giovedì 16 settembre 2010

"api regine,cicale e fuchi" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 13



I mesi passavano, e io ricevevo ogni mese un orsetto trudi della collezione streetbears, (in tutto 6), dal mio fidanzato. Sapendo che la collezione finiva al sesto, pensai di dovermi sbrigare.

A quel tempo, tutto il mio essere era proiettato nel desiderio di “rifarmi una famiglia”, e secondo la legge di attrazione, le cose si disponevano esattamente così.

Cosa mi portava verso lo stare in coppia? Perchè, invece, non assaporare fino in fondo la tanto agognata libertà?

Il vantaggio della diversità, è anche quello di avere più opzioni di vita possibile, rispetto alla condizione che ci vorrebbe tutti obbligati a riprodurci, pertanto a fungere da strumento caduco di diffusione dei nostri geni, abbiamo infatti grazie al limite imposto da una natura bizzarra o saggia, non saprei, il privilegio di pensare alla nostra vita come ad una esplorazione “non finalizzata.” Senza le pressioni esterne che riceviamo, questo sarebbe un modo più lussuoso di vivere, a mio avviso, ma la “colonia umana” che tutti ci comprende ma non tutti ci accoglie, condiziona tale libertà, spingendoci quindi ad una qualche definizione. Per tale motivo, ho individuato alcune tipologie di gay, in relazione al bisogno di coppia, o alla sua negazione totale. La mia osservazione della natura, che imprudentemente mi aveva “girato le spalle”, e l'amore per le favole, me le fanno immaginare così.

  1. Le formiche, sono gay “operosi” di aspetto banale, che “militano” nei gruppi culturali e nei movimenti sociali. Organizzano modeste colonie e condividono i frutti del proprio lavoro. Generalmente impostano rapporti durevoli e solidali non senza divagazioni. L'atteggiamento è laconico,tendente alla pallosità.

  2. Le cicale, sono gay “frivoli”, non amano riunirsi in colonie, ma sono parassiti paganti dello stesso nido, dotato di ogni confort, compresi saune e bagniturchi, e salette relax. Di aspetto sfavillante, si contemplano l'un l'altro per perfezionarsi, e raccogliere lusinghe individuali. Dichiarano l'intenzione di avere una relazione, ma la rifuggono appena possibile, in quanto affetti dalla sindrome di “c'è in giro di meglio”.L'atteggiamento è sempre un po' eccessivo.

  3. Le api Regine, sono gay non sempre appariscenti nell'aspetto ma camaleontici e poliedrici. Non si riuniscono in colonie ma si incontrano tra loro spesso, amanti come sono delle comunicazioni. Costruiscono un nido accogliente e funzionale che proteggono da sguardi indiscreti, dove consumano ripetuti accoppiamenti tra una migrazione e l'altra. Amano circondarsi di attenzioni, e sanno essere protettivi. La coppia non trova posto in maniera durevole durante l'età “fertile”, e viene di solito rimandata alla tarda maturità, dove poi rischia di essere sostituita dai viaggi l'atteggiamento è “regale”.

  4. I fuchi, sono i gay a cui credo di appartenere. I fuchi, non sono fichi. I fuchi hanno la fissa di farsi una famiglia, e per tale motivo sono sempre disponibili a fare “nido”e ad esserne poi sfrattati. Appartengono ad una categoria migratoria e nomade, capaci di grandi spostamenti per raggiungere il proprio scopo. Dopo l'accoppiamento, diventano quasi fastidiosi e pigri(capirai dopo tutto quel girare in cerca) in quanto la coppia decreta di solito l' esaurimento del proprio scopo. L'atteggiamento è implorante !

  5. Le zanzarine, sono gay giovani, o immaturi che si muovono in sciami annuali e rumorosi attraverso le vie del centro, ronzando slogan e mostrando pubblicamente il “pungiglione, per poi sparire nel resto dell'anno dietro a cespugli nei parchi pubblici .

    L'atteggiamento è noioso e l'ideale di coppia promiscuo.

Che siate formiche, cicale, api regine o fuchi, tutti siamo più piccoli dello spazio a nostra disposizione, pertanto la mancanza di confini può rendere il territorio vasto e per lo più inesplorato. Io, non avevo l'animo della giovane marmotta, inoltre, pare che gli esseri umani sprechino gran parte del loro tempo sulla terra, nel compensare il senso di perdita provato prima. Non feci eccezione alla regola, quindi volevo dimostrare, che una coppia “diversa” si poteva formare con ugual dignità rispetto alle coppie cosiddette “normali”. Questo non aveva a che fare con l'amore, ma con una spinta idealistica, e una certa dose di lotta sociale a noi genovesi tanto cara.

Claudio, era una persona amabile, e provai per lui un sentimento onesto, ma rappresentava anche il “mezzo” tramite cui ottenere conferma del mio valore, il pensiero magico poteva essere questo “se lui accetta di vivere con me, allora io valgo davvero, e la mia famiglia si sbagliava”.

La volontà di dare torto a chi mi aveva imposto un “segno meno”, pesò non poco sugli eventi, forzandone il corso.

Lui, dalla sua parte, probabilmente faceva pensieri simili, e siccome la suddetta legge di attrazione è infallibile, i nostri pensieri crearono una realtà oggettiva, materializzarono un progetto, che dava a ciascuno di noi il proprio tornaconto!

La decisione di frequentare quella scuola, era il suo alibi per giustificare l'uscita da casa, io la sua sicurezza nel farlo. I momenti di grande disagio che vivevo con la mia famiglia, mi spingevano a desiderare di non incontrare più nessuno. Nessuno che col suo sguardo mi accusasse, o mi compatisse. Mi dicevo che se me ne fossi andato, il tempo avrebbe reso per tutti meno doloroso il suo passare, per l'ennesima volta caddi nel tranello di essere io a risolvere il problema. La convinzione di averlo creato, sottilmente si era radicata e faceva il suo lavoro.

La caratteristica principale di Claudio era la “travolgenza”. Come nessuno, lui sapeva dare l'incerto per certo, ed in questo possedeva più potere di quanto ne immaginasse.

“Bambi,( per bambino) domenica andiamo a Milano, devo portare i soldi dell'iscrizione, e ci facciamo un bel giretto!”- mi annunciò con entusiasmo.

Di entusiasmo ce n'era ben poco nella cucina di sua madre, dove lei e la zia Tina non contenevano le lacrime. In fondo, i ruoli tra figlio/genitore, qualche volta si invertono, e loro sembravano bambine abbandonate dall'unico oggetto del loro amore e ragione di vita.

