Simona la ragazza “leggera”,lo aveva capito e poteva aggiungere anche questo al suo pesante bagaglio di esperienza sui maschi. 


Dal momento che ero un maschio a cui piacevano i maschi e sarei diventato uomo mi chiesi  se  sarebbe toccato anche a me di credere, come Simona, alle bugie di un uomo che da me, voleva soltanto una cosa. Ma in fondo, quella cosa li la volevo anche io e molto.

venerdì 22 settembre 2017

Maschiario: piccolo bestiario di una educazione maschile cap 3: gli uomini non piangono

Il giorno che mi ci portarono, era un giorno in cui tutti erano felici. Si celebrava la nascita di una bambina e io ero stato incluso nella lista dei felici o meglio di quelli da cui ci si aspetta che lo siano. Gli ospedali, li avevo già visti a otto anni quando mi corressero un difetto del tendine di Achille con cui ero nato. 
Non fu una esperienza particolarmente drammatica e mi ero fatto amico di un bambino nato con le dita delle mani attaccate senza troppi drammi, mentre invece avevo preso malissimo la proiezione di Biancaneve! Essendo un reparto di ortopedia pediatrica, era logico che ci fossero bambini con problemi più seri del mio ma non fu facile vederlo.
Normalmente, i bambini vengono messi al riparo dalle realtà divergenti dalla linea delle favole che li vogliono circondati di persone felici e contente. Nessuno regala una bambola senza una gamba ad una bambina e ai maschi, al massimo si inceppa la ruota dell’automobilina, quindi i bambini, che devono credere a Babbo Natale, al nonno in cielo che galleggia, che il dottore  non ti fa male e il cagnolino che si è perso, non resta che improvvisare di fronte alle “differenze”. Nel migliore dei casi,  ti dicono di non fissare le persone sennò apprendi l’esistenza di chi “ non è normale” con la severa ammonizione a non prenderli in giro ma di “lasciarli in pace”. Quando entrai con la mamma , nella stanzetta dove avremmo dovuto vedere i sette nani felici che andavano a lavorare,  mi misi a piangere perché c’erano dei bambini con le gambe corte e piene di ferri e la mamma, mi spiegò che erano loro i nani, che quelli veri erano fatti così. Biancaneve aveva mentito.
Quando l’ascensore dell’ospedale si aprì, lo scenario che vidi era molto diversi da come me lo ricordavo, c’erano grandi passi colorati sul pavimento colori, tanti colori. No, in effetti solo due, rosa e celeste. 
“Qui nascono i bambini” mi venne detto, ma me lo potevano dire che appena nati, non siamo bellissimi! Ridevano tutti intorno alla parente sul letto e le anziane facevano versi che non avrei fatto nemmeno io ma non ci vedevo perché erano tutti più alti di me, così una voce disse “ vieni, avvicinati, vuoi salutare Alessandra”?
Il muro di adulti si squarciò aprendomi la visuale sulla parente sdraiata che tra le braccia, teneva un fagotto di coperta rosa piena di qualcosa di molto delicato a giudicare da come si muoveva piano, mentre si inclinava verso di me. Avanzai e rimasi paralizzato alla vista di  una creatura dalla pelle rattrappita e arrossata coi capelli neri che spalancava la bocca quasi a mangiarmi! Dopo un attimo di silenzio, le signorine col camice bianco, accorsero allarmate e  le vecchie zie si sedettero in preda a mancamento e una mi disse: “non lo sai che una volta eri così anche tu? Dato che un urlo non era bastato, ne feci un altro. Fui portato via e rimproverato nel corridoio da mio padre che mi disse “ sei un ometto ormai, non puoi metterti a strillare come una femmina, non farlo mai più”.
Soffocai gli ultimi singhiozzi e lasciai cadere le ultime lacrime sul maglione. Celeste.
Da quel giorno, quando le emozioni sconosciute mi travolgevano o quando prendevo qualche sberla o se cadevo e provavo dolore,  non piangevo più, piuttosto spingevo le labbra in avanti e rimanevo immobile e corrucciato anche per ore. 
I maschi non piangono aveva detto papà, perciò anni dopo, quando lui era morto non avevo versato una lacrima perché di anni ne avevo ventiquattro quando accadde, anche se allora ci si aspettava che piangessi e mi disperassi come per la neonata della parente.
Venne fuori che mio fratello, che aveva tre anni più di me era troppo emotivo per vederlo morto e mamma, era,  impegnata in un pianto dirotto, quindi entrai io nella sua stanza coi vestiti puliti e feci quello che c’era da fare.
La nascita e la morte, ci trovano impreparati e vulnerabili, ci sradicano da un luogo sicuro ci troviamo  circondati da persone che sorridono o piangono ma in fondo circondati di emozioni. Perché dunque se nasci celeste non dovresti permettertele? 
Mi chiedo spesso se la longevità delle donne, statisticamente destinate a sopravvivere ai loro uomini, non sia dovuta al permesso di vivere le emozioni, di incarnarle addirittura, mentre i maschi, impediti precocemente a esprimerle e costretti poi anche a vergognarsene, ricevano in dono un miserabile cortocircuito cardiovascolare, in cambio di un altrettanto miserabile concetto: la virilità secondo gli altri.
Discutevo con lei sul passato quando un giorno mi disse “ tuo padre piangeva per com’eri” riferendosi alla mia omosessualità. 
“Gli uomini non piangono, mamma” risposi “ e se lo fanno, mentono alle donne sul vero motivo per cui lo fanno”. 

