martedì 21 settembre 2010

"via gli occhiali" Ge-mi storia banale di un gay speciale cap 16


Il giorno dopo la gitarella meneghina, tutto mi sembrava ancora più piccolo. Piccole clienti, piccola titolare, che piccola era sul serio, ma ora l'avrei messa in tasca, per non sentirla starnazzare, e piccola città.

Forse mi succedeva come può succedere in un amore al capolinea, reggi reggi fino a quando l'incontro “decisivo”, ti cambia la prospettiva. Allora tutto ciò che ti irritava già, ma al quale avevi abbassato il volume fino a renderlo un film muto, diventa assordante e insostenibile!

Gli occhiali con cui guardavo la mia vita a Genova, erano bruscamente volati via dai miei occhi, e tirandoli su da terra, mi resi conto che, se avessi potuto invertire le lenti, avrei preferito. E' decisamente più bello vedere oltre il proprio naso, vedere tutto più grande. Sai, per esempio, che comodità con certi amanti “modesti”?

Ma davvero la possibilità di realizzarsi potrebbe dipendere proprio da questo? Come potevo, infatti pensare di riuscire a sfruttare un potenziale visibile al microscopio? Nessuno sarebbe mai venuto ad “ingrandirmi”, dovevo farlo da solo.

Fino a quel tempo “farsi piccoli” mi era servito ad adattarmi agli imbuti comportamentali a cui mi ero reso soggetto. Diventa questo, ora sì che stai diventando quello,se camminassi senza dondolare allora si che, e quant'altro ripetuto migliaia di volte al giorno, mi avevano convinto a “sparire” in modo da essere meno visto possibile. La lotta tra i mediocri e i migliori era in atto da sempre nel mondo, e nel mio, io l'avevo apparentemente persa.

Ma ormai, essere fuori di casa, e “potenzialmente libero, non bastava, e fare delle scoperte, per quanto sensazionali, neppure, perché io in realtà il mondo lo guardavo dal basso comunque e quindi minime cose mi parevano enormi. Neanche Z la formica era disposta ad accontentarsi di essere solo una formichina laboriosa, e io quel cartone animato l'avevo visto!

Le domeniche pomeriggio, erano meno suine,ora che il mio fidanzato mi guardava come si guarda una tela. Ma lui non era Caravaggio e la mia testa lucida, non era molto Sistina. Mi affrescava comunque, secondo l'ultima lezione alla scuola di trucco. Via libera a ceroni, correttori, e plastiline, dopodiché per struccarmi avrei dovuto chiamare gli spurghi od usare un idrante! Capirete che la mia faccia violacea, a fine lavori, mi rendeva di settimana in settimana, sempre più simile a Bette Davis negli ultimi anni della sua vita, e questo per noi gay era perfetto a livello iconografico.

Ma l'amore è anche sacrificio, anche se, sul braccio questa frase se la tatuano sempre gli stessi, e cioè quelli che hanno sul naso, gli occhiali che” li” rimpiccioliscono!

Un vero gay milanese, come avrebbe affrontato la questione “marito/moglio”? Voglio dire, ce l'avevano anche loro la fissa della “normalità”, o essendo così favolosamente tanti, non se la sognavano nemmeno? Il mio sospetto era che la coppia, in condizioni di svantaggio, fosse un operazione matematica, tipo due è meglio che uno, ma se uno è centomila, allora due non è un po pochino? La matematica dell'amore, come quella dei numeri, mi distruggeva la mente e di fatto non mi aiutava a conoscermi meglio, anzi insinuava in me dei dubbi.

Nel frattempo, l'odore di minestrone tagliato grosso, mi convinceva che aspettare di avere una Mastercard per tutto il resto, era meglio.

Quella sera tornando a casa, la solita telefonata a casa, con il solito dialogo, con il solito genitore.

“ciao, come va?”Io

“come vuoi che vada, hai mangiato?” Lei

“si, si, e tu?” lanciando gli abiti e aggiungendo una busta alla mensola della posta inevasa.

“mi sono fatta, le lumache della bofrost(nota marca di congelati), sono buoni quei prodotti lì” col respiro corto di chi si è già stufato

“ah beh! Almeno non ti stanchi a cucinare” (mai fatto) con lo spazzolino tra i denti e la guancia

“oggi sono stato da Claudio, si stava bene in campagna...sussurro tanto per provarci.

“Vabbè, vai a dormire che domani lavori”...”notte ma”

Click! Spengo la luce, e mi sdraio, il peso delle coperte del mio ridicolo letto singolo, sembra un macigno sul cuore, ....sarà la lana scadente!



















lunedì 20 settembre 2010

"un caffé non può bastare" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 15


Quando volevano fare i fantastici, quelli dell'età di mio fratello, andavano a bere il caffé a Milano. A me, sembrava che andassero a Las Vegas! Mia madre non lo sapeva che suo figlio maggiore faceva questi giri, ma se per questo, non sapeva neanche dei giri che lui faceva con la 500 di mamma sulle alture della città, scendendo a tutta birra per le curve col freno a mano tirato, né delle mie traversate della pineta fino a casa della nonna.

Lei, non voleva sapere, lei non lo poteva sopportare.

Lasciarsi Genova, alle spalle di mattina mi dava la sensazione di “fuggire di nascosto”, e mi sentivo eccitato mentre passando sulla sopraelevata l'odore del pesce impestava l'abitacolo della macchina di Claudio. Il mercato del pesce, è come tutti i mercati del pesce, o almeno come erano una volta, l'unica particolarità di quello genovese, era che stava vicino alla “casa del Boia”, e che tutti lì dentro gridavano. La casa del boia era una casa situata nei pressi di una delle antiche porte della città , ma ormai le uniche teste ad essere mozzate erano quelle delle acciughe !

La sopraelevata, partiva dalla Foce del Bisagno(zona del noto Salone Nautico), e con i suoi altissimi tacchi, calpestava il Porto, sottoripa, Caricamento, fino a congiungersi con la zona di sampiadarena. Come una modella sinuosa e curvilinea, si credeva una top, e guardava dall'alto i tetti dei caruggi, li snobbava piantando i suoi piloni, con il disprezzo dei giovani, per gli anziani, ma ai miei occhi, era solo una battona urbana col tailleur, e le scarpe “troppo alte”.

“prendiamo solo una striscia di focaccia” avevo chiesto prima di partire, l'unica cosa che adoravo della mia città, e che desideravo avere con me.