“ghe lù dito, mia Cloudio, aspeta in po..”- “ ma ti sé, u cria e alua ghe diggu vanni dunde t'oi “( glielo detto, Claudio guarda aspetta un po', ma lo sai, lui grida, e allora gli ho detto vai dove vuoi)

mi sussurrava in cucinino, mentre la consolavo. “Quellu garsunin, ne fa muì”( quel ragazzo ci farà morire) aggiungeva la zia, mistificando la paura con una finta rabbia. Io, non sapevo proprio come mitigare quella pena, perché non l'avevo mai vista negli occhi di mia madre, quelle donne, erano impaurite non contrarie alla felicità del figlio, ma impreparate al cambiamento. Sembrava che nulla avesse potuto placare l'irrequietezza di quell'anima mite, a nulla era valsa l'accettazione dei suoi genitori, i vestiti da donna che la zia Tina stessa, gli confezionava, ora per carnevale, ora per uno spettacolo, a nulla l'accogliere in casa, il suo compagno, e accettare di saperci amanti rumorosi in camera sua, con il loro permesso. Ma l'accettazione e l'apparente resa ai suoi desideri colorati, e la gioia di saperlo felice con qualcuno, erano parte del giusto amore incondizionato di una vera famiglia. Per tale motivo, se ai miei occhi, lui mi sembrava ingrato ed esigente, di fatto non lo era. Lui voleva che loro fossero fieri di lui, e anche lui sentiva di doverli rendere tali con qualcosa di più della “normalità”, mentre io non trovavo proprio il modo di farlo.

“Dai, bélin non fate così!” ci ingiunse un Claudio trionfante, “quando sarò diplomata, a te zia, ti trucco da troia, e a te mamma da diva di Hollywood!”, poi fece urlare una con un pizzicotto, e abbracciò teneramente l'altra, mentre io piangevo di gioia.

Questo era Claudio in quei giorni, croce e delizia di noi che l'amavamo!

Passammo il resto della giornata, lì nella vigna a far progetti, fino al tramonto dove milioni di lucciole ci circondavano tra i tralicci. Davvero non potevo immaginare niente di più romantico del cielo stellato e della terra pulsante di altrettanta luce, luce che, rendeva i contorni dei nostri corpi sfumati in un tutt'uno!”ti amo, Bambi”.mi sussurava insieme a promesse.

Forse l'amore è altro? Non lo so, a me sembrava molto simile alla sensazione di pienezza che cercavo, e anche se Claudio aveva la bazza, era metà di me d'altezza, e pieno di orpelli, io lo vedevo “azzurro” come nessuno. Non ci restava che comunicare alla Mari la lieta novella.








domenica 12 settembre 2010

"poi ti ci abitui" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 12


Le cose, cominciavano a mettersi per il verso giusto, pensai, quando Claudio si faceva sempre più intenzionato a frequentare quel corso. Nel frattempo, un altro pellegrino aveva trovato accoglienza a casa della mari, un gattino piccolo e pezzato! Nel tentare di dargli un nome, io e la mari ci interrogavamo su quale affibbiargli. Dato che era bianco con piccole macchie grigie, e una spruzzata di rosso...decidemmo di chiamarlo Aglio, ma mica si poteva gridare “aglioooooooo “ come niente fosse, a Genova, infatti, avremo rischiato di trovarci alla porta, un nugolo di casalinghe convinte di una vendita a prezzi stracciati. A Genova giravano spesso i camion della frutta col megafono, o l'arrotino, o l'impagliatore di sedie, ...insomma per far palanche ci dava un gran da fare! La genialità della mari non si fece attendere e decise così, di chiamarlo aglio in inglese “Garlick”. Suonava proprio chic, quel nome, anche se il poverino, non sembrava in formissima.

Una sera, suonò il telefono e la mari sconvolta disse: “ C'è garlick che sta male, continua a cadergli la testa per terra”- “arrivo subito!” risposi allarmato.

L'amore per gli animali, ci univa profondamente, più erano conciati più sentivamo di dargli una mano, del resto da ragazzo, ne avevo soccorsi, allevati, e salvati un bel po'! C'era una pineta a ridosso del mio caseggiato, non ancora disboscata per costruire case, e lì tra gli orti abusivi, e gli alberi da frutto spontanei, io ci passavo le giornate intere. Non era raro imbattersi in cuccioli abbandonati, talvolta, dalla stessa madre, perché malati, e io me ne facevo carico insieme ad altri.

Credo di aver toccato gatti col cimurro, la rogna, la congiuntivite purulenta e chissà che altro, ma non mi presi mai nulla. Ironia della sorte, la mia missione di “madre surrogata”, mi consentiva di elaborare degnamente il mio vissuto di abbandono, e forse per questo, tutto il mio essere, sembrava protetto dal rischio di ammalarsi, o più semplicemente avevo culo!

Claudio mi passò a prendere al volo con ancora Rettore che urlava “Donatella non c'è “ dalle casse della radio, e a “donatelle spiegate”..volammo dalla mari.

Ci aprì in lacrime, e confusamente diceva qualcosa. Mi precipitai in cucina (perchè l'emergenza non mi ha mai paralizzato, fortuitamente per me)e trovai il piccolo garlick accucciato sulle zampine in una posa innaturale, la sua enorme testina di cucciolo non si soteneva sul collo, e respirava affannosamente.

Claudio invece, in queste situazioni diventava un one men show! Lo incaricai di recuperare il numero di un pronto soccorso veterinario aperto 24 h, e di telefonare immantinente. “pronto, buongiorno senta, ho un cucciolo di due mesi che non sta in piedi”- “Si, che lo so che è piccolo, ..come dice?..no non vorrà mica che lo metta nel girello??? Intendo dire che sembra Rettore impiccata sul bidet....ah lo porto subito!!! Sa che ha una bella voce?

“click”.

“ma sei cretina?” lo rimprovero io! “....E, se l'aspetto è come la voce, dobbiamo correre, mi ha detto che tra mezz'ora finisce il turno”- “accendi la macchina belina”, lo incalzai!!!!!!!

Mettemmo garlick in una copertina, la mari in un sacco nero..ehm nel suo cappotto, e ci avviammo!

Due gay e una donna al bivio, in una lotta contro il tempo, sfrecciavano nella notte genovese, con il fazzoletto bianco fuori dal finestrino. In realtà di bianco non avevamo nulla, e il suggerimento di sventolare il micetto, fu drasticamente respinto, la mari aveva le mutande nere col buco, io non le avevo. Sventolammo una salvietta umidificata, che tenevamo per il sesso in macchina!

La sala d'aspetto era desolata ma per fortuna vuota, e nella piazza Palermo, lasciammo la macchina su un aiuola. La mari, fu trascinata al grido di ammazza la vecchia, verso la clinica, dove un dottore mozzafiato ci accolse in sala visite. La tentazione di spogliarci, l'abbiamo avuta tutti e tre, ma non c'era il tempo per giocare, e il fco dottore aveva già il termometro in mano.

“Non preoccuparti piccino, fa sempre male la prima volta, ma poi ti ci abitui” diceva Claudio, ormai trasfigurato in sexy infermiera, lanciando un messaggio ben poco subliminale al medico, il quale, dopo aver osservato la temperatura ruppe il silenzio ed emise la sentenza.

“Gli faremo una iniezione di antibiotico a largo spettro, ma non vi garantisco che ce la faccia. Diciamo che se supera la notte ha buone probabilità, tenetelo al caldo nel frattempo.”

“grazie dottore, so come sdebitarmi, dissi, ma sarà meglio che la paghi, quant'è?

Tornammo più mogi di quando eravamo partiti, erano circa le due del mattino, e l'adrenalina era ormai presente solo nella canzone che la Giuni Russo, cantava alla radio....noi sfiniti e angosciati.

Claudio ci accompagnò a casa Maggi, e data l'ora, decisi di fermarmi lì a dormire. La casa era silenziosa, i ragazzi a dormire, l'ingegnere in trasferta.

