domenica 29 agosto 2010

" la macaia" Ge- Mi storia banale di un gay speciale4


Nei giorni seguenti, pensai a Claudio e al nostro incontro, ma soprattutto, al suo modo libero di porsi. Fino a quel momento avevo conosciuto altri ragazzi gay, ma non vi dico la fatica! Quando a Genova il cielo è coperto, e sembra che debba piovere, ma non accade, si dice che c'è “macaia”.

Una macaia perenne aleggiava nei rapporti sociali tra i genovesi, i quali, sono ben più che riservati.

Si sprecano una serie di convenevoli dialettali, le persone seppure in confidenza non si chiamano per nome, “scià maria” e “sciù vincenzo”, sono la signora Maria, e il signor Vincenzo, e compresi di suffissi saranno sempre menzionati.

Scarsamente ospitali, i genovesi non amano esporsi ai “ceti”(pettegolezzi), ma amano farli su altri che non conoscono, quindi ognuno a casa sua! Ma a nessuno sfugge ciò che accade fuori dalla finestra. Sospettosi e diffidenti i genovesi hanno sempre un aria molto perbene, che non include il parlar sboccato, di sesso, di soldi, e di sé. Un vestire dimesso e poco appariscente e un costante imbarazzo, che rasenta il fastidio.

In un simile ovattamento di tutti gli estremi, essere gay, vestirsi gaiamente, ma anche essere semplicemente spontanei risulta impossibile ancorché sconveniente, quindi i miei “colleghi” sembravano giustificati ad incontrarsi e riconoscersi solo nei cessi pubblici o tra gli enormi blocchi frangiflutti del litorale marino, o nella penombra della “Cage”.

Ma mai capirò perché, una volta ben certi di essere in luoghi convenuti e tra simili, non smettessimo mai di vergognarci! Nell'intervallo di pranzo andavo a piedi a prendere il sole in Corso Italia(la passeggiata fascista di cui beneficiano ancora gli innumerevoli comunisti genovesi)e lì sotto il depuratore nel più scomodo dei posti c'era il “ritrovo delle pie donne”, come lo chiamavo io! Appena preceduta dalla spiaggia appannaggio delle famigliole, la barriera frangiflutti, consentiva di stendere il proprio telo come sugli scogli, ma via via che la percorrevi, le famigliole si diradavano insieme al genere femminile, lasciando il posto(ormai esiguo) a più gradevoli paesaggi e in alcuni casi, "generosi promontori". Generalmente, continuavo a camminare come se fossi lì per caso,almeno fino a quando non intravedevo un costume da bagno di mio gradimento, visto il quale, per i motivi di cui sopra invece di avvicinarmi e fare amicizia, mi allontanavo di un bel po', e stendevo il mio telo.

Raramente ne vedevi due insieme, tranne i gay anziani, che forse si aiutavano a vicenda per non spaccarsi le gambe, si perché tra un blocco e l'altro c'erano fessure dentro le quali, potevi comodamente sparire.(appartandoti con qualcuno o cadendoci fatalmente). Rido ancora al ricordo di certi salti che si facevano da un blocco all'altro. Così novelle camosce di Trento, tutte noi saltellavamo seriose come se fosse normale. Ma parlarsi sembrava più difficile che saltare in lungo. Una volta completato lo scacchiere della seduzione, gli sguardi si facevano intensi, ma si continuava a fingere che non ci fosse intenzione, talvolta se nessuno dei due faceva il primo passo, poteva diventare estenuante come il pranzo domenicale dai parenti! Non ricordo di aver mai avuto niente più che un nome in quel posto. E talvolta anche dopo aver stabilito un contatto, avevo l'impressione che l'altro si tirasse indietro” non gli piaccio” pensavo, ma forse semplicemente la luce del sole era troppo forte per essere guardata ad occhi nudi!

Per questo motivo Claudio mi restò impresso. Lui, era come avrei voluto essere io, viveva apertamente la sua condizione, e questo lo rendeva sincero, pronto a correre il rischio di vivere davvero.....Nel silenzio della mia cucina, al tramonto, spensi la luce e il gas sotto il caffé, mentre decidevo di chiamarlo il giorno dopo.

I telefoni cellulari in quegli anni erano grossi come mattoni, e costosissimi, per tale motivo erano pochi ad averli, ed io quasi non sapevo di cosa si trattasse. Ma c'erano le cabine telefoniche e ricordo che erano sempre occupate. Il mio portafoglio, era sopra il telefono mentre una voce bassa e garbata rispondeva “Nero e cobalto buongiorno!”... e lì lo dimenticai per non ritrovarlo più!

La parte a ponente di Genova non mi era mai piaciuta, era decisamente grigia forse a causa della vicinanza dell'Ansaldo o forse per mancanza di fantasia, inoltre la cadenza dialettale cambiava spostando il suono delle parole, ma mentre raggiungevamo la casa dei genitori di Claudio, mi facevo un altra idea. Non avevo ancora deciso nulla circa quella frequentazione, ma l'allegria di quel ragazzo e il suo aspetto trasgressivo mi piacevano molto. Portava molti orecchini e anelli alle dita, anche se le sue non erano molto lunghe, e i capelli lunghi e ricci non erano proporzionati alla sua scarsa statura, ciononostante, per qualche incantesimo, non era volgare, forse per questo accettai di andare a casa sua. Quel ragazzo, col suo coraggio sfidava l'ipocrisia genovese, che ci voleva tutti nascosti, camuffati, o al massimo definiti come anormali. Ogni giorno si alzava e con orgoglio e semplicità alzava la serranda del suo negozio e offriva alle reticenti signore genovesi, nint'altro che un luogo dove potersi togliere la maschera e ...indossare la parrucca!

