lunedì 15 agosto 2016

Tutti pazzi per gli atleti.

Nel casino di questi tempi  abbiamo avuto anche le olimpiadi e non sembra vero che tra un attentato e una brexit tra Trump e la sua lacca,  una Hilary troppo ilare  un doping punito come un femminicidio è più femminicidio che doping siamo anche riusciti a trasformare questo evento in un grande catalizzatore di sogni. Mica come una volta, che era sport e basta e se ti piace bene sennò anche chissene: stavolta hanno voluto strafare. 
I media ci hanno impedito di fregarcene dello sport (sapevano che in molti non ci tengono affatto), raccontandoci le storie commoventi di atleti senza milze che si tuffano anche senza schiena o ginnaste adolescenti con passati famigliari tragici, che risolvono la propria rabbia a suon di capriole della serie: se non vi piace lo sport siete pure delle stronze senza cuore con tutta la fatica che hanno fatto questi atleti e la dura vita vissuta mentre voi mangiavate carboidrati!! 
La fabbrica dei sogni non dorme mai e dopo il culo di Belen o le balle di Beckham ci propone di darci allo sport per risolvere le nostre sfighe invece che al bisturi o alla solita Crema spalmabile. 
Dopo l'ice buklet ( le secchiate ghiacciate) dell'anno scorso, possiamo rimettere il ghiaccio nel solito Martini e fare ventidue flessioni al giorno per i veterani di guerra, ovviamente in "diretta video" e nomination o purché ci muoviamo dal divano, anche catturare dei pokemon sulla torre degli Asinelli o in tangenziale. 
Insomma, che ci frega degli attentati e delle crisi umanitarie, lo sport ci chiama: corri, fletti, crossa o catch 'em all ma basta che non sei grassa malata o sfigata senza neanche che ne so la grinta di tuffarti dalla tromba delle scale! 
D'altra parte i soldi spesi esigevano interesse come quelli per le bombe vogliono i morti per cui si vendono e nessuna arma ammazza come i "sogni"che la Superclasse ci vuole vendere attraverso i media!!! 
E io?
Beh, ci ho provato a non fregarmene e anche a farlo, a portare la mia pochezza atletica e intellettuale come un vessillo di una qualche normalità ..ma poi mi sono ritrovato in costume da bagno a piangere per non aver sfogato la rabbia in palestra. 
Che se avessi un muscolo per ogni amarezza della vita famigliare, sarei scritturata per fare la versione gay di Xena la principessa guerriera con gli addominali più duri dello smalto shellac!!!!
Ma allora perché non ho inseguito il mio sogno? 
Perché sono a Rimini invece che a Rio?
Perché invece di avere la sensazione di aver nuotato più veloce pur arrivando terza, ho la certezza di avere l'enfisema non appena l'acqua mi fa galleggiare?
Perché signora mia nei sogni non c'è da esser tirchie e io probabilmente, essendo nato a Genova non ho potuto  proprio evitarlo. 
Perché persino ora che mentre cammino sento qualcosa che ondeggia sotto le costole, sono indecisa. 
Saranno le "olive"che si muovono o il giro vita ???
Ed ecco un altro punto focale: i sogni esigono precisione ...e se non sei etero  la precisione oserei definirla persino "chirurgica", anche se non come quelle che potendo farsi tutto lo fanno..finendo a sembrare incubi invece che sogni eh?
Quindi come cazzo fai a inseguire i tuoi sogni se come me quando dormi non ne fai o sei insonne o sogni ad occhi aperti e sembri anche scema ?
Ci provi, realizzando tutt'al più quello di qualcun'altro fino a quando non te ne accorgi o se ne accorge lui, magari, ti limiti a tenere d'estate un braccio sempre sulla pancia come se si fosse fuso con l'ombelico perché tu l'allenatore non ce l'hai. A te ti allena la metropolitana. 
Non ce l'ha, i uno che ti dice che trenta metri di altezza non sono mica tanto o che quel progetto, è talmente folle che ci metterebbe i soldi che tu non hai, più facilmente avrai uno che ti dice "a te non ti basta mai eh "?! O che " ma vai ancora a fare quella cosa là? Di nuovo? No beh, sarei andato la settimana scorsa...
Quel tuffatore sarà anche senza milza e avrà seguito il suo sogno ma intanto ha avuto sedici equipe mediche tipo robocop e di certo una volta che si è rimesso qualcuno gli avrà detto: crederai mica che ti abbiamo aggiustato per amore? Salta!!!!
Che a noi quando ci steccano il dito pollice destro, oltretutto ci abbiamo chi ci dice con la camicia da stirare.." Ma cazzo ci vuole a stirarla lo stesso"?
Si, amiche, olimpiadi un cazzo! 
Sogni un cazzo!
Forza di volontà un cazzo!!!
Noi non siamo sceme...e anche se Facebook continuava a dirci "non stai più nella pelle per le Olimpiadi?", noi lo sappiamo già per cosa non ci stiamo più nella pelle...maledetta parmigiana !!! D'accordo magari l'ora di ginnastica alle medie potevamo anche farla così come quella di religione ma Cristo..sarà quello??
Noi che siamo sopportatrici Olimpiche di rotture di palle, tuffatrici dai trampolini delle altrui paranoie,  nuotatrici sincronizzate delle scadenze  col sorriso e lanciatrici del peso coniugale, noi non siamo delle sfigate che non hanno dato una direzione ai propri orizzonti. Siamo giavellotte della pazienza in lungo!!
Non ci serve una nonna che ci mandi ad atletica con la sua pensione perché la mamma si droga ( casomai al massimo la mia poteva insegnarmi a imbastire le pieghe piatte )
Non ci deve un sogno da realizzare a calci in culo se poi quello che avremo magari il coraggio di proporci  ci farebbe giudicate da tutti troie, pazze o stronze   o tutte e tre le cose insieme!
Non ci servono gli amici di Maria, che si fotta anche lei, né gli uomini e le donne senior ( che ci basta andare sul tram per litigare coi vecchi), come neanche d'essere fatte a pezzi da un chirurgo come un arrosto. 
A noi serve la verità e cioè che col cazzo che la Loren e' diventata attrice soffiandosi il naso per caso, o che Belen e' nata così e le modelle sono magre di costituzione Ci serve che ammettano che un atleta non ha inseguito il suo sogno ma piuttosto e' inseguito dai sogni di altri. E che certi sogni non sono affatto disponibili a tutti. 
A noi ci manca una cazzo di Federazione che ci riconosca così come siamo 
perché l'ultima volta che abbiamo detto a qualcuno "sai, ho un sogno" ci hanno chiesto "dai, e cosa mangiamo stasera?






Inviato da iPhone

Tutti pazzi per gli atleti.