Luci e ombre, trafiggevano il mio finestrino, e mentre l'odore di pesce spariva, e la focaccia si freddava tra le mani, i miei occhi diventavano pesanti, troppo per rimanere aperti. Da bambino, mi addormentavo puntualmente alla funzione domenicale, la mamma mi scrollava un po' se la testa mi ciondolava. Io volevo vedere la “superclassifica show” alla tv ma non potevo mai vederla tutta perchè bisognava prepararsi per andare lì. Mio padre non ci veniva, e se la guardava tutta.

Continuo ad avere un sonno insistente, quando faccio qualcosa che non mi aggrada.

Ma quella mattina, io ero nella carrozza/zucca/opel mègane, del mio principe azzurro , diretto verso il regno di molto molto lontano, e il sonno non era una via di uscita , quella volta, ma un lusso “principesco”.

La barriera di Milano, era davanti a me quando Claudio mi svegliò, ed era la più grande fila di caselli mai vista prima, e Milano, non dava l'idea di ricevere volentieri delle visite, ma passammo ugualmente. Appena superata la barriera Claudio imboccò con sicurezza la tangenziale che le indicazioni suggerivano come la migliore. La sopraelevata, si sarebbe dovuta vergognare di fronte a tutte quelle “ragazze di buona famiglia”, vestite a festa! Pareva dunque che Milano fosse fatta a cerchio, come i gironi dell'inferno, ideale per il peccato non credete? Comunque il concetto è semplice se la giri tutta ti ritrovi dov'eri partito!

Ma dentro un cerchio ce ne sono altri, e in ogni viale decine di rotonde! Un travelgum sarebbe stato utile in tutto quel girare intorno! “ se continuiamo a girare faremo un buco!” dissi una volta chiaro che ci eravamo smarriti. Ma che ce ne fregava a noi di perderci in quella città meravigliosa?

“ se facciamo un buco, amore sappiamo cosa farne!” rispose Claudio col suo solito buonumore!

A mia insaputa, Claudio aveva ben chiaro le tappe del nostro pellegrinaggio fashion, infatti, parcheggiò la macchina vicino ad una stazione della metropolitana, che ci avrebbe portato in centro.

La prima sorpresa la ebbi proprio nei corridoi che uniscono la linea rossa alle altre due.

C'erano bar, edicole e negozi sottoterra a Milano, e pensai che essendo la città della Moda, forse persino i topi, curavano il look! La verità è che, nessuno a Milano può rientrare a casa senza almeno un sacchetto. Mica come da noi, che se dovevi fare acquisti, lo facevi un giorno solo ed in un unico posto. A Genova chi va in posta va solo lì, e se deve pagare, non compra, se deve versare, non compra per risparmiare! Tant'è vero che nei sottopassaggi al massimo trovavi il tabacchino per comprare le sigarette “ di nascosto”.

Ma il negozio nel quale Claudio mi invitava ad entrare era a dir poco incredibile! Boa di piume copricapi, e scarpe altissime si mescolavano a completi sexy e a piccoli cazzetti a molla che saltellavano sul bancone, era lungo e stretto, ma lo spazio, era sfruttato al massimo! Ecco dove lui aveva preso le scarpe che gli avevo visto in camera, quelle di vernice nera con le fibbia.

Non chiedetemi per farne cosa, ma comprai anch'io un paio di altissime décolleté zeppate nere, e lo feci solo perché nel provarle non incontrai lo sguardo stupito di nessuno, unitamente al fatto che calzarle mi diede un brivido! Con i nostri sacchetti, uscimmo nella zona di Cadorna, per raggiugere a piedi la scuola di trucco. Donne giovani e bellissime si mescolavano con signore raffinate a spasso con cani molto “perbene”, (solo in seguito capii che era la zona delle agenzie di modelle) e nonostante ci fossero mille bar erano tutte magrissime e più o meno bionde. Non potei fare a meno di controllarmi gli abiti, temendo che ci fosse scritto “genovese” a luci intermittenti. Claudio era decisamente più adeguato, con i suoi stivaletti borchiati, e i pantaloni di pelle nera, peccato la statura....Di sicuro comunque, il mio indice fashion si incrementava, poiché le macchie d'olio della focaccia erano ovunque nei miei pantaloni, ma almeno ben distribuite!

I gay di Milano, erano ovunque, ma a differenza nostra, che a Genova tenevamo gli occhi ad altezza “cavallo”, loro gli occhi li tenevano ad altezza “Campbell”, infatti i nostri sguardi si incrociavano solo quanto bastava per “riconoscersi”, ma non si tratteneva oltre. Provai a camminare gurdando così alto, ma inciampai in un dislivello e rinunciai. Pieni di sacchetti, potevano portare la borsa come io portavo la stempiatura “tutti i giorni”. Quello per me fu un vero imprinting! A vevo sempre desiderato poterlo fare, ma quando cercavo di comprarne una a Genova, al massimo trovavo uno zaino, o una ventiquattr'ore ! Loro, milanesi, avevano tracolle, postine, borse tipo bowling, shopper etc... un vero paradiso.

Pagammo l'iscrizione di Claudio e ricevemmo in cambio una lista di oggetti extra necessari al'”allievo” per assurgere al ruolo di “discepola truccatrice” e un indirizzo dove comprare tali meraviglie. “ te la daranno la bacchetta magica?” gli chiesi, “ ce l'ho già!” e mi pentii subito di averglielo chiesto.

Se guardavo le case, mi chiedevo se mai avrei potuto abitarci anch'io, e se i cessi di quegli appartamenti, non fossero piccoli come il mio! Potevo vedere alcuni lampadari e data la grandezza, persino dalla strada, e immaginavo “stanze da bagno” dove per prendere la carta igienica , ti servisse il tapis roulant! Mi scoppiavano gli occhi a fine giornata, e quando chiusi la portiera della macchina, per tornare indietro, mi chiedevo: “ ma come cazzo faceva mio fratello a venire a Milano , solo per bere un caffè?”

to be continued!








venerdì 17 settembre 2010

"la piazzetta" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 14


La piazzetta, era per noi bambini genovesi, il punto di ritrovo per le attività sociali e per il gioco. Niente oratorio, ma soprattutto, in piazzetta si poteva giocare al pallone, a nascondino, al pampano, alle avventure, nessun regolamento condominiale regolava orari o tipi di gioco. Solo gli spazi utili nel parcheggio o nella “curva” determinavano l'uso che ne potevamo fare.