Mi confessò che fu molto dura ingranare all'inizio, la prima cliente ad entrare era stata “ Scià Grillo” Rosa, di nome.

La dentiera della signora Grillo, non ne voleva sapere di stare attaccata, così quando parlava le labbra, i suoni e i denti non erano in sincronia, forse anche lei era “diversa” e trovò il suo posto. Claudio parlava il dialetto perfettamente e questo lo aiutò moltissimo a conquistarsi il rispetto della gente del quartiere( la stessa però che chiamava i carabinieri, quando la notte di carnevale, vedeva entrare sette uomini e uscire sette Regine della notte sfolgoranti con tanto di costumi, trucchi e parrucche), a tal punto che ben presto lui e la signora Grillo, si parlavano come vecchie amiche.

Lei gli disse all'ennesimo “scià Grillo buongiorno” - “Nu me ciammi scià grillo claudio, Rosa, sulu( non mi chiami signora Grillo, claudio, solo Rosa) e lui le rispose “Ben alua buogiorno scià Grillo Rosa sulu!”( “va bene, Signora Grillo rosa solo!”)

Il profumo della “cima” mi inebriava ancora quando la signora Maria Pedemonte, aprì la porta avendo sentito la macchina di suo figlio Claudio nel vialetto di casa, e dal suo sguardo capii che la mia visita non era stata annunciata! To be continued


Clark vs Pesche Ge-Mi storia banale di un gay speciale



Una cosa per la quale i gay sono noti, è la loro vicinanza al sentire femminile, di cui lo shopping è una parte fondamentale. Esso, allenta lo stress, produce endorfine glitterate, e da senso al lavoro.

Se poi, la vita sessuale è insoddisfacente, allora, diventa assolutamente necessario.

Nella Genova dei miei ricordi, lo shopping, era soltanto la necessaria sostituzione di cose consumate. Ah, per inteso, quando dico consumate intendo inutilizzabili per limiti di usura del prodotto. Durante la crescita, i miei acerbi ormoni gay scorrevano per il mio sistema nervoso, in incognito tentando di mescolarsi agli altri, ma pronti ad attivarsi al giusto stimolo. (detta fase sommergibile). La volontà di tali ormoni, però lo stimolo non stavano ad aspettarlo, piuttosto , invasate come le donne ai saldi, se lo andavano a cercare. E' opinione diffusa che la madre sia il primo bacino di osservazione7ricerca di un bambino gay in via di sviluppo.

Non starò ad annoiarvi circa le modalità della mia nascita, ma vi basti sapere, che oltre a nascere a Genova, a farlo da gay, ed in una famiglia con scarsi mezzi economici, io, vinsi il jackpot della sfiga. Mia madre era quanto di più estraneo riusciate ad immaginare dal genere “femmina”.Mia madre non era brutta, ma non pensava di dover/poter essere qualcosa di diverso dal mucchio di geni che l'avevano formata.

Mia madre, non andava nei negozi, e se lo faceva comprava in luoghi orrendi, le scarpe per esempio, le compravamo da un tale che faceva mercati, e quindi il negozio era il suo garage! Il signor Sesenna, era un rubicondo mercante di aspetto ripugnante e modi melliflui. L'assortimento della sua merce andava dalle finte Clark(modello desert boot, suola di para perenne, e floscia tomaia in camoscio)al vero incubo! Pensate come potevo sentirmi a 11 anni, nel recarmi a provare la nuova scarpa, del tutto simile a quella appena consumata(finalmente) tra odore di nafta e muffa, usando come sedia di prova il sedile posteriore della sua auto! Aggiungete tutta la vergogna possibile nel doverlo aspettare davanti alla serranda chiusa del suddetto garage....e un pizzico di convinzione che primo o poi qualcuno ci avrebbe arrestato per ricettazione!

Mia madre, comprava a credito abbigliamento dalla Luisa, una ex battona che si era riciclata tra le case popolari, come merciaia a domicilio. Il giorno che la Luisa veniva a casa, corrispondeva al giorno di paga di mio padre, ma mica tutti i mesi. L'avida vecchiarda aveva i denti gialli dal fumo, e il rossetto rosso. Mi divertivo a vederla caracollare dalla sua fiat 500 con tre o quattro sacchettoni di roba..e salire le scale urlando “Mariaaaaaa arrivoooooo”. Ci mettevamo in cucina e lei si sedeva a gambe aperte sulla sedia” sciurbendo”(sorseggiando in dialetto)il caffè della mamma. La sua merce era più varia di quella del Sesenna, ma senza un senso.

“Vuoi i gin?” (vuoi acquistare dei jeans?), “vuoi gli slip? Ti do la Cagi, è buona sai?”, insisteva tirando su gli occhiali unti con la mano sporca, e sollevando il labbro superiore con una smorfia.