Quello fu il giorno in cui mi comprai un maglione rosa.

domenica 17 settembre 2017

Maschiario: piccolo bestiario di una educazione maschile cap2



Raptors, Pterodattile e....

C’è una fase della vita dei maschi in cui menar le mani diventa un modo per non toccarsi di continuo, di sfogare la rabbia che viene dalla ammonizione a “non far le femminucce” con cui improvvisamente veniamo circoncisi nel cuore dagli adulti. Impediti al pianto e alle emozioni che invece, proprio a quella età, sgorgano a fiotti. Senza la consolazione di un abbraccio cosa vuoi fare di fronte a una porta chiusa? Ci sbatti i pugni con tutta la forza che hai. Deve essere così che si sentì il  Parotti quando mi caricò come un bufalo e mi riempì di pugni. Era viola in faccia ma aveva i lacrimoni mentre le sue mani grasse e pesanti, sembravano moltiplicarsi a multipli di due sulla mia faccia sgomenta. Si ma perché proprio io?  Tutta la classe lo prendeva in giro per la sua ciccia tranne me che però, ero piuttosto risentito con lui perché mi rubava il pranzo di mano se ne aveva voglia. 

Quel giorno, uscendo da scuola doveva aver fatto il pieno di umiliazioni e quella risata che io avevo prodotto, per una battuta della mia compagna di banco bisbigliata  al suo passaggio,  gli doveva essere arrivata come uno schiaffo. Le ragazze urlavano e i maschi scommettevano e io provai a difendermi più che a “dargliene altrettante”,  come diceva papà,  perché il ragazzo grasso e stufo piangeva come nessun maschio, da cui le avevo prese a scuola, aveva mai fatto. Le sue lacrime e  il mio sangue dal naso, si erano mischiate a causa della vicinanza dei nostri visi e in quel brodo di dolore, finimmo per sentirci meno nemici.  A casa dissi che mi ero fatto male con la bici di un amico, perché anche li da un po, si discuteva con aria preoccupata sul fatto che io le prendessi sempre. 

Il giorno seguente, fu lui a fare il primo passo proprio mentre al suo solo avvicinarsi, mi ero già preparato al tonfo sordo delle sue mani paffute “ mi dispiace per ieri” disse allungandomi un panino di pacificazione che con un cenno della testa accettai senza replicare. Gli passai il compito di italiano e da quel giorno chiunque mi chiamasse “ricchione” sbatteva rovinosamente contro il corrimano delle scale nell’ora di ricreazione. Nella zuffa di quel pestaggio, io e lui ci eravamo trovati in un contatto fisico molto stretto e, vuoi per contenerlo, vuoi per l’aerodinamica goffa del nostro impaccio, ero finito per avercelo sopra in un modo che non mi lasciò altra scelta che cedere e, in quel cedimento abbracciato lo notai. Il Parotti aveva gli occhi azzurri più belli del mondo incastonati su fila di ciglia folte gialle e setose che bagnate erano diventate nere come quelle delle ragazze truccate. Lui, forse, aveva trovato l’abbraccio che gli era mancato.