L'imperativo sessista però dominava sottilmente anche il “gioco”, pentolini, bambole alle femminucce, il pallone e le guerre ai maschietti. Scusate e io?

Come diamine potevo giocare al pallone se il pentolino si bruciava nel “Dolceforno”? O come pensare a vestire una bambola per il ballo, se la banda nemica ci attaccava?

Scendevo a giocare con la gioia dell'ora d'aria, perché io a casa, non potevo giocare in camera. Per carità avevamo un giardinetto, dove mi ruppi la testa dall'entusiasmo, e che divenne off limit quando un giorno mia madre mi trovò sotto il salice piangente preoccupato per l'albero, come vi ho già raccontato, e avevo anche uno sgabuzzino di un metro e mezzo per tre, con “finestra di fronte”, dove un mobile giallo, era stato pitturato talmente tante volte, che non si chiudevano più le ante. Di conseguenza, dovevo essere fortunato...ma io mi sentivo come Harry Potter nel sottoscala dei parenti Babbani.

Allora non festeggiavamo più il Natale, perché mia madre si era convertita ad una religione più economica di quella cattolica, niente compleanni, niente capodanni, niente di niente, i regali me li facevano per “buona condotta”...ma questa è un altra storia.

Delia e Federica, erano le due bambine della mia età, Alessandro, Giuseppe, Alex e Marco detto marcolino, (perché non lo so, ma era sempre isterico e con una voce stridula che lo rendeva simile a paperino) i bambini. Giocare con i ragazzi mi piaceva, ma dalla partita a pallone ero escluso, in quanto, con la mia gambetta sifula non ero un buon attaccante, allora decisero di farmi portiere, ma io raccontavo pettegolezzi appoggiato al palo, perché avevo capito “portiera”, quindi finì la mia carriera sportiva. Al contrario di ciò che facilmente si pensa non è che con le bambine andasse meglio, come può essere divertente giocare al negozio con i sassi, se quando li vendevo per patate mi dicevano “ma sono zucchine?” .“ Ma sono sassi, cretina” rispondevo stizzito, “e poi hai le gambe più storte delle mie, ma io metto i pantaloni perché mi stanno meglio che a te!”.

Nei ruoli facevo confusione, ma non venivo preso in giro, come succederebbe oggi, noi infatti ci giudicavamo in base alla capacità di svolgere il compito assegnatoci dal gioco. Il mio preferito?

L'esplorazione dell'intercapedine! Il nostro caseggiato era di 5 piani, e dalla curva sopra i tombini, c'era la porta dell'intercapedine che percorreva al buio, tutta la lunghezza dell'edificio, tra rivoli schifosi ragnatele e tubi delle condutture, un vero tugurio. Attraversarlo alla luce dei fiammiferi, era il gioco. Se non ti cagavi addosso prima, e raggiungevi la porta d'uscita dall'altro lato, avevi vinto.

Lì non contava essere maschi o femmine, lì contava il coraggio di vincere la paura del buio, ed io ero imbattibile! Mentre gli altri o le altre si perdevano a guardare le schifezze che avevano intorno, io, come una novella Lara Croft, puntavo la luce verso il basso di lato, così seguivo la strada e vedevo gli angoli delle svolte fino all'uscita. Mi guadagnai molto rispetto con quel sistema. Ecco perché, molti gay hanno ruoli professionali di spicco, da grandi. Noi cominciamo da piccoli a “dover eccellere” in qualcosa, in modo da ottenere una sorta di “bonus”, un'immunità , al televoto di un pubblico sovrano, che sentiamo già considerarci con un segno meno.

Ma c'erano altri giochi divertenti tipo, rigori sulle saracinesche di lamiera dei garage(che stavano sotto gli appartamenti), guerra con le nespole marce( di cui riutilizzavamo i quattro semi come proiettili delle cerbottane), e appiccica i topi col vischio!

Le mamme degli altri erano più o meno come la mia, informi, loquaci o mute poco importava, e vestite per casa,( cioè, con vestaglie o simili), ma quando uscivano per andare dal medico, te ne accorgevi. Passavano dal portone, profumate con profumi troppo olezzati, che mal si accompagnavano all'odore di naftalina dei vestiti “buoni”, l'oro degli anelli era giallo, e il numero dipendeva dalla graduatoria del marito in ferrovia(erano tutti ferrovieri i condomini), le calze rigorosamente contenitive color carne, i cappotti col collo di diversi animali più o meno prestigiosi o pelosi, curiosamente simili alle caricature Drag degli spettacoli gay.

La mamma, è un altro tasto dolens nella controversia sull'induzione all'orientamento sessuale dei bambini. Secondo molti psicologi delle vecchie scuole, essa riveste un ruolo condizionante se non conscia della sua responsabilità al riguardo.( quelli delle nuove, si occupano di guarirci non potendo più fare diversamente per guadagnare lauti onorari da altrettante ”mamme colpevoli”)

Non deve essere oppressiva, seduttiva, normativa, castrante, o contraddittoria. Ma cosa resta in una donna se gli togli tutto ciò?

La signora F. mamma dell'Alessandro però era diversa da tutte le 19 casalinghe dell'intero palazzo. Lei aveva ancora la forma di una donna, lunghi capelli mori, un viso da diva del cinema con acquosi occhi verdissimi, e una abbronzatura atomica perenne. Lei dal dottore doveva andarci tutti i giorni, perchè io me la ricordo sempre vestita a festa con tacchi altissimi e piccoli strangolini di seta legati al collo Quando mi salutava ,chinandosi su di me, mi sentivo come la pastorella di Fatima, pronta a ricevere altro che i tre segreti! Le altre comari compresa la Maria Luisa, ne parlavano male, dicevano che bevesse, e io non ci trovavo nulla di strano. Se una, è sempre poco vestita, deve avere caldo, pensavo, e se ha caldo dovrà pur bere!

Comunque Alessandro non era un bambino gay, eppure lei aveva tutte le caratteristiche di una madre bla bla bla secondo le teorie psicologiche allora in voga. La mia, al massimo avrebbe potuto indurmi al suicidio, al cattivo gusto, o persino alla santità ma di certo non all'omosessualità per desiderio di emulazione edipica. Io già da piccolo volevo solo essere favoloso, non una donna, ma un uomo non obbligato a ripassare da dove era uscito, dopo nove mesi di attesa, da parte del suo allora esiguo pubblico, senza per questo, dover passare una vita a nascondersi!