“Mari gli facciamo una cuccia?” chiesi, “Senti, mettiamolo nel letto.”mi rispose fiaccata.

Io non riuscivo a togliere gli occhi dal micino, così pensai che se nel letto eravamo in due, lo avremo scaldato di più. Tra le mie esperienze estreme avrei annoverato anche quella di dormire col gatto agonizzante(che data l'iniezione, somigliava a un dromedario coi baffi)e una balena neanche tanto azzurra!

Nello sfondo, una donna biologica di imprecisata forma, un omosessuale (che si consta esserlo, in quanto sdraiato sul bordo opposto del letto), e una piccola gobba di coperta tra loro. Rumore di chiavi, luce, viso conosciuto...cazzo Enrico!

Il bell'Enrico, tornava dalla notte brava e siccome la camera della mari era di fronte all'ingresso, e la porta aperta, appena alzò gli occhi mi vide nel letto con sua madre. “posso spiegarti ….”- feci con la lingua felpata dal disagio, “ C'è il gatto....era tardi,...a dormire....tuo padre” aggiunse la mari.

“contenti voi” chiuse Enrico entrando nella sua stanza.

Morfeo si impossessò di noi verso le tre, lasciando Eros chiuso nell'armadio. Alle prime luci dell'alba, dopo aver chiesto alla mari se, durante la notte, le avessi toccato il culo, e ricevendo una risposta negativa, con l'aggiunta di un purtroppo di troppo, notai che la gobbetta nel letto si muoveva! Saliva dai piedi verso il bordo del letto, e dal lenzuolo, spuntò un capoccino peloso con gli occhi spalancati ,-“miao!”

Urlammo di gioia, io virilmente, e la mari gutturalmente e ci abbracciammo......proprio mentre l'Ingegnere girava le chiavi nella toppa della serratura.

To be continued




mercoledì 8 settembre 2010

"la fata dentina" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 11


In quei giorni, l'ego del mio fidanzato, lo portava a contemplare nuove possibilità, come ad esempio, quella di frequentare una prestigiosa scuola per truccatori a Milano. “diventerò la Gil Cagnè-tta, di manesseno” esclamava trionfante, agitando in mano la brochure dei corsi.

Io lo guardavo ammirato perché l'amore si sa, rincoglionisce! Lui non chiedeva l'opinione dei suoi, più semplicemente, gli comunicava le sue decisioni!

Già, Milano. Per noi gay genovesi, quella città era come l'America, un luogo dove tutto è possibile, lì pulsava la moda, la vita notturna era rutilante e varia, ed essere gay....un valore aggiunto!

Le migrazioni di “principesse “ liguri, erano già cominciate diversi anni prima.

Per esempio ricordo quand'ero adolescente il caso dell'Alessandro M. Il mio radar gay, aveva cominciato a suonare dalla prima volta che lo vidi al capolinea dell'autobus!

Ma la conferma me la diede una ragazza, che filava mio fratello. Lei era decisamente brutta, ma con me era gentilissima, e quando scendevo in piazzetta a giocare, la chiamavo da sotto il suo balcone e lei usciva a fare due chiacchiere con me. In cambio di una foto di mio fratello, mi regalò una bambola di pezza, che avevo visto in camera sua. Era figlia unica e nel quartiere la sua famiglia era considerata sopra le righe. Suo padre era un omone altissimo, e poteva fare paura, ma era buonissimo e schivo in realtà, e la irsuta peluria bianca, di cui era ricoperto davanti e dietro in egual maniera, lo rendeva simile ad un orso polare. La signora Amelia, invece, molto più brillante del marito, e con un tono di voce impressionante, portava sempre un rossetto rosso su bellissimi denti bianchi, e si depilava il mento sul balcone con la lametta. Loro mi volevano bene, e a me piacevano un sacco. Nonostante la differenza di età, tra me e la figlia, noi riuscivamo a comunicare perfettamente.

Comunque, lei mi parlava spesso del suo amico Alessandro, che era andato a lavorare a Milano, nella moda, e di quanto, una volta finito il corso di figurino che frequentava, le sarebbe piaciuto fare altrettanto. Avere un amico a Milano, era troppo chic, e lei ne andava fiera.

Così, grazie alla mia “spia”, riuscivo a sapere quando lui arrivava, e ad essere guarda caso, proprio vicino al portone di casa sua! Gli appostamenti erano un arte in cui ero abile da ragazzo, lo scambio di sguardi mi elettrizzava, ed era una carica sufficiente per sopportare il resto delle mie giornate noiose. “un giorno lo conoscerò” mi dicevo, per me lui, era come il divo di Hollywood, per una ragazzina. Ormai, avevo già i denti definitivi, ma rivolsi un pensiero alla fata dentina, ed espressi comunque un desiderio.

Mia madre, aveva capito qualcosa, e cercava di tamponare con divieti inutili, le mie attività. Credo di aver lasciato la scuola, qualche anno dopo, perché quel genere di studi, credevo mi allontanasse dal mio obbiettivo! Quello di imparare un mestiere, che mi permettesse di raggiungere quella Terra Promessa di nome Milano....ungiorno!

Io feci due anni di superiori, poi mi ritirai, e lavorai un po' dappertutto, ma non mi piaceva fare quei lavori, così per fare contenti i miei mi iscrissi al corso regionale pincopallo, dove conobbi l'Armanda e la Cinzia, lo superai col massimo dei voti, inutilmente, ma finalmente ebbi l'occasione che cercavo! Trovai un lavoro per caso, in uno squallido ufficio, come impiegato amministrativo, e così convinsi mia madre a comprarmi il motorino, approfittando dei soldini guadagnati, e della sua stanchezza. Eravamo sfiniti entrambi, dall'incompatibilità delle nostre nature, e quella volta vinsi io! Mio padre, ansioso com'era, e data la mia distrazione patologica, non senza ragione, si dichiarò contrario all'acquisto, ma io mi ero lavorato la mamma a dovere, niente stranezze, niente gaiezze, un lavoro vero di cui fingevo entusiasmo, furono sufficienti a farle credere che mi fossi “raddrizzato”, e a sganciare la ricompensa. Allora si andava senza obbligo del casco sui cinquantini, e io col mio “ciao Piaggio”, attraversavo la città per andare a lavorare.

La via Sampiardarena era trafficatissima, e pericolosa poiché piena di traverse da cui sbucavano automobili all'improvviso. Alle due del pomeriggio di un giorno qualsiasi, una di queste mi centrò in pieno scaraventandomi da qualche parte...in condizioni disperate. Rumori di ambulanza e un vociare agitato intorno a me ...poi più nulla!

Mia madre, si trovava a fare la spesa, quando si vide venire incontro la nostra vicina. “ Buongiorno signora Traverso!” - la salutò contenta, non notando che la signora era viola in faccia, continuò, “guardi che bel portapane che ho comprato”.- ancora silenzio e rossore. La nostra vicina non era quel tipo di donna che parla molto, ma tacere del tutto non poteva essere normale,” venga, maria, si sieda un attimo” disse finalmente. Fu solo piegandosi per sedersi, che mia madre notò che la signora Traverso non aveva ai piedi le scarpe, ma le ciabatte! “cos'è successo?” disse gelata mia madre, cominciando ad intuire, “Niente, fabrizio è caduto col motorino, ma niente di grave..” mentì la signora, “magari però l'accompagno dal lui!”Non tornarono a casa, e raggiungendo l'ospedale e il reparto di rianimazione, mia madre non trovò più il suo portapane tanto bello.