Nel casino di questi tempi  abbiamo avuto anche le olimpiadi e non sembra vero che tra un attentato e una brexit tra Trump e la sua lacca,  una Hilary troppo ilare  un doping punito come un femminicidio è più femminicidio che doping siamo anche riusciti a trasformare questo evento in un grande catalizzatore di sogni. Mica come una volta, che era sport e basta e se ti piace bene sennò anche chissene: stavolta hanno voluto strafare. 
I media ci hanno impedito di fregarcene dello sport (sapevano che in molti non ci tengono affatto), raccontandoci le storie commoventi di atleti senza milze che si tuffano anche senza schiena o ginnaste adolescenti con passati famigliari tragici, che risolvono la propria rabbia a suon di capriole della serie: se non vi piace lo sport siete pure delle stronze senza cuore con tutta la fatica che hanno fatto questi atleti e la dura vita vissuta mentre voi mangiavate carboidrati!! 
La fabbrica dei sogni non dorme mai e dopo il culo di Belen o le balle di Beckham ci propone di darci allo sport per risolvere le nostre sfighe invece che al bisturi o alla solita Crema spalmabile. 
Dopo l'ice buklet ( le secchiate ghiacciate) dell'anno scorso, possiamo rimettere il ghiaccio nel solito Martini e fare ventidue flessioni al giorno per i veterani di guerra, ovviamente in "diretta video" e nomination o purché ci muoviamo dal divano, anche catturare dei pokemon sulla torre degli Asinelli o in tangenziale. 
Insomma, che ci frega degli attentati e delle crisi umanitarie, lo sport ci chiama: corri, fletti, crossa o catch 'em all ma basta che non sei grassa malata o sfigata senza neanche che ne so la grinta di tuffarti dalla tromba delle scale! 
D'altra parte i soldi spesi esigevano interesse come quelli per le bombe vogliono i morti per cui si vendono e nessuna arma ammazza come i "sogni"che la Superclasse ci vuole vendere attraverso i media!!! 
E io?
Beh, ci ho provato a non fregarmene e anche a farlo, a portare la mia pochezza atletica e intellettuale come un vessillo di una qualche normalità ..ma poi mi sono ritrovato in costume da bagno a piangere per non aver sfogato la rabbia in palestra. 
Che se avessi un muscolo per ogni amarezza della vita famigliare, sarei scritturata per fare la versione gay di Xena la principessa guerriera con gli addominali più duri dello smalto shellac!!!!
Ma allora perché non ho inseguito il mio sogno? 
Perché sono a Rimini invece che a Rio?
Perché invece di avere la sensazione di aver nuotato più veloce pur arrivando terza, ho la certezza di avere l'enfisema non appena l'acqua mi fa galleggiare?
Perché signora mia nei sogni non c'è da esser tirchie e io probabilmente, essendo nato a Genova non ho potuto  proprio evitarlo. 
Perché persino ora che mentre cammino sento qualcosa che ondeggia sotto le costole, sono indecisa. 
Saranno le "olive"che si muovono o il giro vita ???
Ed ecco un altro punto focale: i sogni esigono precisione ...e se non sei etero  la precisione oserei definirla persino "chirurgica", anche se non come quelle che potendo farsi tutto lo fanno..finendo a sembrare incubi invece che sogni eh?
Quindi come cazzo fai a inseguire i tuoi sogni se come me quando dormi non ne fai o sei insonne o sogni ad occhi aperti e sembri anche scema ?
Ci provi, realizzando tutt'al più quello di qualcun'altro fino a quando non te ne accorgi o se ne accorge lui, magari, ti limiti a tenere d'estate un braccio sempre sulla pancia come se si fosse fuso con l'ombelico perché tu l'allenatore non ce l'hai. A te ti allena la metropolitana. 
Non ce l'ha, i uno che ti dice che trenta metri di altezza non sono mica tanto o che quel progetto, è talmente folle che ci metterebbe i soldi che tu non hai, più facilmente avrai uno che ti dice "a te non ti basta mai eh "?! O che " ma vai ancora a fare quella cosa là? Di nuovo? No beh, sarei andato la settimana scorsa...
Quel tuffatore sarà anche senza milza e avrà seguito il suo sogno ma intanto ha avuto sedici equipe mediche tipo robocop e di certo una volta che si è rimesso qualcuno gli avrà detto: crederai mica che ti abbiamo aggiustato per amore? Salta!!!!
Che a noi quando ci steccano il dito pollice destro, oltretutto ci abbiamo chi ci dice con la camicia da stirare.." Ma cazzo ci vuole a stirarla lo stesso"?
Si, amiche, olimpiadi un cazzo! 
Sogni un cazzo!
Forza di volontà un cazzo!!!
Noi non siamo sceme...e anche se Facebook continuava a dirci "non stai più nella pelle per le Olimpiadi?", noi lo sappiamo già per cosa non ci stiamo più nella pelle...maledetta parmigiana !!! D'accordo magari l'ora di ginnastica alle medie potevamo anche farla così come quella di religione ma Cristo..sarà quello??
Noi che siamo sopportatrici Olimpiche di rotture di palle, tuffatrici dai trampolini delle altrui paranoie,  nuotatrici sincronizzate delle scadenze  col sorriso e lanciatrici del peso coniugale, noi non siamo delle sfigate che non hanno dato una direzione ai propri orizzonti. Siamo giavellotte della pazienza in lungo!!
Non ci serve una nonna che ci mandi ad atletica con la sua pensione perché la mamma si droga ( casomai al massimo la mia poteva insegnarmi a imbastire le pieghe piatte )
Non ci deve un sogno da realizzare a calci in culo se poi quello che avremo magari il coraggio di proporci  ci farebbe giudicate da tutti troie, pazze o stronze   o tutte e tre le cose insieme!
Non ci servono gli amici di Maria, che si fotta anche lei, né gli uomini e le donne senior ( che ci basta andare sul tram per litigare coi vecchi), come neanche d'essere fatte a pezzi da un chirurgo come un arrosto. 
A noi serve la verità e cioè che col cazzo che la Loren e' diventata attrice soffiandosi il naso per caso, o che Belen e' nata così e le modelle sono magre di costituzione Ci serve che ammettano che un atleta non ha inseguito il suo sogno ma piuttosto e' inseguito dai sogni di altri. E che certi sogni non sono affatto disponibili a tutti. 
A noi ci manca una cazzo di Federazione che ci riconosca così come siamo 
perché l'ultima volta che abbiamo detto a qualcuno "sai, ho un sogno" ci hanno chiesto "dai, e cosa mangiamo stasera?






Inviato da iPhone

mercoledì 4 novembre 2015

La banda del 52: ringraziamenti.

Ogni racconto si dice debba rispondere all'imperativa domanda: perché merita di essere raccontato. Trattandosi di esperienze personali, non è stato facile per me rispondere senza cadere in un delirio di presunzione o nella banalità di fatti poco interessanti, tuttavia, credo  che proprio l'esperienza sia il punto. Viviamo in un tempo assai turbolento, dove le discussioni circa la "differenza", si fanno accese se questa non è conforme ma anche in un tempo che spinge tutti a farla se si tratta di rispondere alla norma che ci vuole produttivi e di successo, come anche, a riconoscere la propria  l'unicità e perseguirla per realizzare i propri sogni.    Così le unicità di ciascuno, gli "io" che una volta formavano i "noi", restano sospese in un dilemma circa la propria espressione piena e la relativa spinta a generare "un altro". 
Questa spinta uguale e contraria, unitamente alla difficoltà delle famiglie a restare unite dato che i singoli perseguono come dovuta la propria idea di unicità senza dargli uno scopo preciso nel tempo e nella forma, ha creato una confusione tale, che differenza e unicità, non sono più parte di un processo generativo, ma anzi sembrano implodere nei singoli come nella comunità. 

L'esperienza più consueta di questo mix emotivo è il rifiuto. Degli adulti di essere pienamente responsabili e dei figli di esserlo prima ancora di esserne pronti. Fortunatamente la vita mi ha dimostrato come essa sia in grado di "riequilibrare", di compensare, seppur lentamente, ad ogni scempiaggine degli esseri umani. Un esempio? Nonostante secoli di depredazioni e sfruttamento il nostro pianeta ha approntato sistemi ( non indolori ahimè ma come potevano esserlo) per restare "adatto alla vita", tutt'ora validi. 
Mi sono chiesto se questo imperativo adattivo non fosse poi l'essenza della vita stessa e se anche nelle relazioni umane, la vita  non avesse usato gli stessi sistemi. Scavando nei ricordi, ho scoperto che era possibile, che lo era stato per me, e dato che non mi ritengo un campione punto zero ho la sensazione che ciò che è valso per me potesse valere anche per altri. 

