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Buon 2011, amici e amiche di qualunque sesso voi siate, abbiamo finito i primi dieci anni del duemila, e a parte il contorno occhi e qualche fiala di botox non ho riscontrato nessuna altra catastrofe. Non vi nego un filo di delusione, in quanto all'abbassamento dell' animo umano, che però mi resta comunque più gradito di una ricrescita bianca. 
Le case di ringhiera, sono grossi palazzi di solito di pianta quadrata che hanno un cortile in comune, e le cui scale e pianerottoli sono esposti; quindi, per andare da chi sta per ultimo sul pianerottolo devi passare davanti a casa di tutti gli altri. Anticamente in fondo a ciascun ballatoio c'era un solo bagno in comune. Pur non essendo più così, la vita in queste case, ha ancora un che di “comune”, come per esempio la mancanza di privacy.
Andai ad abitare in uno di questi piccoli appartamenti in zona Darsena, con la mia dispotica compagna pelosa, la mia prima casa da “single”!
Essere singolo non mi è mai sembrato particolarmente fico, perché l'indipendenza più vera ce l'avevo già a livello interiore, non mi sembrava quindi una gran conquista viverla, ma solo una logica conseguenza, e continuavo a desiderare un percorso a due.
La casa era piccola ma con un bellissimo pavimento a scacchi bianco e nero e il parquet in camera, certo, se appoggiavo una mano sul lavandino con la lavatrice in funzione, prendevo la scossa, nel cesso non c'era la finestra, e il letto era accostato al muro più freddo della camera, ma a parte questo avevo tutto, anche un armadio!
I miei vicini erano una coppia sposata, di “alternativi”, e una coppia di ragazzi grossi e barbuti, con i quali feci subito amicizia. A casa loro vidi le padelle più grandi mai viste, e compresi che il concetto di dimensioni è davvero relativo, in quanto per loro ero io ad avere i “pentolini” come una bambina che gioca a cucinare.
Per loro divenni “la parrucchiera secca del vano scale” e loro i miei “orsetti del cuore”.
Temendo per la mia salute, mi invitavano spesso a cena e a piccole feste con i loro grossi amici, dove generalmente venivo guardato come un grissino, e cioè stuzzicante ma non abbastanza nutriente, -vedi come si diventa a voler fare le modelle?- mi canzonavano con i loro amici, - quella non è buona neanche per il brodo- ma in qualche modo avevano affetto per me, erano come due fratelloni premurosi.
Se mi vedevano arrivare con qualcuno, dopo un po' suonavano con una scusa, per farmi capire che se ci fossero stati problemi, sarebbero intervenuti, così ci accordammo per un segnale alla porta quando ero “occupato”.
La loro presenza rese le mie avventure più sicure, e mi fece vivere una piacevole sicurezza.
Io, la mercy, e loro eravamo una sorta di famigliola allargata che si sosteneva a vicenda, anche se il mio contributo era decisamente esiguo.
Questa città continuava a mettermi davanti persone carine, a cui potermi rivolgere, mentre mi offriva anche innocenti “evasioni”, e un anonimato leggero, che amavo profondamente. Prendere un caffè al bar Zucca, in fondo a Corso Genova (ironia della sorte), era il mio rito domenicale, insieme al mercato del sabato, e ai fusti del mio locale preferito.
In Associazione, avevo ormai stretto amicizia con una ragazza, che nonostante i suoi modi maschili, aveva un gran cuore, e una collezione di intimo da paura. Lei era la prima donna elettricista che avessi mai conosciuto, ed era buffissimo sentirla parlare dei suoi colleghi maschi, i quali, avevano per lei profondo rispetto. La solitudine che tanto mi aveva angosciato, dopo la mia storia con Claudio, non trovava spazio in agenda, e i momenti di relax che avevo in casa da solo, dovevo quasi lottare per mantenerli.