Finiti gli acquisti tirava fuori il suo quaderno dei crediti alla voce Maria luisa e o segnava, o se la mamma pagava cancellava il debito vecchio. Da ragazzino non lo capivo, ma ora so che dato il volume dei suoi quaderni, quella donna guadagnava un sacco di soldi esentasse!

Mia madre, si faceva fare orrende camicette dalla sua amica Graziella, una signora con enormi tette che confezionava rettangoli informi con scampoli del mercato, ma alla Maria Luisa i rettangoli della Graziella, la facevano sembrare senza tette! Mio padre non l'ho mai visto comprare nulla!

Totale ,io vestivo con orrendi maglioni ruvidi e spenti, e scarpe da centro sociale, d'inverno e da profugo d'estate ...(di cui non ricordo un solo capo).

Il caso dei miei era limite, ma nemmeno le mie cugine, erano meglio! In verità tutta la parte materna era un disastro. Ce l'avevo dei parenti fichi, dalla parte di mio padre ma non avevano una buona fama(agli occhi di mia madre) e li vedevamo poco. Ma la figlia della zia Cicci,(sorella del papà) la Diddi, (notare che la madre si chiamava Francesca, e la figlia angela maria)e le sue figlie un po' zoccole, loro sì che si vestivano alla grande, avevano pellicce, gioielli e scarpe col tacco, e possedevano una panetteria pasticceria in Sampiardarena.

Quando ci andavo con i miei, mia madre aveva sempre premura e non capivo perché! La Diddi portava cortissimi capelli platino, quattro dita di fondotinta color terra bruciata, e anelli d'oro in tutte le dita. Mi dava sempre una pesca dolce (due krapfen pieni di crema uniti alla base come formando un culo, con in cima alla riga un ciuffo di panna e ciliegia candita) e questo forse fu leggermente induttivo, e io ero pazzo di gioia! Credo che la Diddi volesse un gran bene a suo zio(mio padre), e a quella tronca della maria Luisa, pur sapendo che la giudicava male, e prima di andare ci riempiva un sacco col bendidio!

L'opportunismo a Genova è come il parmigiano, ci sta sempre bene, infattti, ricordo le finte proteste di mia madre, alla generosità della Diddi, ma il sacchetto se lo prendeva eccome! Io salutavo la cugina Diddi, che mi stringeva tra le tette, il buon Ettore(il pasticcere) e sognavo di vivere con loro.

Eliminata quindi, la fonte principale dell'ispirazione fashion di un bambino gay, dovetti aspettare fino ai 18 anni (età in cui cominciai a lavorare) per poter pensare di entrare in un negozio e potermi comprare ciò che mi piaceva davvero!

A quell'età o eri paninaro, o dark, o metallaro.....se paninaro andavi da Bollo in via del campo, e compravi i Jeans della El-Charro, il piumino Monclér, e le Timberland gialle.

Se eri dark, andavi in via S.luca da Inferno e Suicidio e compravi le scarpe a punta con le fibbie e i pantaloni neri attillati col capotto di pelle fino ai piedi.

Se eri metallaro rubavi e ti facevi le pere a Brignole.

Io ero troia! Cercavo di mettermi le cose che attirassero l'attenzione dei maschi, non sapendo ancora per farci cosa, ma diciamo che d'estate avevo capito che più si vedeva meglio era, e d'inverno prendevo la polmonite.......To be continued

sabato 28 agosto 2010

ge mi storia banale di un gay speciale 2


Iniziare a vivere a 24 anni, significa perdere un bel po' di tempo, ma nel mio caso se fosse vero, che si vive davvero, solo quando si è in grado di fare la prima scelta libera, allora potrei dire che ho cominciato a vivere quando ero pronto, esattamente come chiunque altro... Il lavoro in negozio andava bene, e a Genova questo significava essere assunti a libri e poter pagare un affitto.

Già, perché se da una parte la Superba si dava le arie, dall'altra amava compiangersi. Genova deve il suo nome a Giano bifronte, infatti la città guarda il mare e si arrocca sui monti. Questa dualità era possibile vederla ogni giorno. Fisicamente il ridicolo fiume Bisagno( che corre per tutta la città dai monti sopra Prato fino alla Foce) segnava lo spartiacque tra ricchi e poveri, o fra poveri e mezzi montanari ancor più miseri. Ma il denaro quello era un altro discorso...ce l'avevano e molto, grezze signore sudicie di periferia....come impalcate signore altrettanto sudicie ma con i vestiti puliti nelle vie centrali!

Il denaro e il suo economato è per i genovesi, una scienza istintiva, lo chiamano “palanche” o “dinè”. Chi lo aveva fingeva di non averne, chi non poteva fingere miseria, consumava le belle cose comprate fino all'ultimo....prima di ricomprare le stesse identiche cose! Si calcola che una donna genovese compri nell'arco di una vita media la prima borsa di Vuitton verso i trentacinque la porti fino ai 50 la aggiusti verso i 55. e verso i 65anni cambi modello, avendo cura di regalare quella precedente a qualche nipote come se fosse nuova, e lasci in eredità l'altra.

L'orientamento politico condiziona solo la gioventù che veste hippy fino al matrimonio, e i capelli, le donne di sinistra fanno l'henné, quelle di destra la tinta,(che scelgono dello stesso colore del fondotinta per mascherare crescite indecenti).