Ecco una parte fondamentale della menomazione emotiva a cui sembrava non ci si potesse esimere per diventare uomini: mai mostrare le nostre emozioni, guai anche solo a provarne pubblicamente  ,soprattutto tra noi ma se proprio fosse accaduto, mai farne parola, meglio una scazzotttata virile. Le ragazze tra loro però continuavano a raccontare che i maschi non gli dicevano mai “ti voglio bene”.
Sembrava che maschi e femmine fossero cresciuti in famiglie separate, tipo famiglia che fa maschi non parla, famiglia che fa femmine non ascolta. Eppure, molte di loro avevano fratelli o sorelle e gli stessi genitori. Perché dunque le emozioni venivano consentite alle femmine e non ai maschi?
Se il Parotti aveva risolto a manate la sua frustrazione emotiva e le ragazze trovavano sollievo  alla stessa emozione confidandosi tra loro, io come avrei potuto sopravvivere fino alla quinta con la certezza di non poter dire a nessuno come mi sentivo nei confronti dei maschi?  
Nonostante le classi fossero miste, la quotidianità delle relazioni era nettamente separata tra maschi e femmine, tanto più a questo punto della nostra crescita in cui, gli ormoni giocavano agli autoscontri con gli uomini e le donne che saremo diventati!
I maschi, meno individualisti delle femmine si aggregavano sulla base del modello “fico” del tempo e della quantità di ragazze con le quali aumentavano le loro quotazioni nell’istituto. Istituto nel quale non mi era dato saper se fossi l’unico del mio “genere”.
Nella terra di mezzo che già è l’adolescenza, i maschi vengono chiamati “ alle armi” e le femmine “alle arti” e sebbene il progresso abbia modificato l’approccio ai modelli emotivi si sa che ogni evoluzione reclama la fine dei suoi dinosauri, prima di poter attuare il suo cambiamento reale. 
Più simili a Raptor incasinati voraci e violenti,  i maschi non nascono così, piuttosto sono forzati a diventarlo per soddisfare i modelli preistorici dei propri genitori. Le femmine volteggiavano come pterodattile sul nostro  casino, le zuffe e le corse costringendo quelli di noi attratti dal loro richiamo a guardarle per come erano: irraggiungibili e  sospese sopra di noi in un mondo leggero e parallelo dal quale i miei compagni erano giustamente convinti di essere esclusi. Raptor e Pterodattile e in mezzo, c’ero io: una sorta di indefinito dinosauro opportunista e incapace di volare o correre, destinato ad una estinzione, o peggio la causa di questa, come intendeva mia madre quando mi diceva:  se fossero tutti come te la razza umana si sarebbe già estinta. 

Ad estinguersi in quel periodo fu la mia voglia di studiare. Mi vedevo in una teca con le mie ossa tutte infilate nel fil di ferro circondato da bambini venuti al museo per vedere l’unico esemplare di Omosauro trovato fossile e vergine al tempo stesso.

venerdì 15 settembre 2017

Maschiario: piccolo bestiario di una educazione maschile. cap 1

Se c’è una cosa che mi è sempre piaciuta sono gli uomini. Croce e delizia del genere umano a cui sembrano appartenere, gli uomini sanno sempre farti dubitare proprio di questo e siccome, ho sposato il teorema che sia meglio il dubbio della certezza,  ecco che l’uomo per me, è diventato nel tempo il più appassionante soggetto delle mie curiosità. Forse dovrei dire i maschi dato che uomini è ciò che si diventa, ma poi tutti i maschi diventano uomini?
Questo annoso problema  fu il più ricco paniere di dubbi nel quale saziare la mia fame di risposte ed infine, il mio personale modo di ovviare, essendo maschio a mia volta, all’angosciosa responsabilità di “diventarlo”.
Certo, un significativo contributo alla perizia della mia investigazione me lo ha dato la natura che mi ha voluto precocemente incredulo sulla storia “delle patatine e dei pisellini". Come tutti i maschi del resto, ho passato più tempo col mio Pisellino in mano, che con il libro di grammatica e tantomeno, con le patatine di Tizia e Sempronia che, a parte quell’età in cui le femmine si alzano le gonne da sole, non ho mai più visto tanto facilmente.  Tra l’altro alla stessa età, le femmine per me, erano quelle “senza” e invece di fantasticare come i miei amichetti, sulla natura di quel vuoto, io  persi irrimediabilmente l’interesse.

Ero un bambino pratico, perciò non capivo perché dovessi darmi pena per una misteriosa creatura a cui mancava qualcosa, ma essendo sensibile sviluppai una certa dolcezza per quelle creature coi fiocchetti che non avevano, a mio avviso, niente da torturare per superare momenti di grave incertezza sul da farsi. Credevo che per questo, le femmine, si riunissero tra loro in gran numero finendo per tirarsi i capelli e piangere. In un certo senso, mi sembravano tutte uguali tant’è che, visto che nessuna di loro ce l’aveva e questo lo sapevo da mio fratello, decisi di sceglierne una come amica che avesse qualcosa che le altre non avevano. Gli animali mi sono sempre piaciuti perciò io, Patrizia e i suoi pidocchi, diventammo amici. Durò il tempo di un paio di settimane e due  shampoo al catrame che distrussero le mie immediate relazioni sociali di già precarie.