La nuova tendenza  con cui l'idea di felicità è stata abbinata a possesso materiale o a rigide forme di appartenenza ha creato famiglie chiuse e società materialistiche ma anche una lotta tra schemi famigliari e tra singoli, che ha di fatto interrotto quell'apporto di  "estranei" che nelle famiglie di un tempo era invece favorito e che a mio avviso, rispondeva all'esigenza riparativa della vita. 
I gruppi di ragazzi o le zie o gli amici di famiglia avevano la capacità di assorbire le "differenze" e di garantire ad ogni "diverso" generato da uguali di essere identificato, protetto e aiutato a svilupparsi. Eventualmente in casi di famiglie o società repressive, queste "altre persone" potevano di fatto anche salvarli dalla crudeltà con cui la paura spinge le persone ad agire nei confronti dei non conformi, essendolo loro stessi stati a suo tempo. 
Perché una cosa è certa, i portatori di differenza, e non per forza sessuale, sono sempre esistiti e laddove non siano stati rinchiusi o uccisi hanno avuto ruoli fondamentali nella tutela di quella che andrebbe chiamata come merita e cioè "la varietà della specie". Più naturale di questo non so cosa dovrebbe esserci al mondo. Di fatto da solo il concetto di varietà annullerebbe tutte le accese discussioni su cosa farne di coloro che ne portano un tratto più distinto, così come renderebbe ridicoli  come meritano, tutti gli appelli alla "natura" che i detrattori delle unicità fanno per definirci contro di essa. 
Già, ma come raccontare una cosa così complessa in modo semplice?
In questo, il concetto di condominio così come ve l'ho illustrato, mi è sembrato rispondere appieno al bisogno di un luogo che avreste potuto riconoscere, inoltre popolato, da tipi di persone realmente esistite sebbene uniche, facili da recuperare nell'esperienza di ciascuno. 

Il tipo di differenza che io portavo non ha avuto un ruolo più importante di quella che portavano Maurizio o Fabio ad esempio e questo, determina un altro fattore che ho ritenuto fondamentale: non ci sono gradi di differenza peggiori o migliori ma solo singoli modi in cui si esprimono, alcuni più evidenti di altri e basta. 

Il gioco e il concetto di banda sono stati veicoli reali di un "addestramento istintivo" che vide me e i miei compagni integrare non le differenze ma le " competenze" e questo introduce un altro motivo per cui questa storia doveva essere raccontata: non è nel creare un posto a parte che si aiutano le persone giovani a sviluppare con dignità e sicurezza la propria unicità ma in un concetto di comunanza basato sulle capacità singole e sulla coscienza che prima o poi la nostra unicità nel mondo dovrà anche fare il suo giusto rumore. 

Alessandro, Giuseppe, Alex e Marcolino erano anche loro rumorosamente unici e diversi come lo ero io, ciò che rendeva la loro esperienza diversa dalla mia era solo il "permesso" a dimostrarci  tali che le nostre famigli ci accordavano o meno, in virtù del coraggio con cui queste erano o meno capaci di scorgere il proprio ruolo nella nostra natura. 
Se le famiglie avessero la coscienza che " generare" non significa fare ma lasciare che venga fatto avremo più figli e genitori felici.
Quando dico lasciar fare, non intendo parlare di noncuranza educativa ma dell' opportuno rispetto per il ruolo della vita nella faccenda: si decide di avere figli ma è la vita, a formarne la meravigliosa caratteristica con cui verranno alla luce, la quale, non assolve a nient'altro che a se stessa e forse, ad un disegno più grande persino di noi tutti. Perché dunque spesso i genitori scorgendo i segnali di una meravigliosa unicità se ne dimostrano preoccupati? In chi questi segnali aprono una discussione se non in noi? Ecco perciò che i "per il tuo bene" appaiono per ciò che spesso sono: una menzogna.
 
Certamente, i genitori amorevoli consigliano ma anche si devono aprire a sentieri nuovi e questo non può essere indolore. Il problema è che il dolore se non inquadrato come veicolo di cambiamento delle nostre convinzioni diventa capace solo di generare e ridistribuire se stesso in un circolo che annienta fiducia, amore e sviluppo. 
So di essere stato forse un po duro nel descrivere i genitori in questo racconto, i miei come quelli degli altri, ma ciò che contava era proprio farveli vedere come li vedevo a quella età e nelle condizioni in cui i loro "permessi" me li mostravano. 
Per quanto riguarda il mio genere di differenza ho volutamente dato alcuni connotati legati alla sessualità e so che per molti leggere di erezioni o  pornografia o comunque di espliciti sessuali, in un tema diciamo morale non fa piacere ma spero avrete potuto cogliere come anche quello alla età in cui è vissuto passa per profonde e turbolente emozioni che nessuna educazione per quanto repressiva può domare e che anche queste sono facilmente recuperabili nella esperienza singola di tutti. 

In ultimo, desidero affermare che il motivo più importante per cui ho voluto raccontare questa storia di un ragazzino  e dei suoi splendidi amici è quella di dare a loro il risalto che meritano: alla fine la cosa più semplice di tutte: l'amicizia. 
Amicizia nella quale potersi anche scoprire gay o rossi di capelli senza grossi turbamenti e soprattutto in modo graduale per tutti ma priva di quella odiosa componente che oggi vede molti giovani avversati dai propri coetanei: la paura delle proprie emozioni. 

Ringrazio Giuseppe per la sua dolcezza virile e per aver probabilmente determinato in me un modello non solo fisico di uomo gradevole ma soprattutto un modello emotivo sano, aperto è libero. Di questo non finirò mai di ringraziarlo per la sua unicità fisica e di cuore. 
Ringrazio Alessandro per avermi insegnato l'audacia e il gusto per l'avventura temeraria che ha ridotto di moltissimo la grandezza del mondo agli occhi di un ragazzo gracile e  disagiato fisicamente. Anche a lui devo la convinzione che il corpo è soggetto alla volontà dello spirito che contiene ma è più resistente di come me lo avevano fatto credere. Dalla sua unicità ho appreso il coraggio. 
Ringrazio Alex infinitamente per avermi insegnato il gusto di riderci sopra il più possibile, per avermi fatto dono di suo fratello Maurizio dalla cui unicità ho imparato a non aver paura di dire ti voglio bene se lo sento. Da Alex invece ho preso la mia ironia e la capacità di arrossire. 
Ringrazio Fabio mio preziosissimo amico speciale per avermi permesso di costruire una immaginazione più ampia con la quale ho potuto mostrargli il mondo che sembrava spaventarlo, spero come un posto meraviglioso, ricco di altre persone come lui e me da incontrare anche se siamo sempre rimasti in una stanza. Dalla sua unicità ho avuto la voglia di scrivere.  Sua madre per avermi aperto la porta del suo appartamento senza tener conto della mia "stranezza" è permesso di gustare le sue merende colme di tutto il suo rammarico per gli errori fatti, ma anche della straordinaria volontà di ripararli come poteva: da lei ho imparato il valore del pentimento autentico che non ripara ma che  ci prova fino alla fine. 
Ringrazio Marcolino e sua sorella per avermi mostrato quanto avevamo bisogno e diritto di esprimerci è come fosse difficile farlo con genitori nevrotici. 
Ringrazio Federica per avermi insegnato il mare e per aver sfidato le regole che ci volevano troppo distanti di età per essere amici. Dalla sua unicità ho imparato a imparare dai piccoli. 
Non posso dimenticare di ringraziare la vita, per aver creato la Pineta e quest'ultima, per aver accolto suo malgrado il 52 e il suo "capitale umano", me incluso. Dalla sua unicità ho imparato che la vita offre riparo da ogni pericolo e accoglie in ciò che spaventa, come un bosco, altre creature come noi di cui si prende cura.

