domenica 24 settembre 2017

Maschiario: piccolo bestiario di una educazione maschile cap4: Carmen.

Durante il secondo anno di superiori, l’unico posto in cui mi sentivo a mio agio, era il cesso ma non nell’intervallo, dove i maschi giocano a chi ce l’ha più lungo e rompono le sicure delle porte o ti costringono a farla in quello a muro per vedere un pò come stai messo. Io ci andavo a tirar fiato durante le ore di lezione e a fare quello che non avrei mai fatto davanti a loro: la pipì.
Un altro orario buono era la mattina appena entrato, appena dopo il passaggio di Carmen, la bidella con la maglietta di paillettes stampate e i capelli talmente neri e ricci da sembrare un distributore di rotelle di liquirizia. “Mai una volta che facciate centro eh?” diceva Carmen a tutti noi, riferendosi alla ben nota abitudine maschile e quando uscivamo, terminava con un netto “ e lavati le mani”.
Carmen era una donna sveglia e aveva capito cosa c’era dietro ai miei  insoliti orari di visita ai bagni della scuola e aveva preso ad avere per me una amorevole attenzione chiamandomi “stella”. Un giorno mi dava una delle caramelle che teneva in tasca e altre volte, se vedeva entrare qualcuno dei soliti bulli, nella mia “capsula del tempo” entrava armata di spazzolone e lo scalcagnava fingendo di passare il pavimento. Uscendo mi strizzava l’occhio. 
Sebbene le sue attenzioni erano un conforto,  chiarirono anche l’evidenza della mia “singolarità”. 
Esonerato dall’ora di religione,  mi recavo in biblioteca dove non ero l’unico a trovare rifugio dall’angoscia di peccati ancora da compiere.  Una testolina riccia di capelli rossi e corti si sollevò con insolita lentezza mostrando un visetto truccassimo, al centro del quale, due fessure verdi e taglienti, circondate di eye-liner nero fissavano proprio me! 
Com’era diversa Simona da tutte le ragazze della scuola! Vestiva con cose larghe e sempre in pantaloni e ogni cosa che diceva o faceva, era priva della euforia e della frenesia tipica delle sue coetanee. Simona faceva tutto piano, ti guardava con calma e a lungo, come se ti vedesse davvero, parlava con la voce fioca e quando rideva, non faceva rumore. Prendemmo ad incontrarci li  e mentre tutti quelli che si sentivano migliori di noi, si sorbivano gli apostoli, noi ci parlavamo con gli occhi. Portava con se la tranquillità di chi aveva già avuto le risposte a quelle che per noi, erano ancora domande e fumava le sigarette con la voluttà delle dive del cinema muto. 
Anche i ragazzi gay si innamorano di una ragazza, solo che noi lo facciamo in modo “cinematografico” perché  uniamo l’impaccio naturale dei maschi al talento drammatico delle attrici nei film strappalacrime. E come queste finiamo tragicamente a farci male.
Simona mi aspettava ogni mattina per fumare di nascosto e per lei mi comprai un paio di scarpe “creeper” anche se erano di un numero in meno del mio, col solo desiderio di vederla fiera di me. Mi feci sospendere, beccato dal Preside in persona, solo per andarle a comprare, dal tabaccaio di fronte alla scuola, le sue sigarette preferite. Me lo aveva chiesto guardandomi coi suoi verdi occhietti scintillanti, che sembravano accendersi come un semaforo, quando voleva qualcosa da te.  
Carmen, la bidella, mi aveva fatto capire che la mia nuova amica, non aveva una buona reputazione e siccome ignorai i suoi consigli, smise di strizzarmi l’occhio. I maschi della mia classe, le stavano alla larga e anche le ragazze non la includevano ma a Simona, questo non sembrava fare nessun effetto. Era una di quelle ragazze che aveva già conosciuto come i maschi , una volta divenuti uomini possano farti soffrire dopo che hanno avuto ciò che volevano, perciò, ora che sapeva come andava il mondo, aveva deciso qualcosa. Si definivano “leggere” le ragazze come lei, ma io sentivo invece, il peso di una realtà che avrei condiviso con lei più tardi nel tempo: l’egoismo del desiderio maschile. 

Simona aveva saltato l’approccio coi ragazzi e coi suoi seni timidi e bianchissimi si era scontrata direttamente con gli uomini. Me lo raccontava,  mattina dopo mattina insieme a dettagli sul sesso che i ragazzi fantasticano di sapere ma che lei, raccontava con la cruda coscienza di una reporter di guerra: racconti  di ferite e vere e proprie battaglie in cui il cuore, ne usciva spesso sconfitto. Se i miei coetanei speravano di condividere la passione per il loro pisello con qualcuna come lei, a me era toccato il privilegio di accogliere le ferite del suo cuore. Una intimità del genere era persino impensabile per la maggior parte dei maschi e anche tra le femmine, assai rara, perciò, siccome i giovani sono stupidi ma gli adulti di più, si pensò per un periodo che io e lei fossimo fidanzati.
Me ne accorsi perché improvvisamente una sorta di rispetto idiota si era consolidata nei miei compagni e Carmen era insolitamente allegra. 

Fu perciò una gran sorpresa, quando quella mattina, entrai a scuola quasi ubriaco, con le sopracciglia completamente rasate e truccato come lei, da lei. Ci baciammo nell’atrio e poco dopo finimmo in presidenza dove fu chiaro un altro aspetto del diventare uomini e cioè che, come maschio  avrei potuto ubriacarmi senza incorrere in grandi rischi ma guai a usare i cosmetici! Simona ebbe una nota di demerito per il ritardo sulla entrata. 
Il preside fece una lunghissima reprimenda non tanto sulla puzza di whiskey che emanavo, quanto invece al grave imbarazzo in cui gettavo la scuola e la mia famiglia, vestendomi da donna!
Provai a dire che io ero solo truccato come il mito musicale del momento, Boy George, ma non ci fu niente da fare: oltre alle sopracciglia persi l’anno scolastico con un voto in condotta degno di un omicidio. 
Simona, piangeva a dirotto nei bagni con me, dato che Carmen in cambio di una lezione di trucco ci aveva offerto un momento di privacy, in attesa che i miei genitori venissero a prendermi. Piangevamo e ridevamo quando le comunicai che mi sarei ritirato dallo studio e lei mi disse “ non è giusto, in fondo non stavi poi così male, brutti stronzi”! - “ non è colpa tua, in fondo qui ci stavo di merda” ribattei debolmente. “ lo è invece,” disse facendosi seria, poi aggiunse “ ho accettato di fare sesso con un prof, mi aveva promesso che sarebbe intervenuto col Preside per te”.. Ci abbracciammo per l’ultima volta.
Il desiderio dei maschi, quando sono giovani è un desiderio stupido, veloce, vorace e basato sulla paura di doversi masturbare per una vita ma è niente, rispetto a quello che sono disposti a fare per soddisfarlo, quando diventano uomini. Simona la ragazza “leggera”,lo aveva capito e poteva aggiungere anche questo al suo pesante bagaglio di esperienza sui maschi. 