Mi scoccia ammetterlo, ma io non provai nessuna delle sensazioni meravigliose che alcuni, usciti dal coma, descrivono, nessun tunnel n, nessuna luce, nessun volo extracorporeo, ma per certo non ricordo di aver provato dolore.

81 3591, 868331, e una fila di altri numeri mi uscivano dalla gola, senza un motivo apparente, quando dopo due giorni circa tornai ad essere cosciente.

Non vi annoio con la lista dei danni, ma girandomi verso le sbarre metalliche del letto, vidi la mia faccia, e siccome la lingua mi stava dicendo che c'era qualcosa di strano, aprii le labbra per vedermi i denti, o meglio quel che ne restava, e piansi.

Mio padre mi fu vicino per una notte intera, (forse per far riposare sua moglie, o forse perchè a lei non andava di farlo), non c'era rabbia nei suoi meravigliosi occhi verde bottiglia, questo lo so per certo, e amorevolmente, con tocco garbato mi sistemava il cuscino, perché mi faceva male il collo.

“mi dispiace”, credo di aver detto fischiando a causa dei denti rotti.

Mia madre non me la ricordo, ma quella non sarebbe stata l'unica volta in cui la sua presenza in ospedale, risultava inutile per me, se non gravosa. La sua freddezza, già nota, divenne gelo autentico misto a disprezzo, il tocco delle sue mani, trasmetteva fastidio e non sarebbe mai più cambiato! Forse, era arrabbiata con se stessa per avermi preso il motorino, ma di fatto, era me che non tollerava più, io dal canto mio, mi ero abituato a non averla mai avuta.

Per fortuna c'era il tecnico di radiologia!

Io ero il più giovane del reparto, e venivo coccolato da tutti, in particolare da Antonio, il tecnico per l'appunto. Mi portava ogni giorno, un regalo diverso, un giorno un sasso colorato, un altro le bacchette cinesi, e mi raccontava dei suoi viaggi in Oriente! Gli antidolorifici, mi rendevano torpido ma ero felice quando, aprendo gli occhi, lo trovavo lì. Avrà avuto almeno il doppio dei miei vent'anni, i capelli biondicci e la pelle rovinata dal sole, mani grandi e delicate e due occhi azzurri limpidissimi. Mi andava il cuore a mille, ma speravo non si vedesse. Di lui, non seppi più nulla una volta dimesso con le cicatrici e i denti nuovi. Magari era un angelo gay! I suoi regali sparirono con il suo ricordo, probabilmente per mano della mia genitrice.

Io in ospedale c'ero già stato ad otto anni, per allungare il mio tendine d'Achille. Al Gaslini di Genova, l'ospedale dei bambini. Mia madre a quell'epoca era in camera con me, e dei simpatici scarafaggi, che la rendevano cattiva con le infermiere! Nel reparto i bambini c'erano, ma io con la mia gambetta corta ero uno spettacolo in confronto, un bimbo con le dita annodate, un paio di idrocefali, sette nani, mi convinsero a sentirmi biancaneve, con tanto di matrigna! Incredibile come molti anni più tardi, qualcuno mi trovasse attraente vero? Ma la mia fatina è stata generosa con me! Per una gambina sifula, in cambio mi donò la gaiezza e un paio di genitori, e per i miei dentini, mi regalò di diventare parrucchiere. Mestiere perfetto per i miei intenti non credete anche voi? Forse però, a pensarci bene, non era bella come la immaginavo!

To be continued


martedì 7 settembre 2010

"metti una sera che,,," Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 10



Erano tutti usciti, e io e la mari ci godevamo l'eco delle fusa dei suoi gatti altrettanto contenti di non doversi rifugiare in qualche pertugio, per sfuggire al consueto traffico umano. Caffè, sigaretta in pace assoluta, e parlando sottovoce pensavamo al menù.

Non era mai un problema il cibo a casa Maggi, perché le manine sapienti della padrona di casa si tuffavano abili in volute di farina, che diventavano torte salate, focacce o farinate in un batter d'occhio. Forse cucinare non era per lei una passione, ma una logica conseguenza dell'amore. Chi ti ama ti nutre, senza eccezioni, materialmente e moralmente, e lei, anche se stanca morta, non ti negava mai il suo amore! Inoltre lo faceva con grazia, con ironia, con nessuna preoccupazione per la quantità dei pellegrini accorsi al profumo della tavola. Un amore fragrante di maggiorana, e fresco come un sorriso.

Enrico il bello, tornava da fuori, e salutò sua madre con un flebile “ciao, mà”! Era poco loquace, ma un vero rubacuori, solo che quel pomeriggio sembrava corrucciato.

“che ha?” - chiesi, “Mah, c'è una della scuola, che gli si è appiccicata, e non chiedermi perché, non riesce a farsi mollare, lo sentivo raccontarlo a suo fratello”, rispose la mari, aggiungendo “tra l'altro è strano perché di solito è piuttosto brusco se non gli và! Certi vaffa, al telefono li sento fino in cucina!”.

“Enrico, quella maglia sarebbe da lavare se ti decidessi a toglierla!”- “Non rompere” la risposta.

“Allora mari, claudio viene per le otto, dopo il negozio, sono curioso di sapere che ne pensi” dissi stupidamente preoccupato che potesse non piacergli “Dimmi una cosa, tu sei felice?” - “non saprei, ma sto bene con lui”. Le domande sulla felicità mi hanno sempre confuso, non ero abituato a chiedermelo, né sapevo fino ad allora cosa fosse per me.

“ci sarà anche mia madre, Roberto la porta qui tra poco”. Mi prese un colpo! Va bene i figli, il marito già mi pareva un miracolo, ma pure la nonna! Sarebbe stata sufficientemente forte di cuore?

La Tilde era un donnino, magro, che la vita, insieme ad una bella artrosi,e una discreta collezione di corna, avevano lievemente piegato. Sposata al sciù Mennella detto Beccia,(sinonimo dialettale di dongiovanni), ad una riunione di condominio, qualcuno lo propose come consigliere, ma avevano un vicino che faceva Besca di cognome, e per contrastare l'entusiasmo degli astanti, e defilarsi dalla carica, il papà della Mari aveva esordito così ”Ma femmu consigliere lì u sciù Beccia!”,(ma perché non facciamo consigliere il signor besca) e la Tilde, che era timida come un riccio, gli sussurrò “Besca, si chiama Besca!” aggiungendo con un sottile risentimento per le scappatelle del marito “U sciù Beccia tei ti”(il dongiovanni sei tu!). Quando la mari partì per Londra, non fu l'unica a far la valigia, suo padre, aveva avuto la brillante idea di fare lo stesso, lasciando la povera Tilde sola con i suoi pensieri.