Qualunque sia la vostra unicità rendetela piena e pulsante, riconoscetela nei vostri figli e accogliete le prime  emozioni negative che susciterà in voi dopodiché fermatevi e assistete allo spettacolo della vita fino a quando sarete desiderosi di parteciparvi e fieri di averla portata nel mondo.

Mi auguro con questo racconto di poter finalmente assolvere al compito più onorevole che l'unicità richiede: smettere di parlare di me conservando il privilegio di portarla ancora curioso di come saprà cambiare colore ma molto meno preoccupato. 

A voi che avete letto tutto ciò, posso solo dire grazie per aver fatto un sentiero tanto sconnesso data la mia limitata capacità letteraria, con la curiosità di sapere non solo come ho fatto a crescere o cosa ho vissuto ma come ciò nel bene e nel male non mi ha impedito di risplendere nella mia unicità: di diventare un adulto imperfetto adatto alla vita. Sappiate che questa opportunità vale anche per voi se volete. 
Ora auguratemi, dopo essermi speso molto a raccontarmi, di poter ancora scrivere storie interessanti e se, leggendomi, aveste avuto idea di quale sia la vostra unicità ma non sapeste come possa essere d'aiuto a qualcuno, allora provate a raccontarmela privatamente. 
Raccontatemi, raccontiamoci nella certezza che l'esperienza di uno può aiutare molti. Perché una storia merita di essere raccontata? Perché il suo raggio d'azione può raggiungere tutti i cerchi concentrici che l'hanno formata e che sono formati da esseri umani che solo tramite l'esperienza reciproca possono diventare coscienti del loro posto nel mondo e sentirsi liberi di essere portatori o generatori di unicità.  
Vi abbraccio. 
Stan. 


Inviato da iPad

mercoledì 28 ottobre 2015

La banda del 52 CAP 20: devo dirti una cosa

Un salto nel buio da una sola certezza: il cambiamento. 
Quando sei sul finire dell'adolescenza, accade che se sei adatto alla vita, il banco degli imputati in cui ti sentivi costretto non è più il tuo posto, se non lo sei invece, sarà facile che chiunque ti faccia tornare alla sbarra col senso del dovere, con quello di colpa, con le buone maniere o con la violenza, ma anche con l'amore o il bisogno di essere riconosciuto. 
In quella scomoda posizione circa chi siamo e cosa siamo, è facile lasciare  che le paure delle nostre famiglie o le loro avversioni circa ciò che sembriamo diventare, decidano le nostre sorti assegnandoci ad un genere che, pur  travalicando  la loro possibilità di giudizio, non si risparmiano di comminarci ugualmente: buono o cattivo, uguale  o diverso. 
Famiglie deboli o ferree che siano, tutte  pronunciano il loro verdetto chiuse nelle camere dei loro cuori impauriti e sia  che si consegnino a te per timore o che ti perseguano per cambiarti, difficilmente si aspettano di venir giudicate per questo a loro volta. Raramente accetteranno  la tua sentenza quando immancabilmente arriverà. 
Che sciocchezza pensare di generarci o di crescerci per poi dichiararci "diversi da loro", come se da loro non venissimo comunque, come se non fosse accaduto anche a loro di portare una differenza, ma certo alcune differenze fanno più rumore di altre, mia nonna ad esempio, non supero' mai la delusione per il pessimo gusto della sua figlia maggiore nel vestire o per il matrimonio  della figlia minore con un uomo gretto è molto più grande di lei. Per tutta la sua vita guardo' alle sue figlie come in uno specchio opaco, incapace di ritrovare la propria immagine in loro e per questo giudico' lo specchio rovinato, inutile e deludente. Le sue figlie ne soffrirono è così generarono a loro volta qualcuno in cui rispecchiarsi o ne crebbero uno di altri con lo stesso scopo: generando solo la stessa insoddisfazione. 
Anche loro come molti, dovevano  aver creduto che Dio ci avesse fatto a sua immagine e somiglianza per cui generando, si aspettavano di essere Dio ma non furono  brave come lui a gestirsi la delusione. Nessuno lo è del resto. In quanto a me se avessi avuto scelta, avrei scelto come ogni essere umano per convenienza ma in merito alla propria unicità, una volta svelata, non sempre è possibile che convenienza e verità siano allineate. 
La mia verità si svelo' in una camera di albergo, dalle fessure di una persiana, entro' una mattina sotto forma di luce e mi rivelo' a immagine di chi ero fatto.
Ero entrato come ogni giovane, ed io più di altri, solo parzialmente incosciente del pericolo ma da questi anche sedotto e assetato di risposte. Il corpo nel letto, inondato della luce fredda dei mattini invernali si era mosso come ferito e scostando le coperte mi invitò a ripararmi io stesso. Sarebbe bello, poter dire che non sapevo cosa volesse dire quell'invito, che in esso non sentissi il balzo del gabbiano dal suo nido sulla scogliera, ma nemmeno se giovane, il cuore e' tanto ingenuo quando scoppia nel petto, perciò accolsi il vuoto che proponeva staccando i piedi dal pavimento, e mi lasciai trasportare. 
Le cose terribili che mi erano state insegnate sul "peccato" tra uomini si chiamavano carezze? Era questa la lusinga del Diavolo che dovevo rifuggire? Se un giorno avessi accarezzato una donna che non amavo, come lui faceva con me, sarei stato meno Diavolo con la sua anima?
Nessuna vergogna mi colse, nessuna sopraffazione mi impedì di muovermi, perciò pensai che il calore di quel corpo non fosse dovuto alle coperte ma ad un cuore pulsante e ne fui certo quando quei battiti si unirono in un unico torace. Non accadeva nel suo corpo nulla che il mio non replicasse spontaneamente, niente che non mi somigliasse come se fosse fatto di me stesso e niente che, non fosse perfetto così com'era. Il mio volo fu breve, certo un po' sconnesso ma non volai arpionato dagli artigli di un rapace, come mi avevano fatto credere, semplicemente seguii il ritmo che sentivo e fu facile, emozionante e davvero liberatorio. 