Per fortuna, c'era la nonna Verdina, la mamma di mia madre, che mi adorava così com'ero e mi permetteva di giocare a casa sua con la scatola dei suoi bottoni “gioiello”. Quella era la cosa più gay che potevo fare, ma ci giocava anche mio cugino, che diventò eterosessuale e depresso....vai a capirci qualcosa! Nel garage col papà ci andavo di rado, perché puzzava di benzina e i miei adorati sandaletti di gomma blu , si sarebbero sporcati di grasso, ma ci andavo a bere dal rubinetto se avevo sete mentre ero in piazzetta.

Vissi in quegli anni, un infanzia felice, imparai a ficcarmi il manubrio della bici nello stomaco, a cadere dai pattini sulle scale al grido di holiday on stairs, insomma a fare le cose di un bambino normale in modo speciale. Un fischio dalla finestra, segnava la fine della mia ora d'aria, e il ritorno alla mia stanzetta/sgabuzzino, dove guardando la finestra mi dicevo “ Se la apro e volo non torno più”!....to be continued!



giovedì 16 settembre 2010

"api regine,cicale e fuchi" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 13



I mesi passavano, e io ricevevo ogni mese un orsetto trudi della collezione streetbears, (in tutto 6), dal mio fidanzato. Sapendo che la collezione finiva al sesto, pensai di dovermi sbrigare.

A quel tempo, tutto il mio essere era proiettato nel desiderio di “rifarmi una famiglia”, e secondo la legge di attrazione, le cose si disponevano esattamente così.

Cosa mi portava verso lo stare in coppia? Perchè, invece, non assaporare fino in fondo la tanto agognata libertà?

Il vantaggio della diversità, è anche quello di avere più opzioni di vita possibile, rispetto alla condizione che ci vorrebbe tutti obbligati a riprodurci, pertanto a fungere da strumento caduco di diffusione dei nostri geni, abbiamo infatti grazie al limite imposto da una natura bizzarra o saggia, non saprei, il privilegio di pensare alla nostra vita come ad una esplorazione “non finalizzata.” Senza le pressioni esterne che riceviamo, questo sarebbe un modo più lussuoso di vivere, a mio avviso, ma la “colonia umana” che tutti ci comprende ma non tutti ci accoglie, condiziona tale libertà, spingendoci quindi ad una qualche definizione. Per tale motivo, ho individuato alcune tipologie di gay, in relazione al bisogno di coppia, o alla sua negazione totale. La mia osservazione della natura, che imprudentemente mi aveva “girato le spalle”, e l'amore per le favole, me le fanno immaginare così.

  1. Le formiche, sono gay “operosi” di aspetto banale, che “militano” nei gruppi culturali e nei movimenti sociali. Organizzano modeste colonie e condividono i frutti del proprio lavoro. Generalmente impostano rapporti durevoli e solidali non senza divagazioni. L'atteggiamento è laconico,tendente alla pallosità.

  2. Le cicale, sono gay “frivoli”, non amano riunirsi in colonie, ma sono parassiti paganti dello stesso nido, dotato di ogni confort, compresi saune e bagniturchi, e salette relax. Di aspetto sfavillante, si contemplano l'un l'altro per perfezionarsi, e raccogliere lusinghe individuali. Dichiarano l'intenzione di avere una relazione, ma la rifuggono appena possibile, in quanto affetti dalla sindrome di “c'è in giro di meglio”.L'atteggiamento è sempre un po' eccessivo.

  3. Le api Regine, sono gay non sempre appariscenti nell'aspetto ma camaleontici e poliedrici. Non si riuniscono in colonie ma si incontrano tra loro spesso, amanti come sono delle comunicazioni. Costruiscono un nido accogliente e funzionale che proteggono da sguardi indiscreti, dove consumano ripetuti accoppiamenti tra una migrazione e l'altra. Amano circondarsi di attenzioni, e sanno essere protettivi. La coppia non trova posto in maniera durevole durante l'età “fertile”, e viene di solito rimandata alla tarda maturità, dove poi rischia di essere sostituita dai viaggi l'atteggiamento è “regale”.

  4. I fuchi, sono i gay a cui credo di appartenere. I fuchi, non sono fichi. I fuchi hanno la fissa di farsi una famiglia, e per tale motivo sono sempre disponibili a fare “nido”e ad esserne poi sfrattati. Appartengono ad una categoria migratoria e nomade, capaci di grandi spostamenti per raggiungere il proprio scopo. Dopo l'accoppiamento, diventano quasi fastidiosi e pigri(capirai dopo tutto quel girare in cerca) in quanto la coppia decreta di solito l' esaurimento del proprio scopo. L'atteggiamento è implorante !

  5. Le zanzarine, sono gay giovani, o immaturi che si muovono in sciami annuali e rumorosi attraverso le vie del centro, ronzando slogan e mostrando pubblicamente il “pungiglione, per poi sparire nel resto dell'anno dietro a cespugli nei parchi pubblici .

    L'atteggiamento è noioso e l'ideale di coppia promiscuo.

Che siate formiche, cicale, api regine o fuchi, tutti siamo più piccoli dello spazio a nostra disposizione, pertanto la mancanza di confini può rendere il territorio vasto e per lo più inesplorato. Io, non avevo l'animo della giovane marmotta, inoltre, pare che gli esseri umani sprechino gran parte del loro tempo sulla terra, nel compensare il senso di perdita provato prima. Non feci eccezione alla regola, quindi volevo dimostrare, che una coppia “diversa” si poteva formare con ugual dignità rispetto alle coppie cosiddette “normali”. Questo non aveva a che fare con l'amore, ma con una spinta idealistica, e una certa dose di lotta sociale a noi genovesi tanto cara.

Claudio, era una persona amabile, e provai per lui un sentimento onesto, ma rappresentava anche il “mezzo” tramite cui ottenere conferma del mio valore, il pensiero magico poteva essere questo “se lui accetta di vivere con me, allora io valgo davvero, e la mia famiglia si sbagliava”.

La volontà di dare torto a chi mi aveva imposto un “segno meno”, pesò non poco sugli eventi, forzandone il corso.

Lui, dalla sua parte, probabilmente faceva pensieri simili, e siccome la suddetta legge di attrazione è infallibile, i nostri pensieri crearono una realtà oggettiva, materializzarono un progetto, che dava a ciascuno di noi il proprio tornaconto!