Dal momento che ero un maschio a cui piacevano i maschi e sarei diventato uomo mi chiesi  se  sarebbe toccato anche a me di credere, come Simona, alle bugie di un uomo che da me, voleva soltanto una cosa. Ma in fondo, quella cosa li la volevo anche io e molto.

venerdì 22 settembre 2017

Maschiario: piccolo bestiario di una educazione maschile cap 3: gli uomini non piangono

Il giorno che mi ci portarono, era un giorno in cui tutti erano felici. Si celebrava la nascita di una bambina e io ero stato incluso nella lista dei felici o meglio di quelli da cui ci si aspetta che lo siano. Gli ospedali, li avevo già visti a otto anni quando mi corressero un difetto del tendine di Achille con cui ero nato. 
Non fu una esperienza particolarmente drammatica e mi ero fatto amico di un bambino nato con le dita delle mani attaccate senza troppi drammi, mentre invece avevo preso malissimo la proiezione di Biancaneve! Essendo un reparto di ortopedia pediatrica, era logico che ci fossero bambini con problemi più seri del mio ma non fu facile vederlo.
Normalmente, i bambini vengono messi al riparo dalle realtà divergenti dalla linea delle favole che li vogliono circondati di persone felici e contente. Nessuno regala una bambola senza una gamba ad una bambina e ai maschi, al massimo si inceppa la ruota dell’automobilina, quindi i bambini, che devono credere a Babbo Natale, al nonno in cielo che galleggia, che il dottore  non ti fa male e il cagnolino che si è perso, non resta che improvvisare di fronte alle “differenze”. Nel migliore dei casi,  ti dicono di non fissare le persone sennò apprendi l’esistenza di chi “ non è normale” con la severa ammonizione a non prenderli in giro ma di “lasciarli in pace”. Quando entrai con la mamma , nella stanzetta dove avremmo dovuto vedere i sette nani felici che andavano a lavorare,  mi misi a piangere perché c’erano dei bambini con le gambe corte e piene di ferri e la mamma, mi spiegò che erano loro i nani, che quelli veri erano fatti così. Biancaneve aveva mentito.
Quando l’ascensore dell’ospedale si aprì, lo scenario che vidi era molto diversi da come me lo ricordavo, c’erano grandi passi colorati sul pavimento colori, tanti colori. No, in effetti solo due, rosa e celeste. 
“Qui nascono i bambini” mi venne detto, ma me lo potevano dire che appena nati, non siamo bellissimi! Ridevano tutti intorno alla parente sul letto e le anziane facevano versi che non avrei fatto nemmeno io ma non ci vedevo perché erano tutti più alti di me, così una voce disse “ vieni, avvicinati, vuoi salutare Alessandra”?
Il muro di adulti si squarciò aprendomi la visuale sulla parente sdraiata che tra le braccia, teneva un fagotto di coperta rosa piena di qualcosa di molto delicato a giudicare da come si muoveva piano, mentre si inclinava verso di me. Avanzai e rimasi paralizzato alla vista di  una creatura dalla pelle rattrappita e arrossata coi capelli neri che spalancava la bocca quasi a mangiarmi! Dopo un attimo di silenzio, le signorine col camice bianco, accorsero allarmate e  le vecchie zie si sedettero in preda a mancamento e una mi disse: “non lo sai che una volta eri così anche tu? Dato che un urlo non era bastato, ne feci un altro. Fui portato via e rimproverato nel corridoio da mio padre che mi disse “ sei un ometto ormai, non puoi metterti a strillare come una femmina, non farlo mai più”.
Soffocai gli ultimi singhiozzi e lasciai cadere le ultime lacrime sul maglione. Celeste.
Da quel giorno, quando le emozioni sconosciute mi travolgevano o quando prendevo qualche sberla o se cadevo e provavo dolore,  non piangevo più, piuttosto spingevo le labbra in avanti e rimanevo immobile e corrucciato anche per ore. 
I maschi non piangono aveva detto papà, perciò anni dopo, quando lui era morto non avevo versato una lacrima perché di anni ne avevo ventiquattro quando accadde, anche se allora ci si aspettava che piangessi e mi disperassi come per la neonata della parente.
Venne fuori che mio fratello, che aveva tre anni più di me era troppo emotivo per vederlo morto e mamma, era,  impegnata in un pianto dirotto, quindi entrai io nella sua stanza coi vestiti puliti e feci quello che c’era da fare.
La nascita e la morte, ci trovano impreparati e vulnerabili, ci sradicano da un luogo sicuro ci troviamo  circondati da persone che sorridono o piangono ma in fondo circondati di emozioni. Perché dunque se nasci celeste non dovresti permettertele? 
Mi chiedo spesso se la longevità delle donne, statisticamente destinate a sopravvivere ai loro uomini, non sia dovuta al permesso di vivere le emozioni, di incarnarle addirittura, mentre i maschi, impediti precocemente a esprimerle e costretti poi anche a vergognarsene, ricevano in dono un miserabile cortocircuito cardiovascolare, in cambio di un altrettanto miserabile concetto: la virilità secondo gli altri.
Discutevo con lei sul passato quando un giorno mi disse “ tuo padre piangeva per com’eri” riferendosi alla mia omosessualità. 
“Gli uomini non piangono, mamma” risposi “ e se lo fanno, mentono alle donne sul vero motivo per cui lo fanno”. 

Quello fu il giorno in cui mi comprai un maglione rosa.

domenica 17 settembre 2017

Maschiario: piccolo bestiario di una educazione maschile cap2



Raptors, Pterodattile e....