Se pensate che si tratti di sesso, non avete abbastanza fantasia, come non ce l'hanno gli adulti quando pensano alla prima volta dei loro figli, o forse non avete mai volato davvero. Il sesso, quello lo scoprii molto dopo e fu di gran lunga meno significativo seppur giustamente necessario, di quel momento magico in cui qualcuno, pur potendo  prendermi tutto non lo fece , anzi  prese solo ciò che seppi offrire prima di iniziare a piangere a dirotto sul suo petto fatto a mia immagine e somiglianza: i miei primi baci. 
Lasciai quella stanza con la promessa di tornare il mattino seguente, ma non sapevo nemmeno se sarei vissuto abbastanza per farlo con tutta quella meraviglia dentro. Non so cosa provi un gabbiano al suo primo volo ma di certo il suo nido deve sembrargli alquanto misero una volta capace di lasciarlo. Tutti i pensieri luminosi si mischiarono comunque con ciò che sapevo sarebbe potuto accadere in casa, se me ne fossi uscito con la verità ma certo mentire, non era la mia strada. 
Il 52 mi guardava silenzioso mentre salivo le scale che portavano al suo portone, nel piazzale non c'era nessuno ed un vicino mi salutò come si salutano gli adulti con un buongiorno invece del solito ciao, mi chiesi se il mio cambiamento fosse già così evidente e provai un brivido di paura al pensiero della porta di casa che si apriva. Forse anche Alessandro o Giuseppe avevano dato il loro primo bacio alla creatura perfetta per loro, ma di certo sebbene potessero, credo che neanche loro lo avrebbero detto, perché non è nella natura fisica della persona che ce lo suscita il problema quanto nello shock che quella capacità di "volare" genera nei propri genitori: la consapevolezza che li lasceremo prima di farlo fisicamente, che in qualche modo non gli apparteniamo più totalmente, che abbiamo scoperto a chi apparteniamo davvero: unicamente a noi stessi. 
Il gabbiano adulto non torna a contemplare il vuoto del proprio nido ma non tutte le creature hanno questo nobile istinto. Per un po' gli esseri umani quel nido vuoto lo contemplano eccome e purtroppo anche se parlano di ciò che è "secondo natura" ai propri figli, in cuor loro detestano la natura quando fa il suo corso. Di certo i miei avrebbero detestato anche me, se gli avessi spiegato cosa la natura mi aveva spiegato e invocando Dio o la natura stessa, non si sarebbero esentati dal mettermi alla sbarra come imputato, colpevole di non aver riflesso la loro immagine ma di essermi permesso di vedere la mia soltanto, così come io a mia volta li avrei giudicati per ogni singola azione con la quale tentarono di impedirmi la piena consapevolezza di me e dell'amore su ogni cosa. 
C'è una "prima volta"  per tutto dicono. Ci fu per me come per chiunque e grazie alla banda del 52, ebbi più prime volte di quante non ne possa ricordare. La scoperta di me stesso e della mia unicità nel mondo mi fu facilitata grandemente dai piccoli membri di quella banda, dal grande gioco con cui scoprivamo cosa eravamo capaci di essere, sopportare, custodire e provare l'un l'altro. Tutto ciò di cui  avevo fatto esperienza   su quel piazzale, il viaggio nella buia intercapedine, la pineta e la nostra casa nell'orto, ogni persona incontrata o temuta mi aveva insegnato quanti colori avesse la vita. 
Mentre la famiglia mi "indirizzava" o si sforzava di "correggermi", la vita invece, si mostrava lasciando a me la scelta, nella sua infinita varietà di forme e modi, di come viverla con gioia coraggio e intensità ma anche  mostrandomi come gli esseri umani reagivano a coloro i quali "portano differenza": con paura e controllo e laddove questi non funzionassero, con l'emarginazione più  violenta. 
Non avevo intenzione di rimanere chiuso in casa come Fabio con sua madre ne di essere compatito come Maurizio o aggiustato come il braccio di Alex. Peggio ancora con volevo ritrovarmi penzoloni da un albero in Pineta come Elena la cui differenza nel mondo non potemmo mai celebrare. 
La mattina seguente dovetti decidere se ritornare da Salvatore o no. Uscii il mattino come uno che non torna, mi voltai verso i balconi del 52 sperando di vedere il sorriso di Giuseppe ancora una volta o di sentire Alessandro sfuggire alle urla di sua madre ma anche loro probabilmente erano in "viaggio" verso il proprio destino. Al banco dell'albergo chiesi della sua camera con lo stesso tuffo al cuore del giorno prima ma stavolta deciso a conoscerlo fino in fondo.
" mi spiace, ha lasciato la stanza stamattina con le prime luci dell'alba" disse il portiere con un sorrisetto di scherno, nessun recapito che fosse lecito ottenere ne io capace di chiedere. Me ne restai col nulla in mano e lo sguardo fisso seduto sul pilone che impediva alle automobili di percorrere il vicolo, a guardare l'insegna dell'albergo: hotel Stella. Maledicevo il pianto che gli avevo propinato, forse per quello se ne era andato? 
Mi ci volle una notte per decidermi ad esser uomo, si uomo con un uomo. Avevo pensato,  una notte di troppo evidentemente. Il primo essere umano a mia immagine e somiglianza se l'era portato via la luce del mattino ed ora non sapevo se ne avrei mai più incontrato un altro: se mai avrei rivisto quegli occhi verdi. Pensai persino di tornare a casa e raccontare tutto, come buttandoti da un ponte, per farla finita una volta per tutte. Mi avrebbero detto Omosessuale.   Si dice così? 
Un giovane omosessuale che soffriva come la ragazza che aveva accanto, quella a cui il ragazzo le aveva appena detto basta, si diresse a prendere un autobus ripercorrendo gli stessi passi, che l'avevano visto frettoloso giungere a quel vicolo ma stavolta gli parvero infiniti quei pochi metri. Ogni centimetro del marciapiede gridava "sei fregato, non hai più niente". 
Tutti gli odori di quel corpo  e i sapori di quella bocca gli inondarono la testa come la risacca sulla spiaggia per poi ritirarsi come lei, impossibili da trattenere. 