La decisione di frequentare quella scuola, era il suo alibi per giustificare l'uscita da casa, io la sua sicurezza nel farlo. I momenti di grande disagio che vivevo con la mia famiglia, mi spingevano a desiderare di non incontrare più nessuno. Nessuno che col suo sguardo mi accusasse, o mi compatisse. Mi dicevo che se me ne fossi andato, il tempo avrebbe reso per tutti meno doloroso il suo passare, per l'ennesima volta caddi nel tranello di essere io a risolvere il problema. La convinzione di averlo creato, sottilmente si era radicata e faceva il suo lavoro.

La caratteristica principale di Claudio era la “travolgenza”. Come nessuno, lui sapeva dare l'incerto per certo, ed in questo possedeva più potere di quanto ne immaginasse.

“Bambi,( per bambino) domenica andiamo a Milano, devo portare i soldi dell'iscrizione, e ci facciamo un bel giretto!”- mi annunciò con entusiasmo.

Di entusiasmo ce n'era ben poco nella cucina di sua madre, dove lei e la zia Tina non contenevano le lacrime. In fondo, i ruoli tra figlio/genitore, qualche volta si invertono, e loro sembravano bambine abbandonate dall'unico oggetto del loro amore e ragione di vita.

“ghe lù dito, mia Cloudio, aspeta in po..”- “ ma ti sé, u cria e alua ghe diggu vanni dunde t'oi “( glielo detto, Claudio guarda aspetta un po', ma lo sai, lui grida, e allora gli ho detto vai dove vuoi)

mi sussurrava in cucinino, mentre la consolavo. “Quellu garsunin, ne fa muì”( quel ragazzo ci farà morire) aggiungeva la zia, mistificando la paura con una finta rabbia. Io, non sapevo proprio come mitigare quella pena, perché non l'avevo mai vista negli occhi di mia madre, quelle donne, erano impaurite non contrarie alla felicità del figlio, ma impreparate al cambiamento. Sembrava che nulla avesse potuto placare l'irrequietezza di quell'anima mite, a nulla era valsa l'accettazione dei suoi genitori, i vestiti da donna che la zia Tina stessa, gli confezionava, ora per carnevale, ora per uno spettacolo, a nulla l'accogliere in casa, il suo compagno, e accettare di saperci amanti rumorosi in camera sua, con il loro permesso. Ma l'accettazione e l'apparente resa ai suoi desideri colorati, e la gioia di saperlo felice con qualcuno, erano parte del giusto amore incondizionato di una vera famiglia. Per tale motivo, se ai miei occhi, lui mi sembrava ingrato ed esigente, di fatto non lo era. Lui voleva che loro fossero fieri di lui, e anche lui sentiva di doverli rendere tali con qualcosa di più della “normalità”, mentre io non trovavo proprio il modo di farlo.

“Dai, bélin non fate così!” ci ingiunse un Claudio trionfante, “quando sarò diplomata, a te zia, ti trucco da troia, e a te mamma da diva di Hollywood!”, poi fece urlare una con un pizzicotto, e abbracciò teneramente l'altra, mentre io piangevo di gioia.

Questo era Claudio in quei giorni, croce e delizia di noi che l'amavamo!

Passammo il resto della giornata, lì nella vigna a far progetti, fino al tramonto dove milioni di lucciole ci circondavano tra i tralicci. Davvero non potevo immaginare niente di più romantico del cielo stellato e della terra pulsante di altrettanta luce, luce che, rendeva i contorni dei nostri corpi sfumati in un tutt'uno!”ti amo, Bambi”.mi sussurava insieme a promesse.

Forse l'amore è altro? Non lo so, a me sembrava molto simile alla sensazione di pienezza che cercavo, e anche se Claudio aveva la bazza, era metà di me d'altezza, e pieno di orpelli, io lo vedevo “azzurro” come nessuno. Non ci restava che comunicare alla Mari la lieta novella.








domenica 12 settembre 2010

"poi ti ci abitui" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 12


Le cose, cominciavano a mettersi per il verso giusto, pensai, quando Claudio si faceva sempre più intenzionato a frequentare quel corso. Nel frattempo, un altro pellegrino aveva trovato accoglienza a casa della mari, un gattino piccolo e pezzato! Nel tentare di dargli un nome, io e la mari ci interrogavamo su quale affibbiargli. Dato che era bianco con piccole macchie grigie, e una spruzzata di rosso...decidemmo di chiamarlo Aglio, ma mica si poteva gridare “aglioooooooo “ come niente fosse, a Genova, infatti, avremo rischiato di trovarci alla porta, un nugolo di casalinghe convinte di una vendita a prezzi stracciati. A Genova giravano spesso i camion della frutta col megafono, o l'arrotino, o l'impagliatore di sedie, ...insomma per far palanche ci dava un gran da fare! La genialità della mari non si fece attendere e decise così, di chiamarlo aglio in inglese “Garlick”. Suonava proprio chic, quel nome, anche se il poverino, non sembrava in formissima.

Una sera, suonò il telefono e la mari sconvolta disse: “ C'è garlick che sta male, continua a cadergli la testa per terra”- “arrivo subito!” risposi allarmato.

L'amore per gli animali, ci univa profondamente, più erano conciati più sentivamo di dargli una mano, del resto da ragazzo, ne avevo soccorsi, allevati, e salvati un bel po'! C'era una pineta a ridosso del mio caseggiato, non ancora disboscata per costruire case, e lì tra gli orti abusivi, e gli alberi da frutto spontanei, io ci passavo le giornate intere. Non era raro imbattersi in cuccioli abbandonati, talvolta, dalla stessa madre, perché malati, e io me ne facevo carico insieme ad altri.

Credo di aver toccato gatti col cimurro, la rogna, la congiuntivite purulenta e chissà che altro, ma non mi presi mai nulla. Ironia della sorte, la mia missione di “madre surrogata”, mi consentiva di elaborare degnamente il mio vissuto di abbandono, e forse per questo, tutto il mio essere, sembrava protetto dal rischio di ammalarsi, o più semplicemente avevo culo!

Claudio mi passò a prendere al volo con ancora Rettore che urlava “Donatella non c'è “ dalle casse della radio, e a “donatelle spiegate”..volammo dalla mari.

Ci aprì in lacrime, e confusamente diceva qualcosa. Mi precipitai in cucina (perchè l'emergenza non mi ha mai paralizzato, fortuitamente per me)e trovai il piccolo garlick accucciato sulle zampine in una posa innaturale, la sua enorme testina di cucciolo non si soteneva sul collo, e respirava affannosamente.