L'occasione di far coppia fissa, mi capitò più volte in quel periodo, perché ero così felice, che ogni mio gesto risuonava nello spazio intorno a me, come un invito ad una festa, ma declinai gli inviti.
Non ero di certo un amante occasionale “seriale”, perchè anche le mie avventure, conservavano un sapore romantico, che però non andava più in là di una cena, o al massimo di una gita fuori porta, ma ciò nonostante, i miei amanti, non sentendosi pressati dal mio velo nuziale erano di gran lunga più generosi di quelli dei miei amici.
Imparai che l'amore sapeva stupire chi non desidera dargli alcun nome, né addomesticarlo, chi lo persegue con generosità, chi non chiede all'amore di guarirlo, imparai che di amore si muore solo se già malati di dipendenza, e che anche chi si delizia del nostro corpo, celebra in quel momento la perfezione dell'amore fisico, ed in questo compie il suo volere, e cioè quello di dimostrarci che siamo amabili in ogni modo, purché liberi da inutili limitazioni, o sensi di colpa.
Ripensai all'amore ricevuto in cambio di un ruolo da recitare, all' illusione di essere puri tramite la paura di conoscersi davvero, e mi sentii davvero fortunato a poter godere di ogni istante di quella libertà.
La libertà, è il primo dei nostri diritti, ma anche quello a cui più facilmente siamo pronti a rinunciare, in cambio di quella poca cosa che è l'approvazione di coloro che dicono di volere il nostro bene, ma operano per il proprio, a nostra insaputa. Non importa che lo facciano in buona fede, o in completa mancanza di fiducia, ciò che importa è che la paura di restare soli, li spinge a mentire sulle reali condizioni del mondo al di fuori dei confini nei quali desiderano relegarci, e che troppo spesso finiamo per accettare più o meno consapevolmente.
Provate ad immaginare che mondo abitereste, se l'eretico Galileo avesse ubbidito al potere della Chiesa, o se la Maddalena, non avesse fatto la prostituta, se lo stesso Colombo si fosse accontentato di essere un “genovese” come tanti.
No, non è un apologia dei sovvertitori di un ordine, ma una banale considerazione sulla scoperta del “fuori percorso”, un invito a crearsi una mappa più grande di quella già tracciata dalla propria educazione, o dai propri timori.
Cogliere questo invito non comporta più forza di quanta non ce ne metta chiunque a restare infelice, ed immobile, ma di certo nessuna libertà è mai stata conquistata senza prezzo.
Gli anni che seguirono all'ombra del Duomo, mi avrebbero chiarito alcuni di questi costi, per esempio, quello di accorgersi che una volta trovato il proprio equilibrio, nulla è trasgressivo come lo si riteneva, ma solo più creativo, e che la vera “normalità” da cui sembravo escluso, altro non era che la storia banale di un uomo come tanti, che lavora, ama, si prende cura di altri esseri viventi, e non è obbligato ad essere perfetto, un uomo che non ha un passato irreprensibile, ma che smette di sentirsi colpevole di avere voluto di più del “suo bene”, come lo chiamava sua madre.
Togliersi la maschera del bravo figlio, del buon marito, del lavoratore senza aspirazioni, fu doloroso, ma dovevo pur sapere chi ero, dove fosse il mio posto, ma più ancora, quale tra tanti modi di dirsi felice mi rendesse libero di non dimostrarlo a nessun'altro che a me stesso.
Venni al mondo da solo, e sapevo che lo avrei lasciato nello stesso modo, potevo soffrire del fatto che i miei traguardi rendevano mia madre sempre più aspra con me, ma avrei imparato a lasciare anche lei, non con rabbia ma per amore della mia vita.
Con questo sentimento di inestimabile pienezza, che per me profumava di caffé, e di cera da pavimenti, che aveva la morbidezza del pelo felino e il colore acceso dello zafferano, il calore di un corpo come il mio, ritirai il mio primo certificato di residenza, e uscendo dal Comune di via Larga, festeggiai il primo giorno della mia vita, con due panzerotti fumanti dello storico forno Luini.