Dalla finestra del salotto, nel quale i miei genitori sembravano aver trovato rifugio dal mondo, guardavo la pineta ormai ammantata di Autunno e le sue foglie gialle marroni o rosse tutte identiche ma tutte diverse, cadere una dopo l'altra sotto il peso della linfa che gli mancava, quanto a me mancava lui. 
Un richiamo per la cena, profumo di nulla, poche parole, un piatto tiepido che sapeva di prigionia, finito il quale nessuno aveva qualcosa da dire o da sentire. 
" devo dirti una cosa" - feci io, una volta rimasto solo con lei. 


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lunedì 26 ottobre 2015

La banda del 52 cap 19: istruzioni di volo.


C'è vento a Genova quasi ogni giorno, ma alcuni giorni il vento soffia con l'intensità di chi ha deciso di sollevarti per aria o spazzarti via: nessuna via di mezzo. In quei giorni si ritirano i vasi dai balconi, si assicurano le persiane e nelle terrazze coltivate si spezzano le delicate piante di lamponi se non sono state coperte. 
In quello stato di tensione, non tutti si trincerano impauriti, i passeri per esempio o i gabbiani insegnano ai propri pulcini a lasciare il nido, a vivere o morire, di certo a lasciarlo comunque. 
Nessuno conosce cosa li spinga a quel balzo nel vuoto e ormai stretto nel mio letto singolo, mi chiedevo se non fossero anche loro esausti da quella sensazione di costrizione, se non lo fossero a tal punto da accarezzare il sapore della morte, pur di  poter nascere o volare.  Ero certo che gli esseri umani che si dicevano essere la mia famiglia, non avessero nulla in comune con me ma neanche il mondo sembrava invitarmi a una seconda scelta, che fare perciò? Con chi condividere il doloroso senso di unicità che mi era stato riservato? Cosa farne, non potendo rinunciarvi senza sentirne la mancanza come, dello spazio ne sentivano i miei piedi in quel lettino?
A nulla valeva più premere il pollice tra l'indice e il medio come facevo da bambino o torturarsi il cazzo come avevo preso a fare dopo. A furia di gridare in silenzio finii col sentirmi talmente male da alzarmi dal letto una notte e cadere per terra, privo di sensi o quasi. 
Luci, rumori, odori  e immagini, vorticavano tra la coscienza e il sogno, in un posto liquido dove non ero corpo ne pensiero ma piuttosto, tutti i miei sensi insieme. La sirena, il freddo di un lettino metallico e poi una voce calda e pacata che si distingueva dai suoni delle voci spaventate che mi circondavano che diceva: va tutto bene. 
Ci ero già stato all'ospedale, quando avevo otto anni e da cinque la chiamavo mamma, sperando avesse senso per lei perché io non sapevo ancora cosa significasse, nel reparto di ortopedia dell'ospedale dei bambini, ero quello meno strano con la mia gambetta e il piede capace solo di stare giù, perché il bambino del letto a fianco, aveva le dita delle mani storte e tutte unite e gli altri la testa quadrata e le gambe corte piene di ferri. Qualche coglione di infermiere ci disse che avremo visto la proiezione di una fiaba: Biancaneve e i sette nani, ma non mi dissero che si chiamavano così anche quei bambini che non sarebbero mai cresciuti, ne che il mio intervento alla gamba non mi avrebbe visto inchiodato come loro. 
Il medico del pronto soccorso disse alcune cose mentre io riprendevo coscienza dei miei quasi diciassette anni nella sala visite poi mi lascio' li da solo mentre ritornavo corpo e pensieri. Sentii di nuovo quella voce calda ma stavolta, accompagnata da un viso da capelli ricci, occhi verdi e la giacca arancione dei lettighieri della Croce Bianca. Era lì ma sembrava non avesse dovuto, perché prima che potessi dire qualcosa mi aveva accarezzato ed era uscito in fretta, lasciando entrare i miei genitori i quali, forse per lo spavento non mi accarezzarono ma anzi, mi vestirono alla bene meglio con i gesti frettolosi di chi ha perso la pazienza, per riportarmi a casa. 
Molti giorni dopo quel fatto, un giorno prendendo un autobus affollato vidi una figura che avanzava sventolando una mano, gli stessi capelli ricci e occhi verdi ma nessuna giacca arancione. Ciao ti ricordi di me? 
Feci un poco di fatica tra l'imbarazzo la memoria ma quando fu vicino, non ebbi dubbi. Si chiamava Salvatore: un nome calzante per un volontario di croce. 
Era più grande di me sapeva di uomo fatto sebbene giovane, non c'era traccia in lui della mia goffaggine e parlava sicuro senza mai lasciarmi abbassare gli occhi come avrei voluto fare, mi disse altre cose su chi era o dove lavorava ma la domanda che mi premeva fargli non uscì mai dalla mia bocca: perché era tornato a salutarmi? 
La sensazione piacevole della sua vicinanza, si mescolava al disagio della mia inesperienza impedendomi di pensare a quel l'incontro come ad una coincidenza o ad un colpo di fortuna. Chissà se il mio rossore era  visibile anche sotto l'abbronzatura della estate precedente. Sentivo di essere come sul bordo di qualcosa, ma anche avvertivo la vertigine che immobilizza invece di spingere avanti. 
Non so più chi scese per primo lasciando l'altro, ma probabilmente finii per dire più di ciò che volevo, perché nei giorni che seguirono il pensiero di lui non mi lascio' un momento, soffiando sul cuore come il vento sui pini marittimi poco prima di un temporale. 
Un salto nel buio. 
Non ne feci parola coi ragazzi, ma il mio comportamento distante parlava chiaro e loro sono certo cercarono al meglio di comprendermi, come avevano fatto col foglio seppellito sotto l'albero, nel loro modo silenzioso e vicino al tempo stesso.
Nessun pulcino conosce il giorno del suo primo volo, ma ogni cosa quel giorno sembra sottomettersi al destino che la muove, che la vuole viva o morta per bilanciare l'armonia più ampia che chiamiamo natura,  fato o vita: il vento soffia il nido scricchiola sotto il peso dell'uccello cresciuto e qualcosa di inconscio chiama ogni elemento al suo compito ultimo: vivere ed essere adatto alla vita. 
Nei treni che solcavano la riviera i vagoni erano divisi in scompartimenti da sei posti, tre erano occupati da Alessandro, Giuseppe e Alex, i tre di fronte da solo due persone. Una era allungata sul terzo sedile con le gambe,  la sua testa,  appoggiata al grembo  di un ragazzo che fissando i suoi occhi verdi gli accarezzava i riccioli. 
Nessuna battuta sconcia o umiliante da parte dei tre e nessun disagio da parte mia, tutto sembrava accadere perfettamente come doveva succedere come ognuno di noi sapeva essere. 
Forse all'apparenza, potevamo sembrare quattro ragazzini in gita accompagnati da uno più grande di noi, esattamente come la società si aspetta di vedere, e per questo niente e nessuno turbo' il nostro piccolo  viaggio verso il litorale che anche d'inverno meritava una passeggiata, un trancio di focaccia al formaggio, una carezza data ma fino a quel giorno,soltanto immaginata, a qualcuno come te. 
Avevo conquistato il mare da solo per non aggiungere distanza oltre quella che potevo sentire da ciascuno, persino dalla mia amata banda: ora con il cuore in gola e la certezza nella pelle di non essere il solo,  miravo al cielo mentre appoggiati alla ringhiera del litorale il vento salato del mare sfidava i  capelli di tutti a rimanere attaccati alla fronte. Una lacrima rigò il mio viso ma di certo doveva essere colpa del vento, anche se il mio cuore sapeva che i giorni con loro non erano ancora molti da spendere.


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martedì 13 ottobre 2015

La banda del 52 cap18: sassolini bianchi.