Claudio invece, in queste situazioni diventava un one men show! Lo incaricai di recuperare il numero di un pronto soccorso veterinario aperto 24 h, e di telefonare immantinente. “pronto, buongiorno senta, ho un cucciolo di due mesi che non sta in piedi”- “Si, che lo so che è piccolo, ..come dice?..no non vorrà mica che lo metta nel girello??? Intendo dire che sembra Rettore impiccata sul bidet....ah lo porto subito!!! Sa che ha una bella voce?

“click”.

“ma sei cretina?” lo rimprovero io! “....E, se l'aspetto è come la voce, dobbiamo correre, mi ha detto che tra mezz'ora finisce il turno”- “accendi la macchina belina”, lo incalzai!!!!!!!

Mettemmo garlick in una copertina, la mari in un sacco nero..ehm nel suo cappotto, e ci avviammo!

Due gay e una donna al bivio, in una lotta contro il tempo, sfrecciavano nella notte genovese, con il fazzoletto bianco fuori dal finestrino. In realtà di bianco non avevamo nulla, e il suggerimento di sventolare il micetto, fu drasticamente respinto, la mari aveva le mutande nere col buco, io non le avevo. Sventolammo una salvietta umidificata, che tenevamo per il sesso in macchina!

La sala d'aspetto era desolata ma per fortuna vuota, e nella piazza Palermo, lasciammo la macchina su un aiuola. La mari, fu trascinata al grido di ammazza la vecchia, verso la clinica, dove un dottore mozzafiato ci accolse in sala visite. La tentazione di spogliarci, l'abbiamo avuta tutti e tre, ma non c'era il tempo per giocare, e il fco dottore aveva già il termometro in mano.

“Non preoccuparti piccino, fa sempre male la prima volta, ma poi ti ci abitui” diceva Claudio, ormai trasfigurato in sexy infermiera, lanciando un messaggio ben poco subliminale al medico, il quale, dopo aver osservato la temperatura ruppe il silenzio ed emise la sentenza.

“Gli faremo una iniezione di antibiotico a largo spettro, ma non vi garantisco che ce la faccia. Diciamo che se supera la notte ha buone probabilità, tenetelo al caldo nel frattempo.”

“grazie dottore, so come sdebitarmi, dissi, ma sarà meglio che la paghi, quant'è?

Tornammo più mogi di quando eravamo partiti, erano circa le due del mattino, e l'adrenalina era ormai presente solo nella canzone che la Giuni Russo, cantava alla radio....noi sfiniti e angosciati.

Claudio ci accompagnò a casa Maggi, e data l'ora, decisi di fermarmi lì a dormire. La casa era silenziosa, i ragazzi a dormire, l'ingegnere in trasferta.

“Mari gli facciamo una cuccia?” chiesi, “Senti, mettiamolo nel letto.”mi rispose fiaccata.

Io non riuscivo a togliere gli occhi dal micino, così pensai che se nel letto eravamo in due, lo avremo scaldato di più. Tra le mie esperienze estreme avrei annoverato anche quella di dormire col gatto agonizzante(che data l'iniezione, somigliava a un dromedario coi baffi)e una balena neanche tanto azzurra!

Nello sfondo, una donna biologica di imprecisata forma, un omosessuale (che si consta esserlo, in quanto sdraiato sul bordo opposto del letto), e una piccola gobba di coperta tra loro. Rumore di chiavi, luce, viso conosciuto...cazzo Enrico!

Il bell'Enrico, tornava dalla notte brava e siccome la camera della mari era di fronte all'ingresso, e la porta aperta, appena alzò gli occhi mi vide nel letto con sua madre. “posso spiegarti ….”- feci con la lingua felpata dal disagio, “ C'è il gatto....era tardi,...a dormire....tuo padre” aggiunse la mari.

“contenti voi” chiuse Enrico entrando nella sua stanza.

Morfeo si impossessò di noi verso le tre, lasciando Eros chiuso nell'armadio. Alle prime luci dell'alba, dopo aver chiesto alla mari se, durante la notte, le avessi toccato il culo, e ricevendo una risposta negativa, con l'aggiunta di un purtroppo di troppo, notai che la gobbetta nel letto si muoveva! Saliva dai piedi verso il bordo del letto, e dal lenzuolo, spuntò un capoccino peloso con gli occhi spalancati ,-“miao!”

Urlammo di gioia, io virilmente, e la mari gutturalmente e ci abbracciammo......proprio mentre l'Ingegnere girava le chiavi nella toppa della serratura.

To be continued




mercoledì 8 settembre 2010

"la fata dentina" Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 11


In quei giorni, l'ego del mio fidanzato, lo portava a contemplare nuove possibilità, come ad esempio, quella di frequentare una prestigiosa scuola per truccatori a Milano. “diventerò la Gil Cagnè-tta, di manesseno” esclamava trionfante, agitando in mano la brochure dei corsi.

Io lo guardavo ammirato perché l'amore si sa, rincoglionisce! Lui non chiedeva l'opinione dei suoi, più semplicemente, gli comunicava le sue decisioni!

Già, Milano. Per noi gay genovesi, quella città era come l'America, un luogo dove tutto è possibile, lì pulsava la moda, la vita notturna era rutilante e varia, ed essere gay....un valore aggiunto!

Le migrazioni di “principesse “ liguri, erano già cominciate diversi anni prima.

Per esempio ricordo quand'ero adolescente il caso dell'Alessandro M. Il mio radar gay, aveva cominciato a suonare dalla prima volta che lo vidi al capolinea dell'autobus!

Ma la conferma me la diede una ragazza, che filava mio fratello. Lei era decisamente brutta, ma con me era gentilissima, e quando scendevo in piazzetta a giocare, la chiamavo da sotto il suo balcone e lei usciva a fare due chiacchiere con me. In cambio di una foto di mio fratello, mi regalò una bambola di pezza, che avevo visto in camera sua. Era figlia unica e nel quartiere la sua famiglia era considerata sopra le righe. Suo padre era un omone altissimo, e poteva fare paura, ma era buonissimo e schivo in realtà, e la irsuta peluria bianca, di cui era ricoperto davanti e dietro in egual maniera, lo rendeva simile ad un orso polare. La signora Amelia, invece, molto più brillante del marito, e con un tono di voce impressionante, portava sempre un rossetto rosso su bellissimi denti bianchi, e si depilava il mento sul balcone con la lametta. Loro mi volevano bene, e a me piacevano un sacco. Nonostante la differenza di età, tra me e la figlia, noi riuscivamo a comunicare perfettamente.