La cena si fece, e fu come la vita, mai come te l'aspetti! Cladio era caduto nel suo profumo preferito, rendendo la pasta al forno, una pasta N°5, la passione ci travolse in cucina, ignari del passaggio della Tilde che disse alla figlia “Mia mari, nu saivo che anche i bulicci se bagian in ta bucca”(guarda maria, non immaginavo che anche gli omosessuali, si baciassero sulla bocca), Manuel consigliò ad Enrico di telefonare alla ragazza appiccicosa, e con una scusa propinarle lo show famigliare, assicurandogli l'effetto desiderato, la Betta, era “antropologicamente” euforica, e ridacchiava in continuazione, il padrone di casa parlava ma il suono delle parole ricordava pitupitumpa, e lei, la mari, guardava il mio futuro fidanzato con tenerezza e approvazione. “Non ti raggiungerà mai mentalmente, ma il suo cuore è sincero, come il suo eccessivo uso di orpelli, sarete baraccone e felici insieme”!

Ebbi la benedizione che cercavo, e io e claudio quella sera ci fidanzammo “dal basso”.

Che relazione c'è, tra il sesso fra due persone e il loro legame? Un denominatore comune nei gay, è la forte carica possessiva dei rapporti di coppia. Non so se questo, dipenda dall'infiltrazione di elementi narcisistici in un rapporto tra “stessi”, o se le pressioni esterne, esigono una maggiore coesione. In ogni caso la fisicità nelle nostre coppie è vissuta generalmente, come conferma del sentimento, e la si vive con grande intensità. Io, di intenso, avevo solo l'imbarazzo di un corpo sgraziato e di un educazione pudica e repressiva, quindi credo che il mio fidanzato abbia fatto l'amore da solo per un bel pezzo. Ma nonostante questo, la sua pervicacia nel continuare a desiderarmi, mi spinse ad osservarmi con i suoi occhi(i miei li tenevo chiusi) mentre mi restava accanto nel mio labirinto. Il senso di appartenenza trovò terreno fertile per crescere e questo rimase per me indelebile. Il senso dell'unicità di ciò che accadeva tra noi, era ciò che lo rendeva importante.

Non era di certo la mia prima volta, ma come ebbi modo di capire poi, nell'arco di una vita intera, ci sono molte “prime volte”!

Tornando a casa, passai dal mare, e lanciai un sasso, affidandogli le mie emozioni, mentre le barche ormeggiate di Boccadasse, si scontravano spinte dalle onde, come comari che si sgomitano, per l'ultimo pettegolezzo!

To be continued.




lunedì 6 settembre 2010

"indovina chi viene a cena?" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 9



L'appartamento pur trovandosi sotto il livello della salita, era molto luminoso, e la luce mostrava un velo di polvere qua e là sulle superfici lisce dei mobili, e questo mi metteva a mio agio. C'erano voci e musica provenienti da una delle camere, e almeno tre gatti in posti diversi. La Betta mi fece gli onori di casa, presentandomi i suoi tre fratelli, Enrico, Manuel, e il piccolo Edoardo,dopodiché mi presentò sua madre. La signora Mennella, era in cucina, e si volse sorridendo come se mi avesse sempre conosciuto, scusandosi del casino, e rimasi lì con lei mentre la ragazza si lavava i capelli.

La cucina dava in un giardinetto con poche piante, ma con una bella vista. “Nigel, scendi giù dal pensile!” esclamò la signora con poca convinzione, e aggiunse “in questa casa, fanno tutti quello che vogliono..ti faccio un caffè?”- “ Piacere, fabrizio, grazie sì!”. Poggiò la moka sul bordo di un lavandino colmo di stoviglie da lavare...e si sedette con me, accendendosi una sigaretta. Io amai la sua tranquillità, nel concedersi quel tempo nonostante l'evidente stato della cucina, e pensai che fosse eccezionale. “La betta, mi sgrida perché fumo troppo, tu fumi? Mi farebbe comodo un complice” -” Certo, signora,volentieri...” e ne accesi una, convincendo Nigel a scendere dal pensile, “chiamami Maria ok?” - “ok io sono fabrizio”.

Non so se il mio lavoro fece felice quella ragazza, ma io lo ero quando la Mari, mi chiese di rimanere per cena. La mia educazione mi imponeva di dissimulare tale piacere, con una serie di convenevoli, ai quali ella pose fine con una carezza, “guarda che qui siamo abituati ad avere ospiti, infatti i piatti non sono tutti uguali, così come i bicchieri e le posate! E poi, se ti fa piacere, mi darai una mano”.

Saranno state le sei del pomeriggio, e all'arrivo dell'Ingegner Maggi, mancavano almeno due ore, che io e la Mari, passammo nel fresco giardinetto. Io, sentii di doverle dire il più possibile di me, di aprirmi, o forse, avevo bisogno da così tanto tempo di essere ascoltato, che le parlai di me, della mia condizione, del matrimonio, della adozione e così via. In altre condizioni mi sarei suicidato subito dopo, una simile libertà, ma quella sera, era magica, lei mi ascoltava, non come una madre, né ancora come un amica, piuttosto come un altro essere umano, che riconosce nei suoni dell'altro e nei suoi gesti, la propria stessa natura. Sotto gli occhi obliqui di Nigel, Calais, e Lulù(che scoprimmo poi essere maschio) due anime suggellavano un patto di verità, di accettazione reciproca, o più semplicemente, si ritrovavano. Lei mi raccontò della sua gioventù londinese, o di quando mentì ad un colloquio di lavoro circa il desiderio di sposarsi,(infatti lo fece il giorno dopo l'assunzione), del girovagare di quella famiglia itinerante, infatti, durante la carriera del marito, avevano abitato ovunque la multinazionale per cui lavorava, avesse ritenuto di mandarlo per svolgere il suo compito, tanto che la Mari, partorì il suo ultimogenito sull'isola di Aruba, e di come essere stata figlia di un padre dongiovanni e di una donna troppo mite, le avesse creato non pochi problemi.

L'ingegnere, arrivò per le otto, e salutò come si conviene moglie e figli, mi strinse la mano e venne informato della mia presenza a tavola! Sembrava canticchiare nel dire “ ma certo, mi fa piacere”, ed effettivamente, la sua voce era un po' alta e nasale. “non farci caso fabri, ha la voce da checca, ma ce l'ha sempre avuta!” disse lei leggendomi il pensiero e permettendomi di ridere liberamente.

Roberto era un uomo sulla cinquantina forse più giovane, ma di aspetto non proprio glamour. Portava spessi occhiali e questo, unitamente ad un capello impomatato, aumentava di molto il suo potenziale comico, ma la bontà di quella persona, era emozionante davvero. Non mancò di chiedere ad ognuno circa l'andamento della giornata, si complimentò con la moglie per la cena, e mi fece garbate domande di ordine generale. Poteva sembrare un po' formale ma era torinese di origine, e la mari sosteneva che quello era il suo modo di fare ordine nel casino di una famiglia, generata dall'amorevole caos di una donna come lei”. Voler male a quell'uomo era impossibile, non c'era nulla che lo giustificasse, ma i suoi figli rispondevano alle sue domande con monosillabi

Il grande, Manuel un bellissimo ragazzo con laceranti occhi azzurri, e capelli biondi, mugugnava qualcosa a fatica, Enrico altrettanto bello ma moro, faceva qua e la un “Minchia pà! Che storia!” la Betta, era silenziosa e non sembrava amarlo molto, ma in realtà aveva intuito anzitempo un certo andazzo ..e si mostrava cauta nelle parole, e fulminea nell'osservazione. Edoardo fingeva di avere appetito, e sperava che io fossi un X-files, mentre la mari, tra portare in tavola e sparecchiare, evitava la cena e fumava di nascosto!