C’è una fase della vita dei maschi in cui menar le mani diventa un modo per non toccarsi di continuo, di sfogare la rabbia che viene dalla ammonizione a “non far le femminucce” con cui improvvisamente veniamo circoncisi nel cuore dagli adulti. Impediti al pianto e alle emozioni che invece, proprio a quella età, sgorgano a fiotti. Senza la consolazione di un abbraccio cosa vuoi fare di fronte a una porta chiusa? Ci sbatti i pugni con tutta la forza che hai. Deve essere così che si sentì il  Parotti quando mi caricò come un bufalo e mi riempì di pugni. Era viola in faccia ma aveva i lacrimoni mentre le sue mani grasse e pesanti, sembravano moltiplicarsi a multipli di due sulla mia faccia sgomenta. Si ma perché proprio io?  Tutta la classe lo prendeva in giro per la sua ciccia tranne me che però, ero piuttosto risentito con lui perché mi rubava il pranzo di mano se ne aveva voglia. 

Quel giorno, uscendo da scuola doveva aver fatto il pieno di umiliazioni e quella risata che io avevo prodotto, per una battuta della mia compagna di banco bisbigliata  al suo passaggio,  gli doveva essere arrivata come uno schiaffo. Le ragazze urlavano e i maschi scommettevano e io provai a difendermi più che a “dargliene altrettante”,  come diceva papà,  perché il ragazzo grasso e stufo piangeva come nessun maschio, da cui le avevo prese a scuola, aveva mai fatto. Le sue lacrime e  il mio sangue dal naso, si erano mischiate a causa della vicinanza dei nostri visi e in quel brodo di dolore, finimmo per sentirci meno nemici.  A casa dissi che mi ero fatto male con la bici di un amico, perché anche li da un po, si discuteva con aria preoccupata sul fatto che io le prendessi sempre. 

Il giorno seguente, fu lui a fare il primo passo proprio mentre al suo solo avvicinarsi, mi ero già preparato al tonfo sordo delle sue mani paffute “ mi dispiace per ieri” disse allungandomi un panino di pacificazione che con un cenno della testa accettai senza replicare. Gli passai il compito di italiano e da quel giorno chiunque mi chiamasse “ricchione” sbatteva rovinosamente contro il corrimano delle scale nell’ora di ricreazione. Nella zuffa di quel pestaggio, io e lui ci eravamo trovati in un contatto fisico molto stretto e, vuoi per contenerlo, vuoi per l’aerodinamica goffa del nostro impaccio, ero finito per avercelo sopra in un modo che non mi lasciò altra scelta che cedere e, in quel cedimento abbracciato lo notai. Il Parotti aveva gli occhi azzurri più belli del mondo incastonati su fila di ciglia folte gialle e setose che bagnate erano diventate nere come quelle delle ragazze truccate. Lui, forse, aveva trovato l’abbraccio che gli era mancato.

Ecco una parte fondamentale della menomazione emotiva a cui sembrava non ci si potesse esimere per diventare uomini: mai mostrare le nostre emozioni, guai anche solo a provarne pubblicamente  ,soprattutto tra noi ma se proprio fosse accaduto, mai farne parola, meglio una scazzotttata virile. Le ragazze tra loro però continuavano a raccontare che i maschi non gli dicevano mai “ti voglio bene”.
Sembrava che maschi e femmine fossero cresciuti in famiglie separate, tipo famiglia che fa maschi non parla, famiglia che fa femmine non ascolta. Eppure, molte di loro avevano fratelli o sorelle e gli stessi genitori. Perché dunque le emozioni venivano consentite alle femmine e non ai maschi?
Se il Parotti aveva risolto a manate la sua frustrazione emotiva e le ragazze trovavano sollievo  alla stessa emozione confidandosi tra loro, io come avrei potuto sopravvivere fino alla quinta con la certezza di non poter dire a nessuno come mi sentivo nei confronti dei maschi?  
Nonostante le classi fossero miste, la quotidianità delle relazioni era nettamente separata tra maschi e femmine, tanto più a questo punto della nostra crescita in cui, gli ormoni giocavano agli autoscontri con gli uomini e le donne che saremo diventati!
I maschi, meno individualisti delle femmine si aggregavano sulla base del modello “fico” del tempo e della quantità di ragazze con le quali aumentavano le loro quotazioni nell’istituto. Istituto nel quale non mi era dato saper se fossi l’unico del mio “genere”.
Nella terra di mezzo che già è l’adolescenza, i maschi vengono chiamati “ alle armi” e le femmine “alle arti” e sebbene il progresso abbia modificato l’approccio ai modelli emotivi si sa che ogni evoluzione reclama la fine dei suoi dinosauri, prima di poter attuare il suo cambiamento reale. 
Più simili a Raptor incasinati voraci e violenti,  i maschi non nascono così, piuttosto sono forzati a diventarlo per soddisfare i modelli preistorici dei propri genitori. Le femmine volteggiavano come pterodattile sul nostro  casino, le zuffe e le corse costringendo quelli di noi attratti dal loro richiamo a guardarle per come erano: irraggiungibili e  sospese sopra di noi in un mondo leggero e parallelo dal quale i miei compagni erano giustamente convinti di essere esclusi. Raptor e Pterodattile e in mezzo, c’ero io: una sorta di indefinito dinosauro opportunista e incapace di volare o correre, destinato ad una estinzione, o peggio la causa di questa, come intendeva mia madre quando mi diceva:  se fossero tutti come te la razza umana si sarebbe già estinta. 