Comunque, lei mi parlava spesso del suo amico Alessandro, che era andato a lavorare a Milano, nella moda, e di quanto, una volta finito il corso di figurino che frequentava, le sarebbe piaciuto fare altrettanto. Avere un amico a Milano, era troppo chic, e lei ne andava fiera.

Così, grazie alla mia “spia”, riuscivo a sapere quando lui arrivava, e ad essere guarda caso, proprio vicino al portone di casa sua! Gli appostamenti erano un arte in cui ero abile da ragazzo, lo scambio di sguardi mi elettrizzava, ed era una carica sufficiente per sopportare il resto delle mie giornate noiose. “un giorno lo conoscerò” mi dicevo, per me lui, era come il divo di Hollywood, per una ragazzina. Ormai, avevo già i denti definitivi, ma rivolsi un pensiero alla fata dentina, ed espressi comunque un desiderio.

Mia madre, aveva capito qualcosa, e cercava di tamponare con divieti inutili, le mie attività. Credo di aver lasciato la scuola, qualche anno dopo, perché quel genere di studi, credevo mi allontanasse dal mio obbiettivo! Quello di imparare un mestiere, che mi permettesse di raggiungere quella Terra Promessa di nome Milano....ungiorno!

Io feci due anni di superiori, poi mi ritirai, e lavorai un po' dappertutto, ma non mi piaceva fare quei lavori, così per fare contenti i miei mi iscrissi al corso regionale pincopallo, dove conobbi l'Armanda e la Cinzia, lo superai col massimo dei voti, inutilmente, ma finalmente ebbi l'occasione che cercavo! Trovai un lavoro per caso, in uno squallido ufficio, come impiegato amministrativo, e così convinsi mia madre a comprarmi il motorino, approfittando dei soldini guadagnati, e della sua stanchezza. Eravamo sfiniti entrambi, dall'incompatibilità delle nostre nature, e quella volta vinsi io! Mio padre, ansioso com'era, e data la mia distrazione patologica, non senza ragione, si dichiarò contrario all'acquisto, ma io mi ero lavorato la mamma a dovere, niente stranezze, niente gaiezze, un lavoro vero di cui fingevo entusiasmo, furono sufficienti a farle credere che mi fossi “raddrizzato”, e a sganciare la ricompensa. Allora si andava senza obbligo del casco sui cinquantini, e io col mio “ciao Piaggio”, attraversavo la città per andare a lavorare.

La via Sampiardarena era trafficatissima, e pericolosa poiché piena di traverse da cui sbucavano automobili all'improvviso. Alle due del pomeriggio di un giorno qualsiasi, una di queste mi centrò in pieno scaraventandomi da qualche parte...in condizioni disperate. Rumori di ambulanza e un vociare agitato intorno a me ...poi più nulla!

Mia madre, si trovava a fare la spesa, quando si vide venire incontro la nostra vicina. “ Buongiorno signora Traverso!” - la salutò contenta, non notando che la signora era viola in faccia, continuò, “guardi che bel portapane che ho comprato”.- ancora silenzio e rossore. La nostra vicina non era quel tipo di donna che parla molto, ma tacere del tutto non poteva essere normale,” venga, maria, si sieda un attimo” disse finalmente. Fu solo piegandosi per sedersi, che mia madre notò che la signora Traverso non aveva ai piedi le scarpe, ma le ciabatte! “cos'è successo?” disse gelata mia madre, cominciando ad intuire, “Niente, fabrizio è caduto col motorino, ma niente di grave..” mentì la signora, “magari però l'accompagno dal lui!”Non tornarono a casa, e raggiungendo l'ospedale e il reparto di rianimazione, mia madre non trovò più il suo portapane tanto bello.

Mi scoccia ammetterlo, ma io non provai nessuna delle sensazioni meravigliose che alcuni, usciti dal coma, descrivono, nessun tunnel n, nessuna luce, nessun volo extracorporeo, ma per certo non ricordo di aver provato dolore.

81 3591, 868331, e una fila di altri numeri mi uscivano dalla gola, senza un motivo apparente, quando dopo due giorni circa tornai ad essere cosciente.

Non vi annoio con la lista dei danni, ma girandomi verso le sbarre metalliche del letto, vidi la mia faccia, e siccome la lingua mi stava dicendo che c'era qualcosa di strano, aprii le labbra per vedermi i denti, o meglio quel che ne restava, e piansi.

Mio padre mi fu vicino per una notte intera, (forse per far riposare sua moglie, o forse perchè a lei non andava di farlo), non c'era rabbia nei suoi meravigliosi occhi verde bottiglia, questo lo so per certo, e amorevolmente, con tocco garbato mi sistemava il cuscino, perché mi faceva male il collo.

“mi dispiace”, credo di aver detto fischiando a causa dei denti rotti.

Mia madre non me la ricordo, ma quella non sarebbe stata l'unica volta in cui la sua presenza in ospedale, risultava inutile per me, se non gravosa. La sua freddezza, già nota, divenne gelo autentico misto a disprezzo, il tocco delle sue mani, trasmetteva fastidio e non sarebbe mai più cambiato! Forse, era arrabbiata con se stessa per avermi preso il motorino, ma di fatto, era me che non tollerava più, io dal canto mio, mi ero abituato a non averla mai avuta.

Per fortuna c'era il tecnico di radiologia!

Io ero il più giovane del reparto, e venivo coccolato da tutti, in particolare da Antonio, il tecnico per l'appunto. Mi portava ogni giorno, un regalo diverso, un giorno un sasso colorato, un altro le bacchette cinesi, e mi raccontava dei suoi viaggi in Oriente! Gli antidolorifici, mi rendevano torpido ma ero felice quando, aprendo gli occhi, lo trovavo lì. Avrà avuto almeno il doppio dei miei vent'anni, i capelli biondicci e la pelle rovinata dal sole, mani grandi e delicate e due occhi azzurri limpidissimi. Mi andava il cuore a mille, ma speravo non si vedesse. Di lui, non seppi più nulla una volta dimesso con le cicatrici e i denti nuovi. Magari era un angelo gay! I suoi regali sparirono con il suo ricordo, probabilmente per mano della mia genitrice.