In seguito divenne il nostro modo di comunicarci le emergenze. Trovare una sigaretta accesa in cucina, durante una cena, faceva capire a tutt'e due che dovevamo dirci qualcosa di impellente!

Dopocena, la truppa si disperse, il marito si addormentò e noi eravamo ancora insieme ben svegli e con le idee chiare! Dopo qualche giorno, andare dalla mari, era diventato naturale ancorché quotidiano, così come uscire qualche volta a passeggio.

L'armadio della mari, sembrava essere appartenuto a una legione di donne, tutte diverse tra loro (la mari era più alta di me e il suo peso ,era nel tempo, andato verso tutti gli estremi), ci trovavi dalla gonna della catechista di Novara,( di panno grigio oltre il ginocchio) alla mini gialla della ragazza del Piper, dalla giacca bonton, al fai da te, e non avresti mai pensato di vederla vestita bene. Invece, la ragazza, aveva un talento nel mescolare le cose, che le conferiva uno stile piacevole, specialmente con la maglieria e con gli accessori. Fu lei che anticipò la mia vena gitana, e ancora lei a praticare l'etnochic, anzitempo.

Del resto avendo viaggiato così tanto, dovette imparare in fretta ad assomigliare alle signore ora novaresi, ora torinesi, ora genovesi, o arubane, quel tanto che bastasse per sopravviverci in mezzo.

Ma la cultura non le faceva difetto, aveva preso due lauree in teologia, prima di essere ingiustamente accusata di essere l'amante del don Ettore,(solo perché insegnava catechismo partendo dal dubbio e non dal dogma), conosceva l'antiquariato e anche l'arte in genere, la letteratura, e i lavori manuali. Cuciva alcuni pezzi del suo guardaroba leggendo Neruda, o cucinava manicaretti commentando classici del Liberty o del Déco, ma anche scoreggiava volentieri e qualche volta quando la facevo ridere troppo a lungo urlava “Bollataaaaaaaaaaaa” e correva in bagno! Cosa poteva mai trovarci una donna così in un gay secco con la terza media?

Io non lo sapevo, ma mi confessò che era tutta colpa del Mauro Lancia, e dei miei occhi!

Il Lancia era stato un suo grande amore di gioventù, nella Camogli degli anni 60...che non fu libera di amare, e che morì prematuramente, e pareva che quando mi vide per la prima volta, credette di rivedere i suoi occhi, e non potè fare a meno di fare qualcosa per trattenerli ancora un po'..

Uno dei nostri divertimenti maggiori, era raggiungere la Spianata Castelletto, a piedi scimiottando i discorsi delle signore bene, “signora, sono andata da Pescetto a comprare un foulard, ma non facevano le consegne, e sono veramente stanca, e lei?”- facevo io - “Ma guardi, io ho ricamato tutto il giorno, poi ho fatto un bocchino a mio marito...così per la sera mi sono portata avanti, e posso leggermi Burda in pace”- faceva lei - “Ha provato a bere un prosecchino prima di fare il suo dovere coniugale? ..guardi che rinfresca!”....,continuavo, e scoppiavamo a ridere, appoggiati alle ringhiere della panoramicissima spianata. Come pubblico, solo i tetti delle case sottostanti, e le gru curve del porto in lontananza.

Le raccontai di Claudio, e della mia esitazione ad impegnarmi con lui, e lei ascoltava senza mai pensare di impormi la sua opinione, ma mi suggerì di invitarlo a cena da lei, tanto per farsi un idea, e io approvai. "Non è che per tuo marito, due gay a cena, saranno un pò troppi?"- dissi perplesso " -"Non lo conosci ancora bene, fabri, Roberto non cena mai con la stessa famiglia, e comunque siamo troppi da sempre, sapessi quanto ho desiderato che uno dei miei figli fosse come te! E invece ho due granatieri e una scienziata "- " Forse non tutto è perduto ", le dissi, "c'è ancora Dodo". lei sorrise e disse "l'altro giorno è venuto da me con un foglio dove aveva scritto Mamma ti voglio bene, anche se" scureggi " non nutro grosse aspettative. Comunque a roberto dirò come al solito, indovina chi viene a cena?"

Non ce lo vedevo Roberto come lo Spencer Tracy della situazione, ma la mari era troppo Hepburn, e anche se io non ero nero, la mia differenza non faceva rumore in quella casa!

Il giorno convenuto fui lì da lei, già al pomeriggio, ma in casa al posto del solito andirivieni c'era un silenzio immobile.........to be continued



domenica 5 settembre 2010

"la mari!" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 8



Qualche tempo prima di conoscere Claudio, frequentavo una ragazza, lei, faceva l'università e un giorno andai a prenderla in facoltà. La zona delle università allora si trovava principalmente, nella via Balbi. Prima che la rimodernassero, i suoi antichi marciapiedi, erano stretti e sconnessi, e conducevano malamente alla Stazione Principe, partendo dalla piazza dell'Annunziata. Camminare tra la fiumana degli studenti, era difficile per gli anziani della zona, che rischiavano di finire sulla strada, e venire travolti dal 18! La linea trasporti di Genova, aveva un che di miracoloso, in quanto, era costituita da mezzi vecchissimi o nuovissimi, da enormi autobus o piccole corriere, questo perché le zone impervie, seppur popolatissime, avevano strade tortuose e strette, quindi gli abitanti di teli eremi, si trovavano ammassati sul mezzo, e costretti a scendere nei posti più assurdi e rischiosi, mentre le strade a grosso scorrimento, godevano di mezzi più grandi e comodi. Ero proprio sul 18 mentre mi recavo a prendere la mia amica.

Sui mezzi c'erano almeno tre tipologie di persone che non amavo incontrare, i metallari ad esempio, perché salivano con le birre in mano, e puzzavano sempre, i barboni che si spostavano da un giardino pubblico all'altro, carichi del proprio itinerante fardello(ingombrantissimo), altrettanto maleodoranti, e le signore anziane che volevano il mio posto a sedere. Tra i senzatetto più noti in città c'era lei, la Figlia del generale! La chiamavo così quella piccola donna tonda con i bianchi capelli rasati, il cui fardello non era materiale, ma storico, e il suo ingombro ubicato nella sua mente. Potevi incontrarla ai giardini di Brignole, al capolinea dell'80, o nell'atrio della Stazione Principe, ma il 18 era il suo autobus preferito, poiché attraversava quasi completamente la città. La lunghezza del tragitto era fondamentale per la sua performance, che consisteva in un trattato storico, sul fascismo, e sui suoi collegamenti politici. Nomi e cognomi, non venivano parafrasati nei suoi monologhi di denuncia, ed il tono con cui parlava dei segreti di questi o quelli, era quello di una sopravvissuta ad un complotto internazionale, le date accuratissime(ebbi modo di confutarle prendendo appunti ogni volta che la vedevo), i luoghi dipinti con precisione dal pennello feroce del ricordo dolente, e la sintassi elevata, la rendevano degna di una cattedra ma a lei, che aveva pagato col suo vivere ramingo il prezzo di una opposizione, o il peso di una connivenza, questo non lo sapevo, bastava il sedile vicino all'obliteratrice! Nessuno poteva esimersi dal timbrare il biglietto, e in questo modo, mi piaceva pensare, che lei surrogasse la relazione con gli altri. Tu ti avvicinavi per timbrare e lei, ti si rivolgeva come se, appositamente per sentirla, tu avessi sgomitato tra la folla!