Ad estinguersi in quel periodo fu la mia voglia di studiare. Mi vedevo in una teca con le mie ossa tutte infilate nel fil di ferro circondato da bambini venuti al museo per vedere l’unico esemplare di Omosauro trovato fossile e vergine al tempo stesso.

venerdì 15 settembre 2017

Maschiario: piccolo bestiario di una educazione maschile. cap 1

Se c’è una cosa che mi è sempre piaciuta sono gli uomini. Croce e delizia del genere umano a cui sembrano appartenere, gli uomini sanno sempre farti dubitare proprio di questo e siccome, ho sposato il teorema che sia meglio il dubbio della certezza,  ecco che l’uomo per me, è diventato nel tempo il più appassionante soggetto delle mie curiosità. Forse dovrei dire i maschi dato che uomini è ciò che si diventa, ma poi tutti i maschi diventano uomini?
Questo annoso problema  fu il più ricco paniere di dubbi nel quale saziare la mia fame di risposte ed infine, il mio personale modo di ovviare, essendo maschio a mia volta, all’angosciosa responsabilità di “diventarlo”.
Certo, un significativo contributo alla perizia della mia investigazione me lo ha dato la natura che mi ha voluto precocemente incredulo sulla storia “delle patatine e dei pisellini". Come tutti i maschi del resto, ho passato più tempo col mio Pisellino in mano, che con il libro di grammatica e tantomeno, con le patatine di Tizia e Sempronia che, a parte quell’età in cui le femmine si alzano le gonne da sole, non ho mai più visto tanto facilmente.  Tra l’altro alla stessa età, le femmine per me, erano quelle “senza” e invece di fantasticare come i miei amichetti, sulla natura di quel vuoto, io  persi irrimediabilmente l’interesse.

Ero un bambino pratico, perciò non capivo perché dovessi darmi pena per una misteriosa creatura a cui mancava qualcosa, ma essendo sensibile sviluppai una certa dolcezza per quelle creature coi fiocchetti che non avevano, a mio avviso, niente da torturare per superare momenti di grave incertezza sul da farsi. Credevo che per questo, le femmine, si riunissero tra loro in gran numero finendo per tirarsi i capelli e piangere. In un certo senso, mi sembravano tutte uguali tant’è che, visto che nessuna di loro ce l’aveva e questo lo sapevo da mio fratello, decisi di sceglierne una come amica che avesse qualcosa che le altre non avevano. Gli animali mi sono sempre piaciuti perciò io, Patrizia e i suoi pidocchi, diventammo amici. Durò il tempo di un paio di settimane e due  shampoo al catrame che distrussero le mie immediate relazioni sociali di già precarie.

Quando ero ancora maschio ma non ancora uomo, presi molto seriamente l’ammonizione materna a “ non toccarmi”, forse anche perché il tempo passava e la gente intorno a me non era più divertita come prima dal vedermelo fare di continuo, anzi, mostrava segni di fastidio e riprovazione. Lo feci talmente scrupolosamente che alla ingiunzione di lavarmi rispondevo lavando tutto tranne quello. Le madri non sono mai contente, perciò se i miei indumenti risultavano troppo sporchi, la mia, nemmeno credeva che mi fossi lavato…ma voleva credessi alla storia della cecità, valle a capire tu. Una cosa era certa, non ero più bambino.
Le femmine, quando mi scappava di darmi una strizzatina, scappavano dicendomi cose brutte e le anziane mi apostrofavano. Che rimane ad un maschio in quel periodo? I suoi amici. 

Altri maschietti puzzolenti che si schifano delle femmine solo perché li  schifa di più il sapone, e coi quali si poteva allegramente fare i rutti, la lotta e  tirarsi il coso sentendosi fieri di essere tra quelli che “ce l’hanno”e se possibile, meglio se più lungo degli altri..  Che momento meraviglioso che è quello per i maschi! D’accordo, non saremo uomini ma chi ha fretta di fare, come loro, le smancerie alle ragazze  e di profumarsi come femmine per poi non poter giocare a rigori perché loro si annoiano? Io di sicuro non ne avevo, ne tantomeno presi bene il defilarsi progressivo dei miei amici dal “club delle puzzole” come ci chiamava ,mio papà. Che rimane ora  ad un maschio non più bambino, neanche uomo e senza amici ? Non ve lo dico neanche, arrivateci da soli.

Al ciglio del gran burrone, dove gli implumi maschi si lanciano attratti dallo starnazzare delle femmine, io, che non avevo orecchio musicale, rischiavo solo di sfracellarmi al suolo della dura verità: che le femmine non mi piacevano abbastanza da rischiare le penne!  Venne il tempo delle spiegazioni e compresi con una disgustosa visione longitudinale, presa dall’enciclopedia medica, che le femmine non erano proprio senza niente ma che a differenza nostra erano più brave di noi  a nascondere la loro natura. Come molti di noi dopo questa spiegazione mi toccai ma con motivazioni diverse credo. Per fortuna c’era l’ora di ginnastica dove potevo ritrovarmi tra gli amati miasmi dei miei compagni e dove Giovanni, con le sue mutande gonfie che al confronto tutti noi sembravamo femmine, cominciò a rendere  alquanto disagevole lo studio del flauto nell’ora di musica. Ebbi un momento di grande celebrità in quel tempo anche tra le femmine, poiché, fui il primo a radermi tra i miei compagni maschi. Mi parai davanti alle mutande gonfie di Giovanni col mio labbro superiore depilato al profumo di mentolo, in attesa della sua approvazione ma purtroppo, l’odiosa Gilda, aveva fatto sapere a tutti che si faceva la stessa cosa sulle gambe. Cosa potevano i miei tre peletti  sotto il naso contro  la lunga gamba di colei che mi soffiò l’interesse di Giovanni?

Con le mutande sgonfie quanto il mio morale, finii le medie senza un oggetto a cui rivolgere le mie attenzioni ne da cui riceverle, l’ora di ginnastica diventò una condanna e quella di musica un supplizio. La mattina degli esami , Giovanni non c’era e la Gilda si presentò piena di brufoli e con gli occhi rossi dal pianto. Giovanni le aveva spezzato il cuore e lei, che era stata la prima della classe per tre anni, uscì con un buono mentre io con un glorioso Distinto.  Giovanni fu bocciato e le sue mutande non gli furono di alcun aiuto nemmeno a finire le medie,  figurati a diventare uomo.
Non erano le femmine ad essere senza qualcosa, mi sbagliavo, lo erano i maschi. Ricordo di aver pensato:  i maschi con le mutande gonfie a cui piacciono le ragazze, nascono senza cuore? Almeno le medie erano finite e le superiori, si annunciavano come un ingresso nella società dei maschi quasi uomini. Società alla quale mi approccio come un imbucato ad una festa, con la paura cioè, che qualcuno avrebbe scoperto la natura tarocco del mio invito e mi avrebbe cacciato fuori a calci in culo. 
Per fortuna un paio di occhi azzurri vennero in mio soccorso.

lunedì 15 agosto 2016

Tutti pazzi per gli atleti.