Uno era per me, e l'altro per l'uomo col quale avrei potuto essere banalmente felice, e dato che ancora non ne conoscevo il nome, li mangiai entrambi.
FINE

Non mi meravigliai del fatto che le mie seguenti relazioni, non durassero, sebbene mi sembrava di crederci ogni volta. I grandi palazzi di Milano, mi guardavano passare sui loro marciapiedi, e sembravano prendersi gioco di me, erano lì da decine di anni e guardando le luci delle loro finestre, scorgevo sprazzi di vita familiare, una vita, che mi faceva sentire ancor più solo, nonostante mi fosse chiaro, che la mia solitudine andava di pari passo col l'eccesso di un qualche bisogno.
Certo, la grande città, poteva inghiottirmi in un sol boccone, dando ragione alle peggiori paure di mia madre, che la considerava la capitale del peccato mortale, ma sapeva anche mostrarmi il suo lato buono, per esempio, la quantità di creatività che vedevo mostrata nelle vetrine di Ticinese, mi incoraggiava a crescere nella mia professione, e l'atmosfera nostalgica dei mercatini sul Naviglio Grande, con i suoi oggetti vecchi, mi spingeva a sorridere e a ricordare le tazze in cui mia nonna mi faceva bere il thè caldo, nei pomeriggi invernali.
Anche il fatto di lavorare in una zona ricca della città, orientava la mia mente a raggiungere degli obbiettivi, a sviluppare il senso delle cose belle, a dare corpo ai miei sogni, cosa che Genova non mi aveva fatto nemmeno supporre di poter ottenere. Come non esserne grato?
Compresi anche che il silenzio del mio appartamento, era un privilegio, ma il letto vuoto, quello non era nemmeno lontanamente sopportabile!
Un giorno, la signora Augusta venne in negozio, per farsi i capelli come ogni settimana, ma tardò di circa mezz'ora, entrando affannata si scusò per un quarto d'ora con la mia titolare, e mentre le facevo lo shampoo, cominciò a spiegarmi il motivo di tale defezione, dicendomi:
“Ero già pronta per uscire e nell'atrio del palazzo, sento un miagolìo, mica vero che c'era una gatta siamese sotto la casella della posta. La custode cercava di cacciarla fuori, e ci sarebbe riuscita se solo non ci fossi stata io, dovevi vederla era così buona, che si è lasciata prendere in braccio e ora è in casa, ma non posso tenerla”, fece una pausa durante la quale seppi dire solo se l'acqua non fosse troppo calda.
Io, di animali ne avevo salvati così tanti, quand'ero un ragazzino, andavo sulla pineta dietro casa nostra, e anche con la pioggia portavo ai piccoli gattini, che la madre aveva abbandonato, del cibo e vecchie pezze di lana, che sistemavo di nascosto nelle baracche abusive dei proprietari degli orti, altrettanto illegali, e a sentire di quella creatura mi vennero le lacrime.
La furba signora Augusta comprese la mia propensione verso di lei, e quindi mi chiese se volevo anche solo vederla, e mezz' ora dopo essere uscita con i suoi capelli a caschetto, pettinati a modino, entrò con un traspotino in negozio.
Credevo che avrei scelto se tenerla o no, ma guardando quella micia stringermi gli occhi, mi resi conto che ero in suo potere, che la parola no, non sarebbe uscita dalla gola, e dissi solo sì.
Rimase, dal mattino ,chiusa nel trasportino in una stanza ripostiglio del negozio, immobile e silenziosa, chissà come doveva essere stanca, pensai, e ogni qualvolta potevo andavo a vederla per farle una carezza, uscendo dalla stanza con il cuore sempre più colmo.
Non sporcò e non mangiò niente per cui, finito il lavoro, corsi con il mio fardello peloso, ad acquistare il necessario per lei, e la portai con me a casa. Di lì a poco avrei dovuto cambiare casa, e temevo di traumatizzarla, ma non potei sopportare che il suo destino non fosse unito al mio.