Comunque, senza di lei, i presuntuosi palazzi, del centro si sarebbero gonfiati d'orgoglio, e le cariatidi della via Torino, avrebbero dimenticato il peso che erano condannate a sorreggere, esattamente come lei.

Nell'atrio della facoltà, provai una sensazione, che nel futuro mi sarebbe diventata familiare, cioè, quel senso di estraneità ad un luogo o ad un certo gruppo di persone, che ti fa temere di essere scoperto come “imbucato” da un momento con l'altro. Averci un dito nel culo, è la maniera più efficace , secondo la mia esperienza di descriverlo, infatti, non è spiacevole, ma neppure così naturale!

Mentre ero occupato in un improbabile mimetismo, mi venne incontro la mia amica con un altra ragazza. “Ti presento Elisabetta”- disse lei, “piacere fabrizio,” risposi squadrandola.

La squadratura, è un'altra “abilità sociale” genovese, e consisteva nel:

  1. determinare la gradevolezza della fisionomia del soggetto squadrato, cogliendo eventuali sproporzioni, difetti, caratteristiche, che poi consentissero il formarsi di un etichetta tipo “simpatica”o “anche no!”, o “bella e oca”o “secchiona classica un po' cessa”, che in genovese diventano, “me fa rie”, “nu me piage guei”, “me pà in po' 'nescia”, “in loeugu”.

  2. Sputare una sentenza, data la diffidenza iniziale.

  3. Avere degli elementi per nuovi pettegolezzi!

  4. Ignorare completamente, di meritare lo stesso trattamento.

Questa abilità si impara ai giardinetti, quando sei ancora nel passeggino, e senti tua madre, cantilenare lodi al bambino di un altra, per poi ascoltare l'esatto opposto qualche metro più in là. Lessicalmente, si insegna in maniera ludica ai poppanti, l'uso dei sinonimi e contrari, risparmiando l'acquisto dell'apposito dizionario!

La Betta, studiava antropologia, e guardandola compresi che faceva bene a farlo, anch'io del resto ero curioso circa le mie origini, anche se non ero certo che ne valesse la pena. “le ho detto che fai il parrucchiere!” disse la mia amica con un entusiasmo forzato, che mi scosse dai miei pensieri, “Ah, già è così” risposi, prevedendo il seguito, “I miei hanno proprio bisogno, di una sistemata” aggiunse spalancando gli occhi già enormi, la betta, “magari, puoi farmeli a casa?”(ecco il punto)sai con quel che costano i negozi!”.

Io non avevo nessuna voglia di andare a casa sua a lavorare quasi gratis, ma non sapevo quanto facessi bene a farlo!

Abitavano in salita Montegalletto, nella bella zona a monte di Corso Firenze, nella prestigiosa Carignano, ma ad aprirmi la porta non fu la solita scignua(signora) bene, con la piega fresca e il sorriso finto, come potevo aspettarmi.....ma un ragazzino con gli occhiali e il distintivo dell'FBI.....................”Dodo, metti giù la pistola, e non spaventare gli amici!” fece una voce fuori campo, ed io entrai in quella casa...dove ciò che vidi non lasciò mai più il mio cuore gaio! To be continued


giovedì 2 settembre 2010

"Finchè griffe non vi separi"- Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 7



La casa dove abitavo da poco non mi piaceva, del resto come poteva? A distanza di anni ero finito in un appartamento proprio sopra il garage dell'ormai defunto signor Sesenna! Un classico appartamento “alla genovese”, cioè, con un grande ingresso dal quale si irradiano tutte le altre stanze. Grande cucina, grande camera, grande soggiorno e....piccolo cesso! Ma non ti viene il nervoso???' Perché se vivo da solo devo mangiare con l'eco, ed invece “liberarmi” col boiler che mi fissa??? O perché dormire da solo in un letto vuoto e rischiare di intrattenere illeciti rapporti con la maniglia della porta del bagno, mentre mi piego per lavarmi i denti? Io non lo capivo allora, ma poi mia madre, che mi veniva a trovare di rado (quinto piano senza ascensore)mi spiegò che la signora bene tiene l'acqua dei piatti per non tirare la catena! ...In questo modo si compra un altro appartamento con lo stesso cesso, e così via. A novant'anni muore sulla tazza del cesso, ma i suoi eredi, con i soldi della vendita degli appartamenti, potranno cagare a 5 stelle quasi ovunque!

Del resto, in quella casa c'ero arrivato per caso, dopo il naufragio del mio grosso matrimonio con la figlia ricca dell'amica di mia madre.

Chiudete pure la bocca, e frenate lo stupore...e vi prego non chiedetevi chi stava sopra! Dovremo fare qualche passo indietro per capire!

Io ero stato molto chiaro con i miei, circa la mia condizione, giocavo con le Barbie di mia cugina, da piccolo, e non potendole avere avevo optato per un Big Jim con i capelli lunghi, in piazzetta giocavo con le bambine, solo perché, il pallone mi faceva cadere per terra essendo rotondo, e verso i sedici anni, scrivevo ai fermoposta degli annunci personali sul ben noto giornale “Le cose”, lasciando in bella vista pure le brutte delle lettere.

“cercasi carne fresca per splendide grigliate” e “vivo da solo e sono moooolto goloso” era il tono degli annunci che nel futuro sarebbero stati sostituiti dalle chat room su Internet.

Mi sarebbe piaciuto fare outing come nei film, andare dai miei dirgli che avevo qualcosa da dirgli, dirglielo, e poi abbracciarci tutti insieme, sapendo che l'unica cosa che conta per loro, è che io sia felice, anche se per farlo introduco.....no vabbè che importa.

Invece, non potevo farlo, perchè:

  1. mio padre viveva in salotto, e mia madre in cucina, e la videoconferenza non l'avevano inventata

  2. le preghiere di mia madre, erano tutte rivolte nella speranza che non parlassi più! Perlomeno da quando ancora piccolo sotto il salice piangente aspettavo le lacrime dell'albero per consolarlo, e sapere che quello era solo il suo nome, non mi bastava, volevo sapere cosa gli avevano fatto!

  3. Se anche glielo avessi detto, “mamma, papà, sono gay”, invece di abbracciarci li avrei dovuti separare. Loro adoravano rimbalzarsi le colpe. Lei-(iena)“te l'avevo detto di portarlo in garage quando cambiavi le pastiglie dei freni” - Lui(remissivo) “non è colpa tua, è colpa dell'isolamento geografico e di tua madre!”

  4. A nessuno gliene fregava della mia felicità, perché a Genova, nessuno lo è, ci si accontenta!

  5. Non avevo nessuna intenzione di spiegargli il mio ruolo a letto, come non lo farò neanche con voi. Io ve l'ho mai chiesto??????