La mia migliore cliente era una signora della genovabene, anziana, ricca, e bionda. Mi era affezionata e pur non vedendoci quasi nulla veniva due volte a settimana. La signora Casiccia, era orba ma non scema e neppure tirchia. Il gioco era sempre lo stesso, lei entrava ,sbatteva nell'appendiabiti salutandolo cordialmente, io le lavavo i capelli o le facevo il colore e alla fine le domandavo “Si piace?” -“sono bellissimi” rispondeva lei, ma non credo abbia mai saputo cosa avesse in testa, il giorno che le facevo i capelli dopo una notte in discoteca! Voleva solo che la sua giornata dal parrucchiere fosse come quella di una donna qualsiasi, ed io l'accontentavo!

Lo sapevo mi sono distratto un altra volta, volevate sapere della Cage e di come la mia prima volta lì, cambiò il mio destino.

Fino a quel giorno, diciamo che non ero convinto di essere l'unico in città ad essere “buliccio” (così si chiamano i gay in dialetto), ma non immaginavo l'effetto che avrebbe avuto vederne altri fare liberamente ciò che di solito si faceva di nascosto. Quel bar era in uno scantinato, la porta d'ingresso era nera ed in fondo ad un piccolo corridoio dopo le scale. Suonavi un campanello e ci mancava solo la parola d'ordine!

Per la banalità anche gli arredi erano scuri, la luce soffusa e l'ambiente piccolo. Questo rendeva lo “struscio” obbligatorio favorendo le relazioni sociali, dietro il bancone stavano un uomo piuttosto grande, e il suo giovane compagno brasiliano “Manuel”. Quel monumento al peccato mortale era l'esca per rendere le consumazioni...a dir poco copiose. In fondo al locale c'era il bagno, e una stanzetta con dei divanetti, dove la televisione proiettava filmini porno.(mi ci volle un tempo eccessivamente lungo per rendermene conto, ed un nanosecondo per voltarmi di scatto) Disinvolto come un lampadario, mi feci largo in qualche modo tra la folla, che da subito compresi essere di frequentatori abituali. La prima cosa che notai tra le voci, era che tutti avevano un loro nome. Direte che stupidaggine! Ma il nome alla Cage, non aveva a che fare con l'anagrafe, tutti lì sembravano voler lasciare il proprio genere maschile all'ingresso, con i documenti . Tutti si salutavano con “ Ciao cara” e io ero viola in faccia ma tanto la penombra aiutava. Ordinai a manuel qualcosa da bere, appollaiato sullo sgabello, in reltà mi ci ero avvitato sopra, e lui scaltra volpe dagli occhi cerulei, mi fece gli onori di casa.

“Amore di là ci sono i cazzi in televisione, ma il più bello è nel bagno...non te lo perdere! Sei nuovo? Non ti ho mai visto qui!”- “infatti” risposi, dato che dire che ero nuovo mi sembrava sciocco, e ringraziai cercando di sfuggirne lo sguardo. Di per sé quel posto faceva cagare, ma anch'io restai rapito di gioia nel sapere di avere un luogo dove poter limonare senza dovermi imboscare. Al lato del mio sgabello, una chioma corvina e riccioluta si dimenava, mi chiesi se per caso non fosse una donna, ma per fortuna mi sbagliavo! Si girò verso di me e mi sorrise, io mi voltai, nella certezza che sorridesse a qualcun'altro, ma quando mi rigirai, lui continuò a sorridermi, quindi se non era una paresi, doveva essere proprio ciò che sembrrava, un saluto rivolto a me.

“Claudio piacere, ma tu puoi chiamarmi la 51!” “piacere mio, dissi, tu chiamami Peroni”.

Ridemmo di gusto e l'incontro andò ben oltre le mie aspettative, poiché sebbene diverse mani mi avessero toccato il culo, lui non lo fece, lui mi parlava, mi offrì da bere e mi presentò i suoi amici più cari! Non dimenticherò mai i loro nomi alla Cage:

Roberto La Betty, un sorriso tanto bianco e perfetto, l'avevo visto solo nei film, la sua somiglianza con Mina era per lui motivo d'orgoglio, di giorno lavorava in un ufficio e Lorenzo la Cielo Alto, così chiamato poiché il riporto a cui non rinuciava mai richiedeva abbondanti dosi di lacca, di giorno netturbino.

Claudio mi spiegò che lui si chiamava la 51, perchè le parrucche lunghe delle Drag Queen erano tutte lunghe 51 cm, ed inoltre era l'unico a portare i capelli tanto lunghi ...di giorno, Claudio faceva il parrucchiere.....originale vero? Da quel giorno fui battezzato/a “ La Carminati”. Avevo anch'io il mio nome alla Cage!!!!

Andai via col suo numero di telefono del suo negozio(mica c'erano i cellulari) “Nero e cobalto, e con una strana sensazione di felicità allo stomaco.

TO BE CONTINUED


venerdì 27 agosto 2010

"Ge-Mi" storia banale di un gay speciale (parte 1



sì, QUELLO CON LA MAGLIETTINA GIALLA SONO IO, IL RESTO PARTE DELLA MIA FAMIGLIA, SGANGHERATA.