La gioia di tenerla in braccio quella sera, mi spinse alle lacrime, mentre lei recitava il mantra felino delle fusa, i segno dell'avvenuto accordo fra le nostre anime. Il letto era pieno di pelo, ma caldo di un amore incondizionato, che nessun essere umano mi aveva mai dato prima, scelsi di credere che lei fosse la risposta che poteva esaurire la domanda:
chi mi amerà ora? Chi avrà bisogno di me?
Mercy vuol dire misericordia, e quello divenne il suo nome, perchè mi ricordasse di non esserle ingrato nei giorni avvenire.
La sua coda dritta diede senso alla sveglia del mattino, e al ritorno verso casa, la sera. Come vedete non sempre un altro essere umano, può essere ciò di cui abbiamo davvero bisogno, né oggetti, ma può diventarlo un essere vivente che ci impegniamo a proteggere.
Mi chiesi se forse quell'amare senza riserve non fosse proprio ciò che valesse la pena di provare per qualcun'altro che non fossi io!

Faceva una strana impressione udire il rumore dei miei passi echeggiare per casa, ma non mi faceva sentire triste. In passato, avevo imparato ad abbassare il volume con cui le mie paure, cantavano i loro ritornelli.
Le voci di un dialogo interiore che mi dicevano, non vali niente, o non sarai mai felice, non potevo ancora zittirle, ma ne potevo ridurre i toni, fino ad avvertirle come un brusio, e riuscivo persino a canticchiarci sopra.
Ci sono avvenimenti che terrorizzano alcune persone, ne lasciano indifferenti altre, o sconvolgono irrimediabilmente altri ancora. Possiamo davvero scegliere l'effetto che queste cose ci faranno? Non lo so, ma ricordo bene, che in quanto a sopravvivenza, io avevo un primato.
Riflettevo su questo mentre mi vestivo per andare a lavorare, e ancora su questo continuavo a riflettere, notando le reazioni delle mie amiche e colleghe, una volta raccontato loro l'accaduto.
-quanto mi dispiace!- dicevano, più o meno sinceramente, oppure, - che stronzo in fondo tu non l'avevi tradito, se glielo avessi detto magari- e non finivano la frase. Sì è vero che non l'avevo fatto, ma mi riferivo a me quando gli dissi, che avevo un altro, a quel me che fino a quel giorno era abituato a considerarsi “fortunato”, se qualcuno lo trovava amabile.
Nell'accettare che quella storia finisse, avevo fatto un passo avanti verso una maggiore consapevolezza, quella cioé che la prima persona di cui avrei dovuto innamorarmi fossi proprio io!
Mi regalarono in quei giorni molti libri sull'autostima o sul guarire ma io non ero ammalato, quello che era accaduto, era solo una logica conseguenza di una impreparazione, seppure questo non diminuiva il peso derivante dalla responsabilità di un fallimento.
Mia madre e gran parte del mondo da cui provenivo mi consideravano un “peccatore”, perciò decisi di imprimere a quella parola, che dopo altri epiteti meno virtuosi, molto spesso viene appiccicata a noi omosessuali, un significato costruttivo.
Mi ricordai che peccare significa mancare un bersaglio, ed io il bersaglio dell'unione durevole l'avevo mancato eccome, sia con gli uomini che con l'unica donna che avevo avuto, e dato che i generi disponibili con cui provarci ancora finivano lì, cercai la maniera di migliorare la mira.
Per prima cosa, misi “il mio velo da sposa” in un cassetto del mio cuore e lo chiusi con un lucchetto, poi decisi che il fatto che una persona fosse carina con me, non includesse per forza il sesso, ed in ultimo ogni mattina mi mettevo uno spruzzo di profumo.