Quindi, fino a quel momento, mi sembrava che tutto fosse chiaro, io ero il ragazzo sbagliato, loro i genitori giusti, e dal momento che mi avevano adottato, volevo fossero fieri dell'acquisto!

Non fu colpa mia, se quando il miglior amico di mio fratello, aggiustava la macchina, ed io mi ero intrufolato nel suo garage con la scusa di passargli i ferri, né mia la colpa se lui, una volta finito mi chiese di accompagnarlo a buttare la spazzatura! Un provvidenziale spegnimento della luce, lasciò mio fratello al buio, e me con la bocca piena!(bacio).

Qualche giorno dopo, scoprii che io sapevo tenere i segreti, ma qualcun'altro no! Mentre mia madre stirava in cucina, suonò il telefono che per discrezione e privacy, tenevamo nell'ingresso:

“pronto?”- dico alzando la pesante cornetta nera in bachelite.

“pronto, sono la Cinzia” risponde una donna stizzita. Io penso che sia la mia compagna zoccola, e gli faccio, “ma ciaooooo cinzia, come và?”

Dopo un attimo di silenzio, “Insomma, però potevi anche dirmelo che ….mio marito...nel garage...ma come hai potuto...bla bla bla “

“click”, fu la mia risposta. Dopodiché, feci outing! “mamma, mi sa che la Cinzia, non ti parlerà più, che mio fratello, non conosce i suoi amici, e che quello stronzo di Enzo, si è cagato addosso!”

Immagine:

donna rantolante sulla poltrona,(dove non si era mai seduta), biascicando frasi sconnesse, sul dove avesse sbagliato, o qualcosa su Satana e mio padre!

Ragazzo, nel ripostiglio, fissa la finestra sapendo che anche ad aprirla non cambierebbe aria!

Padre ignaro, torna e trova moglie sfigurata e taciturna a causa della tiroide, e un figlio che mangiava nella ciotola del cane senza un perché!

Da quel giorno divenni la causa di tutti i mali, dal nodulo alla tiroide di mia madre, al diabete di mio padre, al testicolo ritratto di mio fratello, al divorzio della Cinzia, e probabilmente anche dell'estinzione del Dodo Australiano.....quindi dopo un tale casino, feci il bravo per un po'...andavo di merda a scuola, fumavo le canne, e mi masturbavo con i bigodini con cui mia madre si faceva la piega in casa, ma di uomini niente! Di lì a poco lasciai la scuola per fare il disoccupato.

Un giorno la mia genitrice surrogata e solubile, era stranamente di buon umore, pensai, che le fosse passata, ma la vecchia Rommel(la volpe del deserto coome la chiamava mio padre)ne aveva pensata una. Mettere a posto era la sua passione, e quindi fece ciò che riteneva normale. Cominciò a portarmi con lei da un amica, che faceva la portinaia, e guarda caso aveva una figlia!

Io ero in consegna, e non avevo scelta, quindi la seguiv e socializzavo a monosillabi con la ragazza.

Lei era bella, con splendidi occhi azzurri, e lunghi capelli biondi, parlava poco la creatura, e incoraggiati dalle madri, andavamo a fare brevi passeggiate al corso, di cui non ricordo nulla(tranne i fisici di quelli che andavano li a correre, con cortissimi pantaloncini).

Io ero depresso a dir poco, stanco di lottare, di vedere tutti infelici a causa della mia diversità, e dulcis in fundo, in quel periodo mio padre si ammalò di cancro! Non rammento di aver pensato che fosse per colpa mia, ma mia madre ce l'aveva scritto in faccia, e giorno dopo giorno, brutta notizia, dopo brutta notizia, passeggiata dopo passeggiata, mi ritrovai fidanzato con 90 chili di bontà e silenzio! A Genova il fidanzamento sbocca solo nel matrimonio, perché essere fidanzati costa, ed è un affare di famiglia! La mia versione etero, era inguardabile anche dal punto di vista del look!

Ogni mese la mia futura ricca suocera(fare la portinaia rendeva bene), veniva a prendermi, nell'odiosa guardiola di un consolato dove mi aveva piazzato a fare niente e a prendere uno stipendio, e mi comprava orribili camicie, cravatte domenicali, e cagate varie....la manipolazione era fortissima. Tirai avanti un annetto, tanto il sesso prematrimoniale non era ammesso, e questo era un vero sollievo, oltre che, un pratico alibi. Curiosamente, i miei precedenti gay, seppur acerbi, erano noti a tutti, ma ognuna delle due famiglie aveva un pacco da spedire verso un “normale futuro”, quindi unitamente al pesto si preparava il matrimonio.

Mia madre, andava e veniva dall'ospedale, con infauste proiezioni che accorciavano il futuro di mio padre, e quindi io tentai il colpo gobbo, proponendo di rimandare il matrimonio.

In un quarto d'ora dalla mia proposta al telefono, mi trovai a casa madre e figlia nel bagno di casa mia a piangere, e non per mio padre, ma per la figura di merda che avrebbero fatto. Mia mamma, spezzò il silenzio dicendomi con gli occhi lucidi “sposatevi prima, fallo per papà”.

Era fine Luglio, mio padre morì il tre di Agosto, ed io il ventiquattro dello stesso mese mi sposai, anche se la notte prima avevo conosciuto un parrucchiere che collezionava profumi mignon.................Cinquantotto giorni dopo la ridicola cerimonia, e l'ancora più ridicola Torta nuziale, con la Bella e la Bestia in glassa colorata( più adatta ad un compleanno), il rinfresco in un capannone di periferia con le sedie di plastica, con una modesta folla di estranei, e il servizio fotografico dove sembravo sposato ad un comò bianco, mi alzai da letto e dissi a mia moglie, che per quanto mi riguardava, io non le avrei rubato la vita intera, e che mi riprendevo la mia! Non ebbi un tale coraggio, mai più.

Come un razzo, presi la uno di merda che avevo sfasiato il giorno stesso che la ritirai usata dal concessionario e mi recai dalla vedova inconsolabile a darle la giusta mazzata finale!

“E' una torta di merda, questo matrimonio” le dissi “Quindi io, sono disposto a mangiarne la fetta più grossa, ma lascio una fetta a te, e a tutti quelli che credevano di aver messo a posto le cose”. Andai a casa mia, e la trovai che piangeva nel letto, non lo lasciò per una settimana, dicendo continuamente “perchè a me?”, dove trovai mia suocera che mi diceva “vai a fare la donna!” e mio suocero che minacciava le mie gambe. Si risolse tutto in fretta, i miei suoceri arginarono le perdite a modo proprio e io lasciai a mia madre la cucina su misura da finire di pagare, e presi in affitto un appartamento sopra il garage del signor Sesenna.

Venni a sapere che mio padre, tre giorni prima di morire, aveva detto a sua moglie “digli a fabrizio, che non si sposi, che non é cosa per lui”!

Tutto si aggiusta alla fine, io ero fuori di casa, e non ci sarei tornato mai più, la mia ex moglie si era tolta il peso di una verginità che non la rendeva migliore, con una persona garbata seppur inadatta, le nostre madri potevano ancora considerarsi delle vittime, come avevano sempre fatto.

Stranamente la loro amicizia finì.

Avrei presto trovato anche il modo di liberarmi di quella piccola città, e del suo piccolo pensiero!

To be continued!