Quand'ero piccola per non fare dispiacere alla mia futura icona gay, Mina, dormivo sempre al lume di una lampada per la paura della solitudine, e sognavo...di qualcosa di straordinario, che sarei riuscito a compiere, e per il quale, mi avrebbero finalmente notato!Farmi notare divenne la mia principale occupazione, durante l'adolescenza, ed insieme la fonte di innumerevoli problemi all'interno del "contenitore" familiare. In questo, ero del tutto simile ad altri adolescenti, solo che al posto della prima sbornia, mi depilai le sopracciglia!Non c'è nulla di interessante nelle mie storie, ma provo a raccontarvene qualcuna, perchè questo lo so fare.Gli anni dello Tsunami ormonale li vissi a Genova, che ai miei occhi appariva fin troppo piccola e angusta. Nei suoi caruggi, nei pertugi della facciata perbene, tra le sue signore col fondotinta arancione e il pantalone a sigaretta, in mezzo ai palazzi storici con gli ascensori in ferro, si insinuava l'odore acre del pesce fresco e dei suoi venditori ambulanti, le risate volgari delle "bagasce", echeggiavano da stradine illuminate malamente e sconnesse, e il sobbollire del brodo nelle tripperie, somigliava al chiacchiericcio degli abitanti del centro storico.In questo brodo amarcordiano, amavo mescolarmi, contaminarmi, sporcarmi persino.Girovagando senza meta tra questi effluvi, cercavo nei visi degli uomini, un lampo d'interesse o se non lo trovavo mi lasciavo condurre come una foglia sul pelo dell'acqua verso la Foce.Inutile dire che le raccomandazioni a non frequentare i "postacci" si sprecavano a casa mia, e sembravano rivolte solo a me, in quanto mio padre, comprava regolarmente il formaggio in via Prè( il sestriere di Prè, era il culmine oscuro dei caruggi genovesi).Quando marinavo la scuola, raggiungevo quei posti con la gioia di un cercatore per il suo aureo filone!La farinata, scottava ancora, e mi tornava su in continuazione, ma mi dava coraggio le prime volte. Vico della Croce Bianca, Santa Maria alle Vigne erano alcuni dei miei paradisi, ma questo prima dell'avvento dell'eroina. Le battone di quei vicoli erano ancora tutte italiane e spesso ben su d'età, eppure, non ricordo una volta in cui abbiano cercato di "indurmi al peccato", anzi, quando passavo davanti alle loro stanze su strada con la luce rossa, con la mia farinata in mano, mi salutavano col garbo di una madre e più volte se quel giorno si aspettavano dei casini, mi incoraggiavano a smammare perché non mi accadesse qualcosa di male! Un posto particolare lo occupava lei, la 24 orrizzontale così chiamata a causa della sua fascia oraria professionale, e della preferenza per la posizione classica. 75 anni circa e senza un dente mi sorrideva sempre chiamandomi "bel garsonin"!Essere a Genova era già una condizione difficile per me, ma essere gay a Genova, un vero dramma!Verso i 24 anni...cominciai a vivere la mia condizione di omosessuale genovese con maggiore consapevolezza, lavoravo già come parrucchiere e questo mi faceva sentire realizzato, e proprio un parrucchiere gay fu il mio primo"fidanzato".A dire il vero, allora non mi era molto chiara la differenza tra fare sesso orale in macchina ed essere fidanzato con un altro uomo! Diciamo che io e il suo "coso" eravamo molto intimi. inoltre la mia educazione mi imponeva di rispondere gentilmente, e a quel tempo se mi chiedevano educatamente di dargliela mi sembrava brutto dire no!Lui, aveva circa la mia età, viveva ancora con i genitori, (Io non potevo più permettermelo, fortunatamente) guadagnava molti soldi,(io invece, li perdevo) aveva altri amici gay( dove li avesse trovati mi pareva impossibile da capire, io avevo cercato anche sotto i sassi)probabilmente a causa della stessa agiatezza economica, ma soprattutto, indossava foulard di Hèrmes, e collezionava profumi mignon! Una volta andammo fino a Bolzano per scambiarne alcuni introvabili.Grazie a lui scoprii gli unici due locali gay genovesi, una discoteca in via Torino, di cui non ricordo il nome e un bar giù al Porto che si chiamava "La Cage". Non mi portava mai con i suoi amici, nonostante la mia insistenza, che vinceva facilmente tenendomi "occupato", quella mezz'ora in macchina, fino a quando capii che gli uomini non si prendono per la gola ma per le palle!Ah io avevo anche la macchina!!! Una Uno verde catarro, che di lì a poco mi venne pure rubata, diciamo da ignoti. La cena era per le sette perchè i genovesi mangiano presto già di suo, se poi se gay, quella mezz'ora per apparecchiare la tavola vien da sè! Ero emozionato e il nano voglioso, non la smetteva di raccomandarsi con me sul comportamento da tenersi a casa del tal cardiologo claudicante da cui saremo dovuti andare. "Non fissargli la gamba", " non ridere rumorosamente", non leccare il cucchiaio" - solo per dirne alcune!La zona di Sturla è una zona chic di Genova, ma a differenza della sfacciata Albaro, essa non mostra il meglio delle sue abitazioni sul lungomare, ma più all'interno. La scatola di dolciumi che il nano griffato teneva tra le mani, aveva un che di riciclato, come quella volta che due amiche di mia madre portarono per il pranzo di domenica una bottiglia di amaro aperta, facendo infuriare mio padre, ma questa è un altra storia.Il cardiologo non doveva essere molto bravo nel suo lavoro, pensai vedendo la casa, era tutta roba vecchia(probabilmente antica e di valore), e forse non aveva saputo curare la madre, morta anzitempo, lasciandolo erede di quel ciarpame, ma non dissi nulla, date le raccomandazioni.Mi sorrideva mellifluo, come una ghiottona saluterebbe una torta(non ero bello, ero "nuovo") "che il nano abbia cantato ...."pensai. Si sa anche gli uomini bassi sono uomini, e quindi si vantano delle proprie conquiste con gli sfigati, esattamente come quelli alti.Io, la gamba non gliela fissavo, ma cacchio il suo comò "chippendale", ce l'aveva più dritta!"Anch'io ho una gamba più corta!" dissi dopo un ora di silenzio, e la cena finì di lì a poco insieme alla mia storia col nano arrapato. Il viaggio di ritorno fu meno allegro di un corteo funebre....ma il piccolo maniaco nonostante il suo disprezzo per la mia uscita, mostrava segni di "incontenibile gioia"! Lì mi resi conto che la sua erezione non era affatto legata alla mia personale avvenenza(all'epoca avevo solo due denti guasti), ma all'idea di farlo sotto casa dei suoi, e gli negai soddisfazione suggerendogli di arrangiarsi col foulard!Per consolarmi del mio debutto fallimentare nell'alta società, mi recai alla Cage, dove.................(TO BE CONTINUED)"