Io in ospedale c'ero già stato ad otto anni, per allungare il mio tendine d'Achille. Al Gaslini di Genova, l'ospedale dei bambini. Mia madre a quell'epoca era in camera con me, e dei simpatici scarafaggi, che la rendevano cattiva con le infermiere! Nel reparto i bambini c'erano, ma io con la mia gambetta corta ero uno spettacolo in confronto, un bimbo con le dita annodate, un paio di idrocefali, sette nani, mi convinsero a sentirmi biancaneve, con tanto di matrigna! Incredibile come molti anni più tardi, qualcuno mi trovasse attraente vero? Ma la mia fatina è stata generosa con me! Per una gambina sifula, in cambio mi donò la gaiezza e un paio di genitori, e per i miei dentini, mi regalò di diventare parrucchiere. Mestiere perfetto per i miei intenti non credete anche voi? Forse però, a pensarci bene, non era bella come la immaginavo!

To be continued


martedì 7 settembre 2010

"metti una sera che,,," Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 10



Erano tutti usciti, e io e la mari ci godevamo l'eco delle fusa dei suoi gatti altrettanto contenti di non doversi rifugiare in qualche pertugio, per sfuggire al consueto traffico umano. Caffè, sigaretta in pace assoluta, e parlando sottovoce pensavamo al menù.

Non era mai un problema il cibo a casa Maggi, perché le manine sapienti della padrona di casa si tuffavano abili in volute di farina, che diventavano torte salate, focacce o farinate in un batter d'occhio. Forse cucinare non era per lei una passione, ma una logica conseguenza dell'amore. Chi ti ama ti nutre, senza eccezioni, materialmente e moralmente, e lei, anche se stanca morta, non ti negava mai il suo amore! Inoltre lo faceva con grazia, con ironia, con nessuna preoccupazione per la quantità dei pellegrini accorsi al profumo della tavola. Un amore fragrante di maggiorana, e fresco come un sorriso.

Enrico il bello, tornava da fuori, e salutò sua madre con un flebile “ciao, mà”! Era poco loquace, ma un vero rubacuori, solo che quel pomeriggio sembrava corrucciato.

“che ha?” - chiesi, “Mah, c'è una della scuola, che gli si è appiccicata, e non chiedermi perché, non riesce a farsi mollare, lo sentivo raccontarlo a suo fratello”, rispose la mari, aggiungendo “tra l'altro è strano perché di solito è piuttosto brusco se non gli và! Certi vaffa, al telefono li sento fino in cucina!”.

“Enrico, quella maglia sarebbe da lavare se ti decidessi a toglierla!”- “Non rompere” la risposta.

“Allora mari, claudio viene per le otto, dopo il negozio, sono curioso di sapere che ne pensi” dissi stupidamente preoccupato che potesse non piacergli “Dimmi una cosa, tu sei felice?” - “non saprei, ma sto bene con lui”. Le domande sulla felicità mi hanno sempre confuso, non ero abituato a chiedermelo, né sapevo fino ad allora cosa fosse per me.

“ci sarà anche mia madre, Roberto la porta qui tra poco”. Mi prese un colpo! Va bene i figli, il marito già mi pareva un miracolo, ma pure la nonna! Sarebbe stata sufficientemente forte di cuore?

La Tilde era un donnino, magro, che la vita, insieme ad una bella artrosi,e una discreta collezione di corna, avevano lievemente piegato. Sposata al sciù Mennella detto Beccia,(sinonimo dialettale di dongiovanni), ad una riunione di condominio, qualcuno lo propose come consigliere, ma avevano un vicino che faceva Besca di cognome, e per contrastare l'entusiasmo degli astanti, e defilarsi dalla carica, il papà della Mari aveva esordito così ”Ma femmu consigliere lì u sciù Beccia!”,(ma perché non facciamo consigliere il signor besca) e la Tilde, che era timida come un riccio, gli sussurrò “Besca, si chiama Besca!” aggiungendo con un sottile risentimento per le scappatelle del marito “U sciù Beccia tei ti”(il dongiovanni sei tu!). Quando la mari partì per Londra, non fu l'unica a far la valigia, suo padre, aveva avuto la brillante idea di fare lo stesso, lasciando la povera Tilde sola con i suoi pensieri.

La cena si fece, e fu come la vita, mai come te l'aspetti! Cladio era caduto nel suo profumo preferito, rendendo la pasta al forno, una pasta N°5, la passione ci travolse in cucina, ignari del passaggio della Tilde che disse alla figlia “Mia mari, nu saivo che anche i bulicci se bagian in ta bucca”(guarda maria, non immaginavo che anche gli omosessuali, si baciassero sulla bocca), Manuel consigliò ad Enrico di telefonare alla ragazza appiccicosa, e con una scusa propinarle lo show famigliare, assicurandogli l'effetto desiderato, la Betta, era “antropologicamente” euforica, e ridacchiava in continuazione, il padrone di casa parlava ma il suono delle parole ricordava pitupitumpa, e lei, la mari, guardava il mio futuro fidanzato con tenerezza e approvazione. “Non ti raggiungerà mai mentalmente, ma il suo cuore è sincero, come il suo eccessivo uso di orpelli, sarete baraccone e felici insieme”!

Ebbi la benedizione che cercavo, e io e claudio quella sera ci fidanzammo “dal basso”.

Che relazione c'è, tra il sesso fra due persone e il loro legame? Un denominatore comune nei gay, è la forte carica possessiva dei rapporti di coppia. Non so se questo, dipenda dall'infiltrazione di elementi narcisistici in un rapporto tra “stessi”, o se le pressioni esterne, esigono una maggiore coesione. In ogni caso la fisicità nelle nostre coppie è vissuta generalmente, come conferma del sentimento, e la si vive con grande intensità. Io, di intenso, avevo solo l'imbarazzo di un corpo sgraziato e di un educazione pudica e repressiva, quindi credo che il mio fidanzato abbia fatto l'amore da solo per un bel pezzo. Ma nonostante questo, la sua pervicacia nel continuare a desiderarmi, mi spinse ad osservarmi con i suoi occhi(i miei li tenevo chiusi) mentre mi restava accanto nel mio labirinto. Il senso di appartenenza trovò terreno fertile per crescere e questo rimase per me indelebile. Il senso dell'unicità di ciò che accadeva tra noi, era ciò che lo rendeva importante.

Non era di certo la mia prima volta, ma come ebbi modo di capire poi, nell'arco di una vita intera, ci sono molte “prime volte”!

Tornando a casa, passai dal mare, e lanciai un sasso, affidandogli le mie emozioni, mentre le barche ormeggiate di Boccadasse, si scontravano spinte dalle onde, come comari che si sgomitano, per l'ultimo pettegolezzo!

To be continued.