Nel casino di questi tempi  abbiamo avuto anche le olimpiadi e non sembra vero che tra un attentato e una brexit tra Trump e la sua lacca,  una Hilary troppo ilare  un doping punito come un femminicidio è più femminicidio che doping siamo anche riusciti a trasformare questo evento in un grande catalizzatore di sogni. Mica come una volta, che era sport e basta e se ti piace bene sennò anche chissene: stavolta hanno voluto strafare. 
I media ci hanno impedito di fregarcene dello sport (sapevano che in molti non ci tengono affatto), raccontandoci le storie commoventi di atleti senza milze che si tuffano anche senza schiena o ginnaste adolescenti con passati famigliari tragici, che risolvono la propria rabbia a suon di capriole della serie: se non vi piace lo sport siete pure delle stronze senza cuore con tutta la fatica che hanno fatto questi atleti e la dura vita vissuta mentre voi mangiavate carboidrati!! 
La fabbrica dei sogni non dorme mai e dopo il culo di Belen o le balle di Beckham ci propone di darci allo sport per risolvere le nostre sfighe invece che al bisturi o alla solita Crema spalmabile. 
Dopo l'ice buklet ( le secchiate ghiacciate) dell'anno scorso, possiamo rimettere il ghiaccio nel solito Martini e fare ventidue flessioni al giorno per i veterani di guerra, ovviamente in "diretta video" e nomination o purché ci muoviamo dal divano, anche catturare dei pokemon sulla torre degli Asinelli o in tangenziale. 
Insomma, che ci frega degli attentati e delle crisi umanitarie, lo sport ci chiama: corri, fletti, crossa o catch 'em all ma basta che non sei grassa malata o sfigata senza neanche che ne so la grinta di tuffarti dalla tromba delle scale! 
D'altra parte i soldi spesi esigevano interesse come quelli per le bombe vogliono i morti per cui si vendono e nessuna arma ammazza come i "sogni"che la Superclasse ci vuole vendere attraverso i media!!! 
E io?
Beh, ci ho provato a non fregarmene e anche a farlo, a portare la mia pochezza atletica e intellettuale come un vessillo di una qualche normalità ..ma poi mi sono ritrovato in costume da bagno a piangere per non aver sfogato la rabbia in palestra. 
Che se avessi un muscolo per ogni amarezza della vita famigliare, sarei scritturata per fare la versione gay di Xena la principessa guerriera con gli addominali più duri dello smalto shellac!!!!
Ma allora perché non ho inseguito il mio sogno? 
Perché sono a Rimini invece che a Rio?
Perché invece di avere la sensazione di aver nuotato più veloce pur arrivando terza, ho la certezza di avere l'enfisema non appena l'acqua mi fa galleggiare?
Perché signora mia nei sogni non c'è da esser tirchie e io probabilmente, essendo nato a Genova non ho potuto  proprio evitarlo. 
Perché persino ora che mentre cammino sento qualcosa che ondeggia sotto le costole, sono indecisa. 
Saranno le "olive"che si muovono o il giro vita ???
Ed ecco un altro punto focale: i sogni esigono precisione ...e se non sei etero  la precisione oserei definirla persino "chirurgica", anche se non come quelle che potendo farsi tutto lo fanno..finendo a sembrare incubi invece che sogni eh?
Quindi come cazzo fai a inseguire i tuoi sogni se come me quando dormi non ne fai o sei insonne o sogni ad occhi aperti e sembri anche scema ?
Ci provi, realizzando tutt'al più quello di qualcun'altro fino a quando non te ne accorgi o se ne accorge lui, magari, ti limiti a tenere d'estate un braccio sempre sulla pancia come se si fosse fuso con l'ombelico perché tu l'allenatore non ce l'hai. A te ti allena la metropolitana. 
Non ce l'ha, i uno che ti dice che trenta metri di altezza non sono mica tanto o che quel progetto, è talmente folle che ci metterebbe i soldi che tu non hai, più facilmente avrai uno che ti dice "a te non ti basta mai eh "?! O che " ma vai ancora a fare quella cosa là? Di nuovo? No beh, sarei andato la settimana scorsa...
Quel tuffatore sarà anche senza milza e avrà seguito il suo sogno ma intanto ha avuto sedici equipe mediche tipo robocop e di certo una volta che si è rimesso qualcuno gli avrà detto: crederai mica che ti abbiamo aggiustato per amore? Salta!!!!
Che a noi quando ci steccano il dito pollice destro, oltretutto ci abbiamo chi ci dice con la camicia da stirare.." Ma cazzo ci vuole a stirarla lo stesso"?
Si, amiche, olimpiadi un cazzo! 
Sogni un cazzo!
Forza di volontà un cazzo!!!
Noi non siamo sceme...e anche se Facebook continuava a dirci "non stai più nella pelle per le Olimpiadi?", noi lo sappiamo già per cosa non ci stiamo più nella pelle...maledetta parmigiana !!! D'accordo magari l'ora di ginnastica alle medie potevamo anche farla così come quella di religione ma Cristo..sarà quello??
Noi che siamo sopportatrici Olimpiche di rotture di palle, tuffatrici dai trampolini delle altrui paranoie,  nuotatrici sincronizzate delle scadenze  col sorriso e lanciatrici del peso coniugale, noi non siamo delle sfigate che non hanno dato una direzione ai propri orizzonti. Siamo giavellotte della pazienza in lungo!!
Non ci serve una nonna che ci mandi ad atletica con la sua pensione perché la mamma si droga ( casomai al massimo la mia poteva insegnarmi a imbastire le pieghe piatte )
Non ci deve un sogno da realizzare a calci in culo se poi quello che avremo magari il coraggio di proporci  ci farebbe giudicate da tutti troie, pazze o stronze   o tutte e tre le cose insieme!
Non ci servono gli amici di Maria, che si fotta anche lei, né gli uomini e le donne senior ( che ci basta andare sul tram per litigare coi vecchi), come neanche d'essere fatte a pezzi da un chirurgo come un arrosto. 
A noi serve la verità e cioè che col cazzo che la Loren e' diventata attrice soffiandosi il naso per caso, o che Belen e' nata così e le modelle sono magre di costituzione Ci serve che ammettano che un atleta non ha inseguito il suo sogno ma piuttosto e' inseguito dai sogni di altri. E che certi sogni non sono affatto disponibili a tutti. 
A noi ci manca una cazzo di Federazione che ci riconosca così come siamo 
perché l'ultima volta che abbiamo detto a qualcuno "sai, ho un sogno" ci hanno chiesto "dai, e cosa mangiamo stasera?