Quando ero ancora maschio ma non ancora uomo, presi molto seriamente l’ammonizione materna a “ non toccarmi”, forse anche perché il tempo passava e la gente intorno a me non era più divertita come prima dal vedermelo fare di continuo, anzi, mostrava segni di fastidio e riprovazione. Lo feci talmente scrupolosamente che alla ingiunzione di lavarmi rispondevo lavando tutto tranne quello. Le madri non sono mai contente, perciò se i miei indumenti risultavano troppo sporchi, la mia, nemmeno credeva che mi fossi lavato…ma voleva credessi alla storia della cecità, valle a capire tu. Una cosa era certa, non ero più bambino.
Le femmine, quando mi scappava di darmi una strizzatina, scappavano dicendomi cose brutte e le anziane mi apostrofavano. Che rimane ad un maschio in quel periodo? I suoi amici. 

Altri maschietti puzzolenti che si schifano delle femmine solo perché li  schifa di più il sapone, e coi quali si poteva allegramente fare i rutti, la lotta e  tirarsi il coso sentendosi fieri di essere tra quelli che “ce l’hanno”e se possibile, meglio se più lungo degli altri..  Che momento meraviglioso che è quello per i maschi! D’accordo, non saremo uomini ma chi ha fretta di fare, come loro, le smancerie alle ragazze  e di profumarsi come femmine per poi non poter giocare a rigori perché loro si annoiano? Io di sicuro non ne avevo, ne tantomeno presi bene il defilarsi progressivo dei miei amici dal “club delle puzzole” come ci chiamava ,mio papà. Che rimane ora  ad un maschio non più bambino, neanche uomo e senza amici ? Non ve lo dico neanche, arrivateci da soli.

Al ciglio del gran burrone, dove gli implumi maschi si lanciano attratti dallo starnazzare delle femmine, io, che non avevo orecchio musicale, rischiavo solo di sfracellarmi al suolo della dura verità: che le femmine non mi piacevano abbastanza da rischiare le penne!  Venne il tempo delle spiegazioni e compresi con una disgustosa visione longitudinale, presa dall’enciclopedia medica, che le femmine non erano proprio senza niente ma che a differenza nostra erano più brave di noi  a nascondere la loro natura. Come molti di noi dopo questa spiegazione mi toccai ma con motivazioni diverse credo. Per fortuna c’era l’ora di ginnastica dove potevo ritrovarmi tra gli amati miasmi dei miei compagni e dove Giovanni, con le sue mutande gonfie che al confronto tutti noi sembravamo femmine, cominciò a rendere  alquanto disagevole lo studio del flauto nell’ora di musica. Ebbi un momento di grande celebrità in quel tempo anche tra le femmine, poiché, fui il primo a radermi tra i miei compagni maschi. Mi parai davanti alle mutande gonfie di Giovanni col mio labbro superiore depilato al profumo di mentolo, in attesa della sua approvazione ma purtroppo, l’odiosa Gilda, aveva fatto sapere a tutti che si faceva la stessa cosa sulle gambe. Cosa potevano i miei tre peletti  sotto il naso contro  la lunga gamba di colei che mi soffiò l’interesse di Giovanni?

Con le mutande sgonfie quanto il mio morale, finii le medie senza un oggetto a cui rivolgere le mie attenzioni ne da cui riceverle, l’ora di ginnastica diventò una condanna e quella di musica un supplizio. La mattina degli esami , Giovanni non c’era e la Gilda si presentò piena di brufoli e con gli occhi rossi dal pianto. Giovanni le aveva spezzato il cuore e lei, che era stata la prima della classe per tre anni, uscì con un buono mentre io con un glorioso Distinto.  Giovanni fu bocciato e le sue mutande non gli furono di alcun aiuto nemmeno a finire le medie,  figurati a diventare uomo.
Non erano le femmine ad essere senza qualcosa, mi sbagliavo, lo erano i maschi. Ricordo di aver pensato:  i maschi con le mutande gonfie a cui piacciono le ragazze, nascono senza cuore? Almeno le medie erano finite e le superiori, si annunciavano come un ingresso nella società dei maschi quasi uomini. Società alla quale mi approccio come un imbucato ad una festa, con la paura cioè, che qualcuno avrebbe scoperto la natura tarocco del mio invito e mi avrebbe cacciato fuori a calci in culo. 
Per fortuna un paio di occhi azzurri vennero in mio soccorso.