domenica 4 luglio 2010

svolta "CONSENTITA"



sì viaggiare, rallentando per poi accellerare......diceva la canzone.....Quando improbabili giornalisti chiedono al pubblico sovrano cosa farebbe per prima cosa, se vincesse una cospicua somma di denaro, la risposta che incassa il 98% è IL VIAGGIO.
Forse perchè l'uomo è cacciatore e la donna tutta tana? Oppure a causa del gioco del girotondo, dove il mondo doveva cascare e la terra pure..(terrorizzare i bambini era lo scopo delle filastrocche), quindi , meglio vederne il più possibile prima del 2012...?
Mi accorgo spesso di come le esperienze infantili si fissino con tanta ostinazione in un luogo della mente che non può essere la semplice memoria. Prova ne è, che poi, alcune delle più pervicaci abitudini che ci caratterizzano, e che consideriamo parte della nostra unicità, derivino da un fatto, una regola, una privazione, o un privilegio, che abbia creato un picco emozionale mai sperimentato prima! Non mi stupirebbe se a quel picco corrispondesse un picco di qualche ormone nel nostro organismo( cortisolo, endorfine, ossitocina, solo per dirne alcune), e che proporzionalmente alla tenera età in cui si verifichi, renda quel picco un fatto eccezionale, che attiva la parte istintiva del nostro cervello, il quale, lo cataloga come nuovo, e dopo aver appurato che non appartiene alla categoria "minaccia vitale, lo affida alla memoria, insieme però allo schema di reazione che per esperienza sia stato il più funzionale, ai fini del ritorno dei livelli chimici basici, sotto la soglia di guardia.
Che in parole povere vuol dire che ciò che non ammazza insegna! Ma ci sono alcuni che reagiscono nello stesso modo ad un dato stimolo per tutta la durata della loro vita. Di solito ti dicono..."sono fatto così!", specificando che quella risposta allo stimolo non è modificabile, in quanto specificamente distintiva del proprio Io. In realtà, questo sembrerebbe negare il principio dell'apprendimento diretto, secondo il quale, ogni esperienza emozionalmente superiore alla precedente, che crei una reazione più efficiente di risposta, di fatto la sostituisce.
Ci deve essere quindi qualcosa in questo schema che si inserisce e che fissa la risposta in maniera indelebile. Immagini, suoni, odori, e sensazioni tattili, sono potenti ancore accessorie degli stati d'animo. Abbinate ad un picco emozionale, ognuno di loro, crea una risposta psicosomatica di intensità variabile, oltre a curiosi abbinamenti, che determinerebbero preferenza, o 'idiosincrasia.
L'indifferenza non credo sia contemplabile, poichè non generata da nessun picco, casomai dalla privazione di attenzione mirata.
Allora una persona che ha uno scarso piacere nel cibo, o uno smodato desiderio dello stesso, non ha alternative????
Forse, e ripeto forse, non ne ha se l'atteggiamento limitante è stato ripetuto con tale assiduità da aver per così dire scavato un "solco neurale" nella sua mente, tale da fargli credere di non poter inserire tra stimolo e risposta, una opportuna deviazione.
Io per esempio detesto viaggiare poichè ricordo con vivida chiarezza, la scomodità che provavo seduto sulla scocca della 128 di mio padre, in quanto quello era il posto dove finivo dato che mio fratello e mia madre occupavano i posti centrali del sedile posteriore, e mia nonna stava di diritto a fianco dell'autista, ma ancor più l'impossibilità di lamentarsene. Mi dicevo mentre il sedere e la gamba cominciavano a formicolare, " se lo sopporto in silenzio, mi ameranno per sempre, e si accorgeranno di quanto sono bravo, di quanto sono in grado di non creare il minimo disturbo alla loro vita, e mi terranno con loro per sempre". Per distrarmi dal formicolio avevo imparato ad addormentarmi non appena l'auto si metteva in moto, e a fingere di dormire fino alla sosta o all'arrivo, inoltre il finto risveglio giustificava la mancanza di coordinamento dei movimenti delle gambe una volta sceso( con la gamba insensibile). Ma la cosa interessante, non è la storia strappalacrime, di un bambino pirla figlio di una famiglia di stronzi, ma la forza della motivazione con cui lo stimolo e la risposta diventavano per me un tutt'uno!
Ancora oggi il salire in macchina per un viaggio anche solo di un oretta per qualche località mi spingerebbe a:
Prendere posto sedendomi storto(anche se nel comodo sedile anteriore)
Addormentarmi dopo 10 minuti ( anche se la compagnia è più stimolante)
provare un senso di torpore appena sceso, (che giustifico con una obsoleta dismetria femorale)
assumere una posizione fissa delle meni e delle gambe e mantenerla per ore.
Ma una persona che anela alla libertà che proclama il diritto di avere diritti, può accettare un simile condizionamento? Come si inserisce la deviazione?
Ebbene, dopo essermi seduto storto mi dico nella testa, "mamma spostati che tocca a me stare bene" e correggo la mia posizione, appena il sonno si fa avanti attacco a cantare col mio fidanzato Paolo che mi fa il vocal coach, appena sceso mi concentro sul piacere di camminare con scioltezza, e durante il viaggio frugo nella mia borsa più volte per ricordarmi che sono libero di muovermi come voglio!
Tutto questo mi impedisce di definire come sono fatto, e di imporlo agli altri, affinché si adattino a me, quindi mi consente di provare ad imparare nuove modalità di comportamento e a provarne la resa, aumentando la mia abilità sociale, o più semplicemente ad impedire a chi desidera definirmi in un solo modo, di farlo!
Vivere in maniera plastica, non mi impedisce di avere gusti e preferenze, o piccole manie, abitudini o singolarità distintive, ma mi consente di riderci sopra e di non considerarle inamovibili, di accettare che altri ne ridano con me!
Conoscete un modo più lussuoso di vivere? Un modo più "diverso" di guardare alla vita?
Essere gay non era poi la diversità che credevo fosse, quando ero giovane e attraente, la mia diversa normalità è ciò per cui sto bene, la mia vera svolta, il mio personale atto di ribellione costruttiva! Non è la meta che conta, quanto il viaggio stesso!