Il 52 fu una benevola madre di cemento per molti di noi. Sembrava che contenesse tutto ciò che dovevamo sapere sulla vita. Famiglie, persone e una valanga di segreti dietro ogni porta lucidata a dovere per mostrare ai vicini che tutto fosse  in ordine,  che tutto fosse "normale". 
Non so dire, se c'era più cera nei suoi pianerottoli o nelle facce di chi li abitava, ma sembrava che l'anima di quel palazzo volesse parlarmi, che avesse contenuto ogni singola persona affinché la incontrassi e ne conoscessi la lezione in serbo per la mia vita. 
La banda che si era formata mi aveva fornito tutta la appartenenza che mi era sfuggita nella prima parte della mia vita ed insieme era stata il grembo sicuro della mia formazione emotiva a tal punto che se non fosse stato per la corretta istruzione, la scuola sarebbe potuta essere superflua. Di certo, il 52 mi formo' in ben più importanti  aspetti della crescita di un essere umano: avventura, aggregazione, adattamento e sviluppo. 
Alex il nostro "onde man show" aveva due fratelli più grandi ma uno dei due meritava di essere raccontato più dell'altro. Ti capitava di vederlo certe ore del giorno con la sua borsa a tracolla tornare dalla scuola,magari canticchiando a voce alta o chiamando per nome le signore del palazzo, come se fossero delle coetanee. Non era maleducato Maurizio nel trattare con gli adulti, perché lo faceva come un bambino di dieci anni pieno di entusiasmo. Anche se doveva averne almeno dieci di più, Maurizio, non avrebbe mai avuto più di dieci anni per tutta la vita.
Le famiglie così perbene del 52, se potevano, cercavano con ogni scusa di non trovarselo tra i piedi, perché potevi esser certo che se anche fossi stata vestita da sposa o di ritorno da un funerale, lui ti avrebbe abbracciato con la forza mal dosata del suo corpo di ragazzo dal cuore bambino. I suoi genitori dovevano essere stati a dir poco magnifici per quei tempi ad averlo reso il più autonomo possibile, coi pochi mezzi e l'ignoranza di allora circa certi fenomeni della mente e infatti, lui non era di peso per nessuno, tuttavia i suoi genitori erano spesso eccessivamente arrabbiati per le vicende inutili di condominio. 
Maurizio era intriso, inzuppato forse persino fatto di amore per gli altri e non aveva nessuna inibizione nel mostrarlo continuamente: "ciao Maria" diceva a mia mamma vedendola alla finestra mentre saliva le scalette fino al portone, poi, con le sue amate tennis si portava sotto la finestra e cominciava a raccontarti qualcosa. 
Parlava forte e rideva spesso fino a che la saliva non formava delle bolle o gli colava dal labbro, ma lui si puliva e ricominciava perché il suo bisogno di comunicare era prioritario.
Alle domande semplici rispondeva correttamente e se erano invece più difficili, come i bambini si fermava un po a pensare, dopodiché cambiava discorso. Sapendo che si fermava volentieri a parlare con chiunque, sua madre, passata una certa ora lo chiamava e lui allora ti salutava e andava a casa. 
Era una strana epoca quella, perché nonostante si usassero dei termini orribili per definire i ragazzi come lui, si era però portati nei quartieri ad una certa vigilante cura comune della loro incolumità. Mio padre specialmente, lo ascoltava o lo tirava su in macchina se lo vedeva a piedi accomiatandosi da lui con una carezza e vuoi il fatto che era il fratello di Alex, vuoi per la sua bontà, vuoi perché papà mi aveva mostrato un ottimo esempio, anche io presi a non defilarmi incontrandolo. Certo sapeva stonarti il cervello Maurizio con la sua voce chioccia e stridula che ben si adattava al conflitto fra la sua crescita fisica e quella cognitiva, ma sapeva anche toccarti il cuore. 
Certe volte quando era offeso o triste stava fermo con le mani giunte al petto torturandosi le dita mentre gli occhi cercavano conforto da qualcuno che una volta individuato veniva raggiunto e inondato dalle sue rimostranze al riguardo ora dei fratelli o di qualche difficile esercizio scolastico. Nel guardarlo mi chiedevo come facesse la sua mente a sopportare la crescita fisica ma poi ti raccontava della sua fidanzata, di quanto era carina e ti sembrava fosse più sveglio di te! 
Un altro ragazzo particolare era Fabio  figlio dei signori dell'ultimo piano e mio amico speciale. Ci eravamo conosciuti perché le nostre mamme si erano fatte amiche opportunistiche, dato che la Maria Luisa, mia mamma, aveva rinverdito la patente e la mamma di fabio pur di avere un passaggio, sapeva incoraggiarla come nessuno, mentre noi ragazzi dietro la cinquecento facevamo conoscenza. Fabio non diceva molte parole ma i suoi enormi occhi castani e la gentilezza delle sue mani sempre gelate dicevano che era contento di conoscermi. 
Fabio in piazzetta non ci veniva ma non è che sua madre avesse qualcosa in contrario, piuttosto lui non voleva allontanarsi da casa, data la sua patologica timidezza, perciò siccome il suo silenzio e la mia chiacchiera si combinavano bene, prendemmo a vederci a casa sua. Salivo d'inverno specialmente, a giocare con lui che aveva giochi molto belli e costosi essendo figlio unico ma mancava della fantasia per goderne. Di quella io ne avevo da vendere e volta per volta, dopo le prime reticenze, Fabio mostro' di apprezzare la mia compagnia e la discontinuità che questa gli offriva dalla sua principale occupazione: lo studio. 
Quel ragazzo era intelligente oltre la media ma quella che sarebbe stata una capacità di successo nella vita adulta, gli capito' nella prima adolescenza catapultandolo nel contenitore delle persone "strane". Sua madre era una donna dolcissima e talmente premurosa che le sue attenzioni potevano essere anche soffocanti. Aveva desiderato quel figlio più di ogni altra cosa ma i dolci che preparava per la nostra merenda erano intrisi di lacrime e lo capivo dallo sforzo che faceva perché io non mi allontanassi da suo figlio. Fortunatamente io di attenzioni avevo sete e Fabio era perfetto per uno come me in quanto consentiva alla mia immaginazione di scorrere libera e addirittura di trasportare anche lui in luoghi pieni di avventure senza nemmeno uscire di casa. Imbastivo per lui, autentiche sceneggiature con personaggi e dialoghi che ero bravissimo ad alternare tra loro e ruoli epici o romantici coi quali senza saperlo gli insegnavo le emozioni che lui non sapeva mettere a fuoco, e con lui io mi sentivo perfetto così com'ero. 
Sia lui che Maurizio, e perché no, anche io potevamo essere oggetto di imbarazzo per i nostri  adulti i quali con maniere tanto diverse ci amavano di un amore contaminato da qualcosa che non permetteva loro di goderci appieno: la paura. 
Aveva paura la mamma di Alex, che suo figlio con la sua innocente ingenuità fosse deriso o peggio da coloro ai quali si avvicinava tanto facilmente e con fiducia, ne aveva la mamma di Fabio che, nessuno si accorgesse di lui nonostante il successo scolastico che son certo maledicesse, ma che era terrorizzata all'idea di perderlo e ne aveva mia madre della mia fantasia "contorta" come aveva preso a chiamarla da un po, così come della mia diversità ormai difficile da coprire. 
Che ti amassero o che non ne fossero capaci, i genitori del 52 come molti di quelli di allora, non erano preparati alla unicità, alla specificità dei loro figli ma ossessionati piuttosto, da un concetto di "norma" che non causasse loro visibile imbarazzo sociale. Le famiglie normali mandavano i loro figli perfetti e insulsi all'oratorio, come Marcolino che tornava isterico, quelle che avevano figli come noi erano invece  meno inclini a mostrarci.  Capaci di chiudersi o di diventare aggressivi non era più chiaro cosa o chi difendessero con quegli eccessi. I propri figli? Se stessi? In ogni caso, mi sentii di includere sia Fabio che Maurizio nel mio caleidoscopio umano e divisi tanto con loro,quanto con gli altri, la mia quotidianità perché in qualche modo erano anche loro sassolini bianchi tra pietre nere: come me. 

Le critiche del resto, non venivano risparmiate e le persone dietro le loro porte laccate e le piante finte di certo intrattenevano autentici processi volti a determinare le cause di quelle "anomalie" per passare il pomeriggio con le amiche a gongolarsi sulla loro progenie di smidollati senza alcun mordente. "Sarà nato così perché il marito beve" o " dicono che a quattordici anni gli faccia ancora il bagno..per forza quel ragazzo è strano" o nel mio caso " sembra una donnetta quello...se fosse mio figlio lo manderei in collegio"! 
Il mondo del quale volevano facessimo parte ci veniva presentato con tutta la sua contraddizione alla quale, secondo il pensiero comune, la normalità rispondeva come "lasciapassare", ma a mio avviso  un po' come le piante finte dell'androne rispondevano al concetto di "natura": in modo davvero difficile da considerare realistico. 
C'era qualcosa di più interessante nella differenza e nella nostra capacità di entrare in contatto reciproco. Io Alex Giuseppe e Alessandro Maurizio e Fabio  avevamo già affrontato con i nostri giochi, patti e avventure molte delle sfide che la vita futura ci avrebbe riservato e istintivamente appianato il concetto di differenza più efficacemente di come le nostre famiglie credessero: noi eravamo la banda del 52: quello che ad uno di noi mancava, era sovrabbondante nell'altro. Magari la"norma" non era soddisfatta ma lo erano di certo l'equilibrio e l'armonia. 


sabato 10 ottobre 2015

La banda del 52 CAP 17: inutili pene.