-Sai che non sei niente male oggi- mi dicevo a voce alta, mentre mi lavavo i denti, e continuavo con ,-posso offriti un caffè?, Certo, ma non farti strane idee.
Dopo circa un paio di settimane, le voci denigranti del mio dialogo interiore, non trovavano più, lo stesso me ad aspettarle, e non potendo unirsi al coro benevolo, sparirono dalla mia mente.
Nonostante le mie contraddizioni, un'altra cosa in cui avevo successo, erano le relazioni con le persone molto più grandi di me, le quali, erano spesso bendisposte nei miei confronti, a tal punto che dovetti far attenzione a non precisare troppo i miei bisogni, perché venivo inondato di generosità.
Niente male per un peccatore non credete? Scoprii così, che la mancare il bersaglio, e saperlo ammettere, rendeva le persone più disposte ad aiutarti, mentre nel mondo da cui venivo, l'aiuto oltre che condizionato dall'aderenza alle regole, veniva comunque offerto allo scopo di “sentirsi giusti”.
Ricevetti aiuto materiale e morale da madri che non avevano potuto avere un figlio, o da quelle che l'avrebbero voluto come me, da anziane signore con tre giri perle e un passato non sempre irreprensibile, da uomini che forse potevano desiderarmi ma che mi aiutavano proprio dopo che declinavo l'invito, da bambini che mi disegnavano magro, sorridente, e con le forbici in mano!
Si dice che i milanesi hanno il cuore in mano e potei constatarlo di persona.
Uno degli aiuti più importanti che ricevetti fu l'indirizzo di un luogo dove poter seguire un corso di dizione. Lo so che con la crescita personale non sembri averci molto a che fare, né mi ero messo in testa di recitare, ma compresi che la cantilena genovese, non mi rendeva idoneo al futuro che volevo. Il mio desiderio era quello di acquistare la maggior credibilità professionale possibile, e dal momento che la nostra clientela era tutta di altisssimo profilo, ci voleva una vocalità neutra.
Questo percorso mi fece capire che potevo controllare più cose di quante non credessi, e che potevo farlo senza snaturarmi, che nessun destino era impresso nelle mie corde vocali, e mi rese chiaro che il diaframma non era solo un metodo anticoncezionale.
C'è solo un modo per provare a non ripetere gli stessi errori, e cioé, farne di nuovi!
La corsa verso il sentirsi a posto, o peggio ancora verso il considerarsi vittime della malvagità di qualcuno, sono due atti di irresponsabilità, che portano spesso le persone a voler dimenticare chi siano state, o con chi abbiano avuto la banalità di incontrarsi, piacersi ed unirsi infruttuosamente.
Se quelle storie non finissero per mano di uno dei due o degli eventi, quelle stesse persone probabilmente mentirebbero a sé stesse, o accetterebbero menzogne dall'altro, pur di non rimetterci, pur di non vedere sul volto degli altri pena o riprovazione. Ma l'impostura che si crea quando la realtà viene negata in favore di una accettabile "apparenza" non può durare a lungo e si giunge così a rifarsi una vita comunque, odiando tutti coloro che ne abbiano fatto parte, inclusi noi stessi. Alcuni scelgono di "lavare le proprie vesti", tramite conversioni, pentimenti, o sostituzioni dei personaggi ma non della partitura, e per questo passano il tempo, nel timore che gli “aloni”di ciò che erano, ritornino visibili.
Personalmente, pur avendo cambiato città, per favorire il mio cambiamento, e lasciare le ombre passate non dimenticai mai ciò che ero stato, nè custodii gelosamente qualche segreto. Non feci fatica a raccontare chi ero e da dove venivo alle persone che me lo chiedevano, perché la mia "veste" non era bianca per forza, piuttosto era patchwork, ma se non sbaglio, non fu dopo il primo mancato bersaglio della storia dell'uomo, dopo il primo “peccato” che le persone, al di fuori ormai della protezione delle regole, si scoprirono umane, e dovettero cominciare a perdonare e a perdonarsi?