lunedì 14 giugno 2010

tanti auguri!


"sembri più giovane" !!!!!!
Questa la frase epitaffio, che, quando vi verrà rivolta, sappiate dichiara:
- la volontà di non sentirvi più dire che loro, le vostre amiche, non lo sono poi tanto,
- la soddisfazione nel sapervi anche voi negli "anta"
- il definitivo abbandono della taglia S , che se anche poteste ancora indossare, non vi donerebbe più!
Beh! che faccio? Un bilancio o un bilanciere??? E' l'anno del ritorno della vita alta(la moda mi vuole bene), delle scarpe basse, e se i designer lo consentono, anche dell'arredamento un po più accogliente. Non dovrei lamentarmi quindi, eppure un velo di malinconia cancerina mi si appoggia sul cuore come il foulard con cui da bambino, di notte, velavo la luce accesa dell'abat-jour . In questi 40 anni ho tanto sognato, amato, vissuto la vita con lo stupore di un bambino a Gardaland, ma ho anche lottato sofferto, e molte volte creduto di non farcela! Molti di quegli spasimi, siano essi d'amore o di paura per il futuro, altro non erano che momenti.
Drammatici, intensi, apparentemente eterni, in realtà sono già passato! Ogni tanto riavvolgo la pellicola di alcuni di quei momenti come quando, appena arrivato a Milano facevo il modesto shopping che potevo, nei negozi di second hand, in via Torino, o le prime incursioni nei bar gay della città, dove altro non potevo mostrare che la mia felicità nel vedere una popolazione di altri ME circolare così libera.
Il passato ha un incantesimo ripulitore in sé, perchè a ripensarci ora, quei negozi e quei bar non erano affatto tanto belli, ma così li vedevo allora perchè innumerevoli possibilità mi sembravano a portata di mano, ma io le mani le tenevo in tasca d'abitudine!
Un'altra delle mie occupazioni giovanili, era quella di trovarmi un fidanzato, un uomo che vedesse in me il paesaggio che a me risultava sfocato e opaco, e se ne innamorasse! Ho sempre avuto la fissa di risultare speciale per qualcuno, perché io di quel mio mé stesso non sapevo che farmene.
Talvolta negli occhi di alcuni uomini, mi specchiavo come una stracciona in una boutique, prendendomi in giro da solo, mi dicevo "tanto non dura fino a domani", e spesso non avevo torto, ma solo perché ci credevo per primo!
Il lavoro invece non mi è mai mancato, avevo tenacia, volontà e mi piaceva molto diventare un parrucchiere!
Quindi oggi che sono uomo, ho di fronte alla memoria un ragazzo sgraziato dagli occhi buoni, che sorride seduttivo, gli piaccio, e lui mi muove a tenerezza, quella sua gentilezza nel seguirmi con lo sguardo, mi induce a chiedergli cosa desidera e a darglielo senza chiedergli nulla in cambio! Molto probabilmente mi sarà ingrato come lo è la gioventù, saprà farmi soffrire intensamente quando mi lascerà..., ma la bellezza insolente dei suoi contorni me lo rende desiderabile.
Oggi io sono l'uomo che volevo avere. E' così, che scopro dolcemente che, il mio cammino verso la sera è meno amaro, che non sono solo, e che, tutto ciò che ho potuto cambiare, altro non era che me, e che la vita è sì una festa, ma mai come te l'aspetti tu!

mercoledì 2 giugno 2010

il ragazzo con la valigia rossa!


