giovedì 15 dicembre 2011

Qui e ora..c'è bisogno di cuore!


  • Avvicinandosi la fine dell'anno, mi chiedo a quale bugia, ho creduto più facilmente, se alla bugia politica di un mondo in costante crescita,  o alla ricchezza da grattare e vincere, alla moda democratica, o alla democrazia di moda? Avevo sospettato che la democrazia fosse un ideale un tantino gonfiato rispetto alla reale possibilità di praticarla, perché mentre compravo la borsa firmata all'outlet, in altre zone del mondo persone senza acqua potabile venivano arruolate per cucirla a costo zero, se le signore occidentali si dedicavano al compostaggio, altre si decomponevano senza tanti complimenti e clamori, o anche perché quando noi ci ripulivamo l'immagine su piattaforme virtuali, altre lanciavano disperati appelli per salvarsi su una rete che oscurata dai poteri forti, li consegnava ad una condanna a morte reale. Eppure nonostante le contraddizioni si siano fatte sempre più marcate, la speranza che il mio mondo non sarebbe cambiato tanto drasticamente mi aveva lusingato, portandomi a credere e a scegliere in base al mio criterio abituale, cioè che in fondo non mi sarebbe mai mancato il necessario. Che cosa fosse davvero "necessario", era in effetti il metro sbagliato di misura, se per tale includiamo il numero di amici sui social network, il terzo irrinunciabile filo di cashmere, o la suddetta borsa firmata. Queste cose di per se non sarebbero state altro che accessori di una vita normale qui da noi, se però non fossero diventati una vera e propria filosofia di vita, un valore affermativo di successo, e alla fine un valore assoluto. Per fortuna ci hanno pensato i tecnocrati a ridimensionarci, e per questo la loro ascesa ha un che di buono per alcuni, perché sembrerebbe riportarci ad una maggiore consapevolezza delle nostre reali condizioni e bisogni, ma siccome i tecnici sono gli stessi che a suo tempo congegnarono tutti gli strumenti finanziari necessari a farci credere nell'impossibile che a rate diventa possibile, ho qualche dubbio sulla loro sincerità, ma anche sulla nostra. Si dice che una bugia raccontata per lungo tempo diventi realtà, e se la stessa bugia viene condivisa largamente diventa storia, quale allora la bugia che abbiamo condiviso? Chi ce l'ha raccontata per primo? - I credenti direbbero che è la bugia del peccato originale: Ma è davvero così che Dio vi ha detto? che non dovete mangiare dell'albero del bene e del male? - I seguaci della moda direbbero che è la bugia del pret a porter, che voleva la moda per tutti. - I social networkisti direbbero che è la bugia della Privacy - I pensionati quella dei contributi - Gli imprenditori quella del diritto al sindacato - I lavoratori quella della flessibilità - Le mogli quella dell'uomo dei tuoi sogni - I mariti quella della donna dei paesi tuoi - I figli quella della famiglia felice. Ma ce n'è una che secondo me le raggruppa tutte. La bugia più grande che ci siamo raccontati da generazioni in questi duemila e undici anni di storia, è quella dell'eguaglianza e del diritto di essere liberi. Nessuno ha mai voluto essere davvero uguale a qualcun'altro,nessuno ha mai accettato la responsabilità insita nel poter scegliere liberamente, nessuno ha mai ammesso di aver fatto la scelta peggiore, nessuno ha mai pagato di tasca sua, la libertà che si è preso nel dire o fare ciò che vuole.Veniamo chiamati a fare fronte unico ad una crisi mondiale che ha già i suoi vinti, e vincitori che guadagnano sul ribasso, ma la verità è che non eravamo pronti ad "affratellarci" perché non eravamo coscienti di un nemico visibile contro il quale unirci. Quel nemico, non ha una patria, ma alberga da sempre nel nostro cuore, si chiama egoismo, e col fallimento dei precetti usati fin qui per contrastarlo, con l'avvento dell'ingordigia consumistica, e persino con la crisi economica, si è nutrito crescendo a dismisura. La libertà apparentemente garantita, ma non gestita per un bene comune, ha aggiunto all'egoismo l'invidia, cioè la convinzione che ciò che non possiamo più raggiungere, ci sia stato sottratto da qualcuno, ed ecco che l'occhio del Grande Fratello è timido in confronto alla spudorata violenza dell'occhio avido e senza freni dei singoli. Quindi si mente, si millantano valori come l'amicizia al solo scopo di capire chi convenga adulare, chi denigrare, a quale cerchia appartenere, per vedere confermato lo stato di vincitore. Basterà solo che comincino a scarseggiare le risorse fondamentali, e un orda di predatori liberi armati di diritto sarà pronta a irrompere nella nostra vita per servirsi di ciò che crederanno gli spetti? Ormai sempre più connessi, e sempre meno "in relazione" con gli altri, ciò per cui veniamo accreditati riguarda solo ciò che abbiamo e non più ciò che siamo, una banalità, certo, ma fu banalmente che l'umanità compì i suoi mali peggiori, con la banalità del male, con la detrazione degli invidiosi, e il braccio armato degli irrisolti. Più dolorosa di una fine di un mondo, è la sua sclerotizzazione, l'indurimento degli schemi di cupidigia e bramosia che ne determinano la mancanza di qualità fino all'inevitabile conclusione che nessuno è vincitore, nessuno è condottiero, se non c'è prima una profonda consapevolezza di quanto sia stato stupido reclamare diritti senza praticare doveri, di quanto sia stato inutile affermare una propria unicità a scapito di quella degli altri, di quanto in fondo, non siamo stati capaci di affrontare momenti difficili, con la serena coscienza che il nostro unico dovere, ciò per cui ha senso stare al mondo, non fosse altro che custodire il nostro cuore dall'egoismo. Mi auguro per l'inizio del nuovo anno, di veder sorgere un "anticopione" che riesca a far virare la rotta fatale del mio genere, che riporti al mio genere l'umanità perduta, che nasca dal passato o arrivi col futuro, non mi importa, comunque spero di saperne riconoscere l'avvento, di sentirlo sussurrare come il canto delle mondine,dall'umanità a cui vorrei appartenere, quella che tornerà ad amare il suo prossimo rinunciando una volta per tutte alla pretesa di vivere eternamente da qualche altra parte, ma incline ad accettare di buon grado la sua transitorietà, proprio qui e ora.

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