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Tutti pazzi per gli atleti.

Nel casino di questi tempi  abbiamo avuto anche le olimpiadi e non sembra vero che tra un attentato e una brexit tra Trump e la sua lacca,  una Hilary troppo ilare  un doping punito come un femminicidio è più femminicidio che doping siamo anche riusciti a trasformare questo evento in un grande catalizzatore di sogni. Mica come una volta, che era sport e basta e se ti piace bene sennò anche chissene: stavolta hanno voluto strafare. 
I media ci hanno impedito di fregarcene dello sport (sapevano che in molti non ci tengono affatto), raccontandoci le storie commoventi di atleti senza milze che si tuffano anche senza schiena o ginnaste adolescenti con passati famigliari tragici, che risolvono la propria rabbia a suon di capriole della serie: se non vi piace lo sport siete pure delle stronze senza cuore con tutta la fatica che hanno fatto questi atleti e la dura vita vissuta mentre voi mangiavate carboidrati!! 
La fabbrica dei sogni non dorme mai e dopo il culo di Belen o le balle di Beckham ci propone di darci allo sport per risolvere le nostre sfighe invece che al bisturi o alla solita Crema spalmabile. 
Dopo l'ice buklet ( le secchiate ghiacciate) dell'anno scorso, possiamo rimettere il ghiaccio nel solito Martini e fare ventidue flessioni al giorno per i veterani di guerra, ovviamente in "diretta video" e nomination o purché ci muoviamo dal divano, anche catturare dei pokemon sulla torre degli Asinelli o in tangenziale. 
Insomma, che ci frega degli attentati e delle crisi umanitarie, lo sport ci chiama: corri, fletti, crossa o catch 'em all ma basta che non sei grassa malata o sfigata senza neanche che ne so la grinta di tuffarti dalla tromba delle scale! 
D'altra parte i soldi spesi esigevano interesse come quelli per le bombe vogliono i morti per cui si vendono e nessuna arma ammazza come i "sogni"che la Superclasse ci vuole vendere attraverso i media!!! 
E io?
Beh, ci ho provato a non fregarmene e anche a farlo, a portare la mia pochezza atletica e intellettuale come un vessillo di una qualche normalità ..ma poi mi sono ritrovato in costume da bagno a piangere per non aver sfogato la rabbia in palestra. 
Che se avessi un muscolo per ogni amarezza della vita famigliare, sarei scritturata per fare la versione gay di Xena la principessa guerriera con gli addominali più duri dello smalto shellac!!!!
Ma allora perché non ho inseguito il mio sogno? 
Perché sono a Rimini invece che a Rio?
Perché invece di avere la sensazione di aver nuotato più veloce pur arrivando terza, ho la certezza di avere l'enfisema non appena l'acqua mi fa galleggiare?
Perché signora mia nei sogni non c'è da esser tirchie e io probabilmente, essendo nato a Genova non ho potuto  proprio evitarlo. 
Perché persino ora che mentre cammino sento qualcosa che ondeggia sotto le costole, sono indecisa. 
Saranno le "olive"che si muovono o il giro vita ???
Ed ecco un altro punto focale: i sogni esigono precisione ...e se non sei etero  la precisione oserei definirla persino "chirurgica", anche se non come quelle che potendo farsi tutto lo fanno..finendo a sembrare incubi invece che sogni eh?
Quindi come cazzo fai a inseguire i tuoi sogni se come me quando dormi non ne fai o sei insonne o sogni ad occhi aperti e sembri anche scema ?
Ci provi, realizzando tutt'al più quello di qualcun'altro fino a quando non te ne accorgi o se ne accorge lui, magari, ti limiti a tenere d'estate un braccio sempre sulla pancia come se si fosse fuso con l'ombelico perché tu l'allenatore non ce l'hai. A te ti allena la metropolitana. 
Non ce l'ha, i uno che ti dice che trenta metri di altezza non sono mica tanto o che quel progetto, è talmente folle che ci metterebbe i soldi che tu non hai, più facilmente avrai uno che ti dice "a te non ti basta mai eh "?! O che " ma vai ancora a fare quella cosa là? Di nuovo? No beh, sarei andato la settimana scorsa...
Quel tuffatore sarà anche senza milza e avrà seguito il suo sogno ma intanto ha avuto sedici equipe mediche tipo robocop e di certo una volta che si è rimesso qualcuno gli avrà detto: crederai mica che ti abbiamo aggiustato per amore? Salta!!!!
Che a noi quando ci steccano il dito pollice destro, oltretutto ci abbiamo chi ci dice con la camicia da stirare.." Ma cazzo ci vuole a stirarla lo stesso"?
Si, amiche, olimpiadi un cazzo! 
Sogni un cazzo!
Forza di volontà un cazzo!!!
Noi non siamo sceme...e anche se Facebook continuava a dirci "non stai più nella pelle per le Olimpiadi?", noi lo sappiamo già per cosa non ci stiamo più nella pelle...maledetta parmigiana !!! D'accordo magari l'ora di ginnastica alle medie potevamo anche farla così come quella di religione ma Cristo..sarà quello??
Noi che siamo sopportatrici Olimpiche di rotture di palle, tuffatrici dai trampolini delle altrui paranoie,  nuotatrici sincronizzate delle scadenze  col sorriso e lanciatrici del peso coniugale, noi non siamo delle sfigate che non hanno dato una direzione ai propri orizzonti. Siamo giavellotte della pazienza in lungo!!
Non ci serve una nonna che ci mandi ad atletica con la sua pensione perché la mamma si droga ( casomai al massimo la mia poteva insegnarmi a imbastire le pieghe piatte )
Non ci deve un sogno da realizzare a calci in culo se poi quello che avremo magari il coraggio di proporci  ci farebbe giudicate da tutti troie, pazze o stronze   o tutte e tre le cose insieme!
Non ci servono gli amici di Maria, che si fotta anche lei, né gli uomini e le donne senior ( che ci basta andare sul tram per litigare coi vecchi), come neanche d'essere fatte a pezzi da un chirurgo come un arrosto. 
A noi serve la verità e cioè che col cazzo che la Loren e' diventata attrice soffiandosi il naso per caso, o che Belen e' nata così e le modelle sono magre di costituzione Ci serve che ammettano che un atleta non ha inseguito il suo sogno ma piuttosto e' inseguito dai sogni di altri. E che certi sogni non sono affatto disponibili a tutti. 
A noi ci manca una cazzo di Federazione che ci riconosca così come siamo 
perché l'ultima volta che abbiamo detto a qualcuno "sai, ho un sogno" ci hanno chiesto "dai, e cosa mangiamo stasera?