Il viaggio di ritorno da una vacanza mi mette sempre di malumore. La mattina del giorno del commiato mi alzo già con quella sindrome dell'abbandono (a me tanto cara), che fisicamente si esprime con:
- propositi ribelli, tipo fuga. Un filo di risentimento si insinua tra me e il buonsenso, spingendomi a desiderare di mollare tutti e confondermi tra la folla in cerca di fortuna!
- respiro affannoso e corto, insofferenza ai contrattempi....(la cacca simultanea tra me e il mio fidanzato...e un solo bagno da contendersi)
- tendenza all'abbruttimento estetico!(l'outfit da viaggio è sempre più simile a un post-napalm).
- fonetica e comunicazione non verbale degna di un sociopatico !
Ovviamente, l'antidoto a tutto ciò è sempre lo sesso, dilatare il diaframma e spingere verso il basso la frustrazione( esercizio da non fare se sospinti dal sopracitato "stimolo"), ma quasi mai diventa applicabile, perchè a questo mio stato interiore, si oppone quello del mio compagno, che appena possibile si trasforma nel classico Negoziatore risolutivo!
Egli infatti, in stato di vigilanza perenne(insonne per eccesso di previdenza), affronta ogni cosa col pragmatismo dei grandi condottieri. Il tempo è una merda?? Scatta l'operazione "partiamo prima", che a sua volta include la sotto-operazione "cambia la prenotazione", che ancora include, " che cazzo stiamo a fare in giro"! Quest'ultima, la mia preferita, si scozza direttamente con la mia nevrosi numero uno, cioè la sindrome di"" fuggiamo via non importa dove"!!!!!!!!!, ma soprattutto con 'fanculo il concetto di tempo!
Così mentre lui è in stazione a constatare lo sbarramento della biglietteria, e la conseguente necessità di giocare a Tetris con gli orari, io che invece, già dall'alba stavo a sognare di fare l'ultima passeggiata in centro...come se il tempo non mi mordesse il culo, mi ritrovo ammonito dal mio Generale, che mi condanna a custodia preventiva in camera. Anche voi vi chiedete perchè dal momento che la mia presenza creativa, non è di alcuna utilità in Stazione, io non sia a fare la mia passeggiata??? L'ho chiesto anch'io alla mia Volpe del Deserto: "Amore scusa, ma perchè io devo stare in camera per forza, mentre tu prepari il piano B???"- risposta- " Ma te l'ho detto che quando torno devo andare in bagno, e se tu esci quelle delle pulizie entrano e poi non ci posso andare!!!ma mi ascolti?????".
Morale. Se l'ultimo giorno di vacanza non puoi stare in spiaggia..............rovinati pure il poco che resta, in rutilanti preparativi per un rientro anticipato, condisci il tutto con una lieta canzoncina che rimarchi la sfiga che hai avuto, coinvolgi un numero imprecisato di persone nel tuo delirio con telefonate a gorgo, e magari mentre caghi e ti fai una doccia, lascia il tuo fidanzato attonito e inerme, a godersi lo spettacolo della tua follia, dove la soluzione, è più tormentosa della mancanza di sole. ....La mia parte è quella di non essere mai deciso nel dire ciò che davvero mi và, di vivere i miei normali desideri muffosi, come una colpa, come qualcosa d proibito, alla domanda cosa facciamo? io per istinto cenerellimo rispondo prima con facciamo quello che vuoi, o con sì va bene, e poi penso Và bene un cazzo...Ma una piadina e due spiedini come da programma no??????
Questo atteggiamento mentale di vergogna dei propri bisogni ha imposto un economato scarno e ristretto al mio immaginario emotivo, ma soprattutto cela la mia vera natura anarchica, la mia anima nera, di zingara di fiume. Una simile centriguga di necessità, produce un succo amaro, ma che permette di sopravvivere in condizioni di forte ristrettezza. Credo che imparai questa lezione troppo presto, in un qualche momento in cui mi servì a salvarmi, ma adesso che potrei vivere e non solo sopravvivere, che cacchio me ne faccio di questo kit?
Per fortuna la vita è generosa con me, e mi ha dato un compagno parafulmine, che mi chiedo a cosa possa aggrapparsi in quei momenti, per continuare ad amarmi. Forse si ripete che è un brutto sogno, forse, che la sindrome premestruale mi stà bene, forse ancora, che l'unico modo per non finire i suoi giorni in galera....è quello di lasciarmi sbattere. Io non credo avrò mai la possibilità di ricambiarlo per questa sua incondizionata pazienza.......ma due grattini non glieli toglie nessuno!!!!!!!!!!Grazie amore, dal tuo ragazzo con la valigia rossa.