L'insofferenza nei rapporti critici, logora ogni gesto quotidiano o ne rivela soltanto la banalità?
Il senso di unicità delle cose fatte insieme, lo avevamo smarrito insieme?
Ma alla fine che importanza poteva avere?
Seduto su una panchina del Parco delle Basiliche, mi ponevo tutti questi interrogativi, col solo risultato di procurarmi un mal di testa, il vento soffiava leggero, e mi portava il vaggito di un neonato che evidentemente aveva fame.
Pensai, che anche gli amanti hanno piena fiducia che i loro bisogni vengano soddisfatti da una persona che sappia quanto vitale sia quel nutrimento. Bene, come madre ero un disastro, e come amante negavo il nutrimento all'uomo che dicevo di amare. Un colpo di pallone mi scosse dalla mia allucinazione.
dannati ragazzini- esclamai, -ma stare un po' attenti no?-.
Eppure avrei dovuto alzarmi e andare a ringraziarli, quei ragazzi, mi avevano reso chiaro quale fosse il vero problema nel mio rapporto.
In realtà, io amavo chi diceva di amarmi. Ecco quindi che, se anche il modo in cui venivo amato fosse stato malsano, io non potevo più non corrisponderlo. Un interruttore nella mia mente, si attivava dopo aver udito la frase “Ti amo”, imponendomi di non gettare via quell'occasione.
Il mio cuore poppante e affamato non si poneva interrogativi sui “propri” sentimenti, ma assolveva alla necessita primaria di “nutrirsi e ringraziare”.
Ma un simile pensiero illuminante avrei mai potuto concepirlo, ai giardini della Doria( giardinetti genovesi attigui al ricovero per anziani)?
Mi alzai e andai al mitico bar Rattazzo, per bere un caffè e brindare frugalmente alla scoperta del mio ennesimo “refuso educativo”.
Non sentii Claudio, per tutto il fine settimana, ma la domenica fu lui a spezzare la cortina gelida che si era instaurata in casa, dicendomi:
Hai un'altro?-
Sì – risposi, ben sapendo che marco non c'entrava nulla.
Cazzo, lo sapevo – rispose saltando dalla sedia, e cominciò ad infilare una serie di domande
sul come, sul quando, ma niente sul perché.
Le reazioni emotive violente non erano una novità per me, a casa dei miei ne avevo viste a bizzeffe, e sapevo mantenermi calmo, sapevo anche, che l'altro non intende ragioni in quel momento sequestrato com'è dalle proprie paure, ma mi chiedevo dove saremo andati a parare. L'atteggiamento minaccioso di quell'uomo non mi spaventava pur non essendo del tutto prevedibile, avevo fiducia che non mi avrebbe fatto del male, ma per non correre rischi gli dissi che sarei uscito.
Scendendo le scale, l'ineffabile Teresa illumino l'occhiolino della porta, e capii che ero pronto per un trasloco.
Quando tornai c'era silenzio, quel silenzio, le ante dell'armadio erano aperte ed una camicia di seta, giaceva afflosciata sul pavimento, come se avesse cercato disperatamente di non essere abbandonata, ma alla fine si fosse arresa. La tirai su, e l'avvicinai al naso, il suo profumo era accennato ma intenso. Strisi quella camicia come avrei dovuto fare col suo proprietario ormai già lontano in autostrada. Un biglietto in cucina diceva “non aspettarmi non tornerò”.
Erano le undici, ma la casa vuota si riempì dell'aroma di un caffè, quando suonò il campanello.
-Sono teresa!- disse una vocina insolitamente garbata.
_ Venga, ho appena fatto il caffé- risposi aprendo la porta come se fosse normale.
To be continued

E vissero insieme felici e contenti. Così finiscono le favole, perché a nessuno interessa cosa biancaneve pensasse delle uscite del principe, o perchè La Bella avesse bisogno di dormire così tanto.
