mercoledì 4 luglio 2012

Bianco


Cara pagina bianca, ormai ci sei rimasta solo tu.

Tu sei per me uno spazio per respirare, in questo mondo che è diventato piccolo e ingombrante al tempo stesso. Tu libera, tu pulita di parole ancora da scrivere, tu pronta ad accogliermi col tuo spazio vuoto, tu che senza ostacolarmi ti lasci tracciare dai segni della mia grafia come io faccio con i tempi che corrono!
Dopo essermi sfiancato con interlocutori umani, troppo pieni di sè, o troppo vuoti di idee da non lasciare spazio al silenzio, vengo a cercarti, non per scaricarmi quanto per sentire il dolce invito al tuo spazio bianco. A volte mi delizio di attendere nel silenzio il momento buono per cominciare, e senza un perché scopro quante cose posso dirti, quante tu come nessuna, ne possa contenere.
Eppure non è solo libertà ciò che provo, come mi accade anche con i miei simili, lo spazio vuoto o l'ascolto mi suscitano delle responsabilità. So bene che ciò che scrivo è inoppugnabilmente mio, so di non poter cioè fuggire dal significato di ciò che dico con filosofici rigiri, né prevedere la reazione che susciterà, ma come sai non mi manca il coraggio di firmarmi.
Ci sono volte che quando il mio spirito si increspa, scrivo feroce le parole che penso, parole di sale che possono bruciare le pelli gentili di coloro che hanno scelto di non parlare mai più di tanto, ne di scrivere nero su bianco la propria indifferenza all'altrui difficoltà.
Cara pagina nessuno di noi può aspirare al bianco candore della tua innocenza, nessuno di noi è capace di neutralità senza destare il sospetto, e per questo mi sento ospite nella tua casa di carta. Un ospite che può attingere a quante più stanze sia in grado di immaginare, a patto che ne riempia le superfici di senso.
Ci sono persone che devono parlare, che devono cantare, che devono usare le mani per plasmare materie, e ci sono io, che alla ricerca del mio unico modo di condividere davvero la mia stessa nudità, amo passare i pensieri dalle dita, saltando quella bocca, che non ho più voglia di aprire.
Con te ho scoperto la gioia di usarla meno, perché essa non ce la fa a pronunciare solo ciò che serve, con te la saggezza di rinunciare ad un eloquio che troppo spesso di questi tempi ha il sapore del conflitto.
Bocche come armi e dita povere di azioni, questo siamo diventati?
Picchiatori verbali incapaci di scrivere una frase buona, comunicatori di paure che ci riempiono la bocca di menzogne.
Ormai prigionieri della nostra immagine, del falsato senso di energia positiva, non condividiamo davvero nient'altro che angoscia e fragilità e un impegno a magnificare noi stessi. Social network e mail hanno ridotto le cassette delle lettere a nient'altro che contenitori da svuotare.
Ma c'era un tempo in cui l'amata scorgeva il candore di una busta dalla finestra della sua stanza, e correva eccitata ad aprirla per leggere le parole d'amore di chi era lontano, o una madre sentiva nell'odore della carta il profumo del bambino ormai lontano che aveva partorito.
Ognuno si sedeva chiudendo la bocca e aprendo il cuore alle parole vergate su quel foglio, cosciente di ogni singola emozione che solo le parole scritte suscitano. Potevano essere buone nuove o moniti amari, ma nessuna semplificazione ne abbreviazione, potevano evitare il silenzio rispettoso con cui entrambe venivano apprese, nè si poteva pensare di non dare risposta alcuna.
In fondo, il futuro, non sembra forse uno spazio ancora da riempire, e la nostra vita una storia ancora da scrivere?
Per questo mia cara pagina avvenire, ti ringrazio per la gioia che mi dai, per la serenità che provo sapendo che quel vuoto non sia già pieno delle miserie della mia specie, o di foschi presagi, ma che possa invece essere da me accettato come un'opportunità per tracciare il mio segno anche nell'oscurità. Un segno che placa la paura, che conforta i cuori di chi lo riconosce, e che può essere a sua volta scritto per chi verrà dopo di noi.
Questo sento di voler fare quando ti sporco con i miei pensieri!




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