Inviato da iPhone

mercoledì 4 novembre 2015

La banda del 52: ringraziamenti.

Ogni racconto si dice debba rispondere all'imperativa domanda: perché merita di essere raccontato. Trattandosi di esperienze personali, non è stato facile per me rispondere senza cadere in un delirio di presunzione o nella banalità di fatti poco interessanti, tuttavia, credo  che proprio l'esperienza sia il punto. Viviamo in un tempo assai turbolento, dove le discussioni circa la "differenza", si fanno accese se questa non è conforme ma anche in un tempo che spinge tutti a farla se si tratta di rispondere alla norma che ci vuole produttivi e di successo, come anche, a riconoscere la propria  l'unicità e perseguirla per realizzare i propri sogni.    Così le unicità di ciascuno, gli "io" che una volta formavano i "noi", restano sospese in un dilemma circa la propria espressione piena e la relativa spinta a generare "un altro". 
Questa spinta uguale e contraria, unitamente alla difficoltà delle famiglie a restare unite dato che i singoli perseguono come dovuta la propria idea di unicità senza dargli uno scopo preciso nel tempo e nella forma, ha creato una confusione tale, che differenza e unicità, non sono più parte di un processo generativo, ma anzi sembrano implodere nei singoli come nella comunità. 

L'esperienza più consueta di questo mix emotivo è il rifiuto. Degli adulti di essere pienamente responsabili e dei figli di esserlo prima ancora di esserne pronti. Fortunatamente la vita mi ha dimostrato come essa sia in grado di "riequilibrare", di compensare, seppur lentamente, ad ogni scempiaggine degli esseri umani. Un esempio? Nonostante secoli di depredazioni e sfruttamento il nostro pianeta ha approntato sistemi ( non indolori ahimè ma come potevano esserlo) per restare "adatto alla vita", tutt'ora validi. 
Mi sono chiesto se questo imperativo adattivo non fosse poi l'essenza della vita stessa e se anche nelle relazioni umane, la vita  non avesse usato gli stessi sistemi. Scavando nei ricordi, ho scoperto che era possibile, che lo era stato per me, e dato che non mi ritengo un campione punto zero ho la sensazione che ciò che è valso per me potesse valere anche per altri. 

La nuova tendenza  con cui l'idea di felicità è stata abbinata a possesso materiale o a rigide forme di appartenenza ha creato famiglie chiuse e società materialistiche ma anche una lotta tra schemi famigliari e tra singoli, che ha di fatto interrotto quell'apporto di  "estranei" che nelle famiglie di un tempo era invece favorito e che a mio avviso, rispondeva all'esigenza riparativa della vita. 
I gruppi di ragazzi o le zie o gli amici di famiglia avevano la capacità di assorbire le "differenze" e di garantire ad ogni "diverso" generato da uguali di essere identificato, protetto e aiutato a svilupparsi. Eventualmente in casi di famiglie o società repressive, queste "altre persone" potevano di fatto anche salvarli dalla crudeltà con cui la paura spinge le persone ad agire nei confronti dei non conformi, essendolo loro stessi stati a suo tempo. 
Perché una cosa è certa, i portatori di differenza, e non per forza sessuale, sono sempre esistiti e laddove non siano stati rinchiusi o uccisi hanno avuto ruoli fondamentali nella tutela di quella che andrebbe chiamata come merita e cioè "la varietà della specie". Più naturale di questo non so cosa dovrebbe esserci al mondo. Di fatto da solo il concetto di varietà annullerebbe tutte le accese discussioni su cosa farne di coloro che ne portano un tratto più distinto, così come renderebbe ridicoli  come meritano, tutti gli appelli alla "natura" che i detrattori delle unicità fanno per definirci contro di essa. 
Già, ma come raccontare una cosa così complessa in modo semplice?
In questo, il concetto di condominio così come ve l'ho illustrato, mi è sembrato rispondere appieno al bisogno di un luogo che avreste potuto riconoscere, inoltre popolato, da tipi di persone realmente esistite sebbene uniche, facili da recuperare nell'esperienza di ciascuno. 

Il tipo di differenza che io portavo non ha avuto un ruolo più importante di quella che portavano Maurizio o Fabio ad esempio e questo, determina un altro fattore che ho ritenuto fondamentale: non ci sono gradi di differenza peggiori o migliori ma solo singoli modi in cui si esprimono, alcuni più evidenti di altri e basta. 

Il gioco e il concetto di banda sono stati veicoli reali di un "addestramento istintivo" che vide me e i miei compagni integrare non le differenze ma le " competenze" e questo introduce un altro motivo per cui questa storia doveva essere raccontata: non è nel creare un posto a parte che si aiutano le persone giovani a sviluppare con dignità e sicurezza la propria unicità ma in un concetto di comunanza basato sulle capacità singole e sulla coscienza che prima o poi la nostra unicità nel mondo dovrà anche fare il suo giusto rumore. 