Immaginare di vivere, con lui, era stato lo sforzo di immaginazione maggiore che avessi mai fatto, figuriamoci se ero in grado anche di immaginare il dopo. Io non avevo nessuna fiducia che sarei stato amato e scelto per un percorso di lunga durata, quindi il massimo punto che sapevo immaginare, era quello dove ero già arrivato!
E dopo?
Mi ero fatto l'idea, che fossimo una coppia, qualcosa di durevole per definizione. Ma “definire” qualcosa non significa forse renderla somigliante a un modello?
Senza neanche accorgermene, io mi trovavo a perseguire i miei interessi, a disporre del tempo per farlo liberamente, e a considerare le proteste del mio uomo, come “limitazioni”. A rendere quella coppia, sempre più simile a quella dei miei genitori, che proseguivano paralleli i propri percorsi, incrociandoli sempre meno.
-Ma se non capisce il tuo impegno allora, non ti ama abbastanza- dicevano le mie amiche, chissà se anche quelle di mia madre, glielo dicevano?
La reazione del mio uomo, alla nuova realtà, mi era meno sopportabile di giorno in giorno. Se tardavo, mi riempiva di chiamate, e una volta a casa mi teneva il muso.
Cosa mi impediva di abbracciarlo e comprendere la sua paura? Semplice, la mia paura me lo impediva, la paura che mi chiedesse di rinunciare a qualcosa per lui, in sostanza, l'egoismo.
Lo stesso forse, che mi aveva spinto a trovarlo, per relizzare il mio desiderio di fuga da Genova.
E' doloroso notare come quei gesti, quelle quotidianità, che abbiamo tanto amato, diventino intollerabili , quando ci dividiamo emotivamente da colui o colei che abbiamo amato.
Voltati ognuno verso il proprio lato della stanza, i pensieri diventavano macigni, gli spostamenti reciproci, nel letto, scossoni, e il solo sfiorarsi, una violazione di campo.
Quanto a lungo può durare un simile stillicidio? Dipende solo dall'onestà dei diretti interessati, ma nel nostro caso, forse il più classico, andò avanti un mese circa.
Non presi mai, l'iniziativa nel mettermi in discussione, occupato com'ero, a schiacciare lui nelle sue evidenti colpe, con la crudeltà di chi è amato troppo. Né lui riusciva a chiedermi aiuto, occupato com'era a dichiarare i suoi diritti, con la disperazione di chi è messo da parte.
Ma negli occhi di Marco, seduto vicino a me in associazione, non c'era paura, ma desiderio, ed io ridevo troppo, senza nemmeno rendermene conto!
Sì la più banale delle verità umane si preparava ad entrare in scena un'altra volta! Come una vedette consumata, si affacciava sul palcoscenico del mio cuore, riempiendomi di lusinghe ammiccanti, e promettendomi felicità impensabili, mi vendeva la sua misera merce a “peso d'oro”.
Lei, la menzogna, spazzò via i resti della mia dignità, quando accettai che Marco mi accompagnasse a casa.
- com'è andata?- mi chiese Claudio appena entrato in casa.
Ironia della sorte o sesto senso?
- come al solito, niente di speciale- fu la mia risposta.
- Questo fine settimana vado giù dai miei, vieni anche tu?- mi chiese Claudio, e nonostante una vocina mi dicesse di seguirlo, di accettare quella mano tesa, le mie labbra si chiusero in una smorfia.
- No, non mi va-
La mattina dopo mi svegliai perché l'altro lato del letto era vuoto, erano le otto e mezzo, e Claudio era già partito, senza svegliarmi come faceva di solito. Nonostante il mio cuore sapesse che era finita, non potevo non provare una certa amarezza, ma la vita mi aveva insegnato a non voltarmi indietro, e così mi preparai per uscire.
La città dei miei sogni mi sorrideva, e capii che quello era il mio vero grande amore!
to be continued.
To be continued.