Una strana idea degli adulti, circa l'adolescenza, è che sia tutta una elucubrazione ormonale che genera allucinazioni emotive e che rende i ragazzi ingrati, maleducati o fastidiosamente silenziosi o loquaci.  Sarebbero capaci di ritenerti adolescente anche a trentacinque anni se ti capita di non dargli ragione o di agire per tuo conto, ma se di anni, ne hai davvero quattordici,  puoi star certo che si aspettano che tu stia chiuso nella stanza e che parli per monosillabi. Perché non parli? Non parlarmi in quel modo eh?!
In generale, sembrano credere sia tutto nella tua testa. 
C'è invece, in quei silenzi e nella quotidianità' degli adolescenti, qualcosa di prettamente fisico che complica tutte le manifestazioni. Si, parlo di lui, del pene e senza chiamarlo pisello, pisellino, o "quell'affare" come lo chiamava mia madre. Direte ma le femmine sono adolescenti anche loro, perché parlare del pene? Perché alla fine, anche nella quotidianità delle ragazze adolescenti, nella loro irrequietezza, questi, ha un ruolo ben preciso e poi io ero maschio, di che dovrei parlare? 
Ah gia della vagina forse, ma è proprio questo il punto: il ruolo dei genitali nella vita degli adolescenti non e' legato al loro compito riproduttivo o all'erotismo come pensano gli adulti che, siano essi bacchettoni puritani o liberali e modernisti, sono davvero fissati con il sesso in modo imbarazzante. Per i ragazzi, ha a che vedere con un passaggio alla vita adulta nel quale i genitali sembrano farti lo sgambetto proprio quando il colpo di inizio per la corsa verso la libertà è stato sparato. Che ti siano cresciuti due ingombranti seni che ti costringono a camminare gobba o che il tuo pene un certo mattino sembri voler sollevare un comò, tu ti trovi a non provare nessun piacere per i tuoi nuovi prepotenti accessori ma solo l'evidenza fisica del tuo disagio a convivere con la loro individualità.  Come possono gli adulti pensare che questi fenomeni ti spingano ad essere estroverso, comunicativo o sereno? 
Tornando al pene, col quale ho più confidenza, ricordo di aver pensato che rispetto alle ragazze ero più fortunato, perché una volta fatta la pipì al mattino ed evitato di farmi vedere dagli altri componenti della famiglia, lui, se ne tornava abbastanza invisibile mentre le povere ragazze potevano far pipì per tre ore ma le tette non gli si sgonfiavano di certo. A noi i genitori urlavano,  "vai in bagno quando ti alzi", a loro invece, " stai dritta che ti rovini la schiena"!
Ed ecco perché il pene ha un ruolo di primo piano anche nella vita delle adolescenti femmine, perché oltre a rappresentare qualcosa di brutale e attraente al tempo stesso, il pene manifesta tutto il privilegio della società per i maschi dato che appare e scompare come le tette non possono fare: quelle una volta che ti escono dal petto poche o tante che siano e prima che una ne capisca il potere, ti gettano in un imbarazzo costante perché soggette ad un giudizio di "quantità" , che il pene riceve in contesti molto più privati, il che le spinge anche a detestare i maschi per un momento. 
Quando un ragazzo entra a scuola difficilmente verrà canzonato nell'atrio per le sue misure ( che tra maschi vengono confrontate ma in ambiti camerateschi e non vale per tutti ) mentre invece una piatta o pettoruta può star certa di sentire diverse canzonette al riguardo non appena varchi una porta, non mi sorprendo quindi che una volta tornate a casa fossero alquanto più isteriche di noi. Incomincia comunque volente o nolente una difficile convivenza con questi fenomeni in un momento in cui i comportamenti infantili assodati si mischiano a nuovi schemi comportamentali di cui non conosciamo gli esiti: se fare i capricci o cercare coccole suscitava nei nostri adulti reazioni conosciute e affidabili, avere una erezione o un dolore premestruale al seno non  avrebbero significato niente di certo. Avresti potuto ricevere un abbraccio che non potevi ricambiare o una sgridata che non meritavi. 
Molto dipendeva dalla natura delle proprie madri e padri, purtroppo, da ciò che questi avevano imparato dalle reazioni dei loro genitori sommate alle ottuse convinzioni che si erano formati una volta diventati  genitori tuoi e dei tuoi genitali. Mia madre ad esempio, si arrabbiava moltissimo se papà usciva dal bagno in mutande dopo essersi lavato e con me si arrabbiava perché ne uscivo vestito ma senza averlo fatto: mia madre era arrabbiata a tempo pieno. Diceva ad esempio, che sua madre non le aveva spiegato molto sui maschi e me lo disse, come se questo  dovesse spiegare qualcosa ma a me. 
 Fatto sta che  del il mio pene me ne cominciai ad occupare in modo assai discontinuo e sbrigativo eccezion fatta per la masturbazione a cui dedicavo attenzioni più prolungate in quegli anni. 
Siccome ti masturbi,  e i tuoi genitori lo scoprono solo perché non sei attento o perché  dal cesso non esci più o ne esci arrossato come un peperone, ecco che improvvisamente,  sei dichiarato in qualche modo disgustoso o ingiustamente colto da pulsioni inproprie. Ma come?  Ti parlano di sesso prima che ti interessi o neanche te ne parlano, quando sei li che non sai che ti succede, pensano che tu ce l'abbia con loro o che sia colmo di pensieri sull'altro sesso ( di cui ne sai quanto del tuo e cioè niente) ma se diavolo ti masturbi,  allora si che gli fai schifo! Se finalmente e da solo, hai capito a cosa serve, beh quello e' un problema. 
E anche qui il pene ha il suo peso poiché la masturbazione femminile pare essere più discreta in un certo senso e probabilmente, meno facile da ravvisare per un genitore. Forse fu per questo che presi a riempirmi le mutande con i bigodini di mia madre la quale non avrebbe mai scoperto il segreto delle sue messe in piega. Detestavo il disprezzo che le leggevo negli occhi per il mio sesso o per l'idea che se ne era fatta e non potei che ricambiarla a modo mio. Di questo dovrei non andar fiero lo so, ma non posso che provare invece una certa soddisfazione per la creatività con cui mi ero espresso. 
Certe volte avrei voluto essere come Goldrake che pur avendo i magli rotanti, l'alabarda spaziale non ce l'aveva in mezzo alle gambe, o come il Big Jim a cui il pene doveva essere caduto, così come credo mia madre si augurasse per me, invece ero come un supereroe imbranato a cui si sguainava la spada senza controllo.  Un sacco di cose nel mondo erano fatte a forma di pene: gli obelischi, i grattacieli americani, i coni gelato ( che smisi di mangiare) e le penne bic, o così comincio' a sembrarmi. 
Ci mancava anche il pene a dirmi cosa fare e quando...
Non ti senti potente in quei momenti o spregiudicato e malizioso come credono. 
Alla fine io avrei voluto parlare delle mie emozioni al riguardo, del turbamento che non provavo per il sesso ma per la triste fine di quei giorni in cui col pene ci facevo pipì e basta e  per quello che ora avrei dovuto farci secondo l'Enciclopedia Medica che  mi aveva mostrato tempo prima e che non mi convinceva proprio, ma come poteva reagire mia madre al mio interesse per un secondo pene e non per una vagina? 
Quel genio,  dopo aver parlato a mio papà circa il perché della mia improvvisa tristezza e della mia chiusura se ne uscì con la trovata del secolo dicendomi: "senti guarda che data la tua storia e' normale che tu ti senta così ma se vuoi non appena avrai  diciotto anni potrai sapere chi sono i tuoi genitori naturali e se vuoi ti accompagno io a prendere i documenti che saranno necessari". Ricordo ancora il senso di disperazione che mi colse guardando la sua espressione da " io si,che so cosa provi" e riuscii solo a dirle: cazzo mamma, forse è meglio che ti lavi la testa come avevi detto di fare. " smettila di dire parolacce santo cielo". 
Si, i genitori sanno sempre cosa ci succede, lo sanno perché ci sono passati prima di noi, perché sono sopravvissuti all' adolescenza. Lo sanno perché credono di sapere quello che siamo ma preferiscono occuparsi  di ciò che sembriamo, specie se sembriamo diversi da loro. I genitori non capiscono un "cazzo" ma è meglio che non glielo diciate così,  altrimenti penseranno che avete in mente solo quello e, se per caso fosse vero, allora ne  sarebbero di gran lunga più spaventati di voi. 
Perché non ce l'hanno il coraggio di dirvi che possono solo insegnarvi ad essere come loro dal momento che ciò che erano alla vostra età lo hanno dimenticato o rifiutato. Ne l'onesta' di dirvi che il vostro pene o la vostra vagina non determinano chi sarete, chi amerete e chi diventerete.