Alessandro, Giuseppe, Alex e Marcolino erano anche loro rumorosamente unici e diversi come lo ero io, ciò che rendeva la loro esperienza diversa dalla mia era solo il "permesso" a dimostrarci  tali che le nostre famigli ci accordavano o meno, in virtù del coraggio con cui queste erano o meno capaci di scorgere il proprio ruolo nella nostra natura. 
Se le famiglie avessero la coscienza che " generare" non significa fare ma lasciare che venga fatto avremo più figli e genitori felici.
Quando dico lasciar fare, non intendo parlare di noncuranza educativa ma dell' opportuno rispetto per il ruolo della vita nella faccenda: si decide di avere figli ma è la vita, a formarne la meravigliosa caratteristica con cui verranno alla luce, la quale, non assolve a nient'altro che a se stessa e forse, ad un disegno più grande persino di noi tutti. Perché dunque spesso i genitori scorgendo i segnali di una meravigliosa unicità se ne dimostrano preoccupati? In chi questi segnali aprono una discussione se non in noi? Ecco perciò che i "per il tuo bene" appaiono per ciò che spesso sono: una menzogna.
 
Certamente, i genitori amorevoli consigliano ma anche si devono aprire a sentieri nuovi e questo non può essere indolore. Il problema è che il dolore se non inquadrato come veicolo di cambiamento delle nostre convinzioni diventa capace solo di generare e ridistribuire se stesso in un circolo che annienta fiducia, amore e sviluppo. 
So di essere stato forse un po duro nel descrivere i genitori in questo racconto, i miei come quelli degli altri, ma ciò che contava era proprio farveli vedere come li vedevo a quella età e nelle condizioni in cui i loro "permessi" me li mostravano. 
Per quanto riguarda il mio genere di differenza ho volutamente dato alcuni connotati legati alla sessualità e so che per molti leggere di erezioni o  pornografia o comunque di espliciti sessuali, in un tema diciamo morale non fa piacere ma spero avrete potuto cogliere come anche quello alla età in cui è vissuto passa per profonde e turbolente emozioni che nessuna educazione per quanto repressiva può domare e che anche queste sono facilmente recuperabili nella esperienza singola di tutti. 

In ultimo, desidero affermare che il motivo più importante per cui ho voluto raccontare questa storia di un ragazzino  e dei suoi splendidi amici è quella di dare a loro il risalto che meritano: alla fine la cosa più semplice di tutte: l'amicizia. 
Amicizia nella quale potersi anche scoprire gay o rossi di capelli senza grossi turbamenti e soprattutto in modo graduale per tutti ma priva di quella odiosa componente che oggi vede molti giovani avversati dai propri coetanei: la paura delle proprie emozioni. 

Ringrazio Giuseppe per la sua dolcezza virile e per aver probabilmente determinato in me un modello non solo fisico di uomo gradevole ma soprattutto un modello emotivo sano, aperto è libero. Di questo non finirò mai di ringraziarlo per la sua unicità fisica e di cuore. 
Ringrazio Alessandro per avermi insegnato l'audacia e il gusto per l'avventura temeraria che ha ridotto di moltissimo la grandezza del mondo agli occhi di un ragazzo gracile e  disagiato fisicamente. Anche a lui devo la convinzione che il corpo è soggetto alla volontà dello spirito che contiene ma è più resistente di come me lo avevano fatto credere. Dalla sua unicità ho appreso il coraggio. 
Ringrazio Alex infinitamente per avermi insegnato il gusto di riderci sopra il più possibile, per avermi fatto dono di suo fratello Maurizio dalla cui unicità ho imparato a non aver paura di dire ti voglio bene se lo sento. Da Alex invece ho preso la mia ironia e la capacità di arrossire. 
Ringrazio Fabio mio preziosissimo amico speciale per avermi permesso di costruire una immaginazione più ampia con la quale ho potuto mostrargli il mondo che sembrava spaventarlo, spero come un posto meraviglioso, ricco di altre persone come lui e me da incontrare anche se siamo sempre rimasti in una stanza. Dalla sua unicità ho avuto la voglia di scrivere.  Sua madre per avermi aperto la porta del suo appartamento senza tener conto della mia "stranezza" è permesso di gustare le sue merende colme di tutto il suo rammarico per gli errori fatti, ma anche della straordinaria volontà di ripararli come poteva: da lei ho imparato il valore del pentimento autentico che non ripara ma che  ci prova fino alla fine. 
Ringrazio Marcolino e sua sorella per avermi mostrato quanto avevamo bisogno e diritto di esprimerci è come fosse difficile farlo con genitori nevrotici. 
Ringrazio Federica per avermi insegnato il mare e per aver sfidato le regole che ci volevano troppo distanti di età per essere amici. Dalla sua unicità ho imparato a imparare dai piccoli. 
Non posso dimenticare di ringraziare la vita, per aver creato la Pineta e quest'ultima, per aver accolto suo malgrado il 52 e il suo "capitale umano", me incluso. Dalla sua unicità ho imparato che la vita offre riparo da ogni pericolo e accoglie in ciò che spaventa, come un bosco, altre creature come noi di cui si prende cura.

Qualunque sia la vostra unicità rendetela piena e pulsante, riconoscetela nei vostri figli e accogliete le prime  emozioni negative che susciterà in voi dopodiché fermatevi e assistete allo spettacolo della vita fino a quando sarete desiderosi di parteciparvi e fieri di averla portata nel mondo.

Mi auguro con questo racconto di poter finalmente assolvere al compito più onorevole che l'unicità richiede: smettere di parlare di me conservando il privilegio di portarla ancora curioso di come saprà cambiare colore ma molto meno preoccupato. 

A voi che avete letto tutto ciò, posso solo dire grazie per aver fatto un sentiero tanto sconnesso data la mia limitata capacità letteraria, con la curiosità di sapere non solo come ho fatto a crescere o cosa ho vissuto ma come ciò nel bene e nel male non mi ha impedito di risplendere nella mia unicità: di diventare un adulto imperfetto adatto alla vita. Sappiate che questa opportunità vale anche per voi se volete. 
Ora auguratemi, dopo essermi speso molto a raccontarmi, di poter ancora scrivere storie interessanti e se, leggendomi, aveste avuto idea di quale sia la vostra unicità ma non sapeste come possa essere d'aiuto a qualcuno, allora provate a raccontarmela privatamente. 
Raccontatemi, raccontiamoci nella certezza che l'esperienza di uno può aiutare molti. Perché una storia merita di essere raccontata? Perché il suo raggio d'azione può raggiungere tutti i cerchi concentrici che l'hanno formata e che sono formati da esseri umani che solo tramite l'esperienza reciproca possono diventare coscienti del loro posto nel mondo e sentirsi liberi di essere portatori o generatori di unicità.  
Vi abbraccio. 
Stan. 


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