lunedì 30 agosto 2010

Io e le donne - Ge-Mi storia banale di un gay speciale cap 5


Alle medie l'ora di ginnastica mi deprimeva un po'! I vestiti non erano il mio forte, ma toglierseli era anche peggio. A quell'età non mi andava di lavarmi, non capivo proprio perchè farlo tutti i giorni.

Di mettere a lavare gli indumenti poi non se ne parlava proprio. “ dove sono i miei jeans?”- chiedevo a mia madre con disappunto, “sono in lavatrice!” rispondeva lei. Ma dico scherziamo? Lo sanno tutti che i jeans sporchi hanno una vestibilità perfetta!

Lo spogliatoio della palestra, mi sembrava una camera a gas(evidentemente non ero l'unico adolescente contrario al sapone) e quando scendevamo le scale per raggiungerlo ero allegro come chi percorre il “miglio verde”.

Ma Roccuzzo Giovanni, lui si che era un ganzo, intanto era l'unico ad avere le mutande gonfie, inoltre, le sue origini siciliane gli donavano peli degni di una scimmia. Sarà che le gambette di tutti gli altri comprese le mie, erano bianchicce e del tutto simili a quelle delle ragazze( che le tette non ce l'avevano ancora, quindi le riconoscevi dalle scarpe pulite). Gli lanciavo occhiate furtive, ed ero turbato dal suo aspetto, chissà se se ne accorgeva, ma era l'unica nota positiva dell'ora di ginnastica. Io non ero Mimì Haiuara e la consueta partita di pallavolo che chiudeva la lezione, mi donava fantastici lividi e nessuna gloria. Fino a quel punto il mio passaggio nel mondo delle femmine era stata una simpatia per una bambina alle elementari, ma la storia finì a causa dei suoi pidocchi, che io trovavo simpatici, ma la mia famiglia era contraria ad avere “animali in casa”.

Alle medie, Laura Menozzi ed io girammo per il Museo di Scienze Naturali per mano, tutti dissero che eravamo fidanzati ma la verità è che a me gli Scheletri mi facevano cagare addosso di paura! La mano gliela strinsi talmente forte che non fu felice, ma il peggio fu che la spinsi con una manata sul petto all'uscita perché voleva baciarmi! Perchè nessuno mi aveva detto che l'avevano operata al cuore??? I suoi genitori chiamarono i miei e io credetti che averle stretto la mano le avesse fatto male al cuore, e smisi di dare la mano a chiunque!

Alle superiori, ero nel banco con la Simona Seghizzi, il cui cognome suscitava continua ilarità sulle scale del Luigi Firpo, Istituto Tecnico per il Turismo, ricavato in un vecchio convento in centro.

Non avevamo tempo per l'amore poiché entrambi innamorati/e di Boy George, ma trovammo il modo di depilarci le sopracciglia dopo una sbornia prescolastica ed entrare a scuola truccati come lui! Mia madre avrebbe dovuto ricordare che le donne avevano una brutta influenza su di me, e dispiacersi un po' meno del mio disinteresse per loro.

Non finii le superiori perché volevo andare a lavorare, così feci un corso regionale per caproni, che avrebbe dovuto collocarci nelle agenzie marittime(che fantasia in una città di mare). Lì conobbi Cinzia e l'Armanda le mie migliori amiche per i due anni successivi. Armanda era fidanzata e dark così alle dieci del mattino scendeva dalla via Assarotti, dalla quale cadevi anche con le pianelle, da tanto era ripida, con tacchi a spillo di vernice, calze a rete nere, e gonna a sirena! Avrà pesato dodici chili bagnata nella fontana di De ferrari, ma a quel tempo non sapevo cosa fossero i disturbi alimentari, e per me, era una secca e basta. Cinzia invece, era bionda e oca, sempre fasciata nei jeans aderenti, e con le scarpe basse, mandava in delirio tutta la classe, e anche i tranvieri, ma io ero strafelice di fumare le sue sigarette. Un giorno, non venne a scuola ed io e l'Armanda eravamo preoccupati a tal punto che durante la pausa le telefonammo a casa, e lei, ci disse che era malata. Io ne rimasi così colpito che le chiesi se avesse bisogno, al che mi chiese di passare da lei dopo la scuola.

Io lo feci, perdendomi nei vicoli, (abitava nel centro storico da sola) ma quando giunsi lì, la trovai a letto che fumava con solo un lenzuolo addosso, ed io non potei resistere.......le presi una coperta gliela lanciai addosso dopo averla rimproverata, e me andai dicendole “ Tu sei matta, così ti prenderai un accidente”.

Che volete che vi dica, io lo sapevo che gli uomini e le donne si accoppiavano, lo avevo capito da un giornale porno trovato nella pineta vicino casa, ma non capivo perchè ci provassero gusto! Le facce delle persone in quei giornali non erano sorridenti, anzi, i loro lineamenti stravolti non erano affatto rassicuranti, e gli uomini nascondevano nelle donne tutto ciò che avrei voluto davvero vedere!!!!!!!

Con simili precedenti, la mia carriera di amatore di donne non poteva decollare, ma con gli uomini non ero certo più disinvolto.

Mi annoiavo così profondamente in casa con i miei, che ogni tanto fingevo di sentirmi male.

Nella speranza di trovare un motivo scientifico per il mio andamento, mia madre mi aveva portato nell'ordine:

  1. Dall'oculista, che mi diagnosticò una miopia solo perché non leggevo le lettere. Nel senso che non avevo nessuna voglia di farlo.(occhiali)

  2. Dall'ortopedico, per una dismetria dell'anca che rendeva la mia camminata FA-VO-LO-SA! Se fossi stata una top model.(plantare di rialzo)

  3. Dal neurologo, perché nel tentativo di farle capire la mia condizione avevo usato delle metafore(ECG).

Con quelle protesi addosso(ben lungi da quelle che avrei adorato), la mia frustrazione era più irritante dell'acne, perciò la mia vendetta era svegliare tutti nel cuore accusando disturbi. Da buon cancro, lo stomaco era il mio punto debole, e facevo spesso congestioni reali, ma talvolta la facevo lunga apposta fingendo di svenire. Loro chiamavano l'ambulanza, io mi facevo un giro e per i due giorni seguenti, nessuno mi rompeva le balle! Una di quelle volte un bellissimo barelliere venne a salutarmi in sala visite prima di andarsene, e diverso tempo dopo lo incontrai sui mezzi. Pensai fosse un caso, ma forse non lo era, poiché mi chiese di svegliarlo il giorno dopo all'Hotel Stella di S. Agata. Io lavoravo in un negozio di casalinghi(le agenzie marittime chiusero i battenti quando terminai il corso col massimo dei voti) e non lo trovai strano. Del resto quale barelliere non vive in un albergo ad una stella vicino alla Stazione?

Come con cinzia, salii in camera dove anche lui fingeva di dormire, e ….....aprii le finestre come la cameriera ai piani, e gli tolsi le coperte di dosso come faceva mia madre per svegliarmi, solo che lui mi baciò alla francese, ed io scioccato mi misi a piangere perché non avevo idea che la lingua servisse a qualcosa. Avevo già diciott'anni al mio primo bacio vero. To be continued



domenica 29 agosto 2010

" la macaia" Ge- Mi storia banale di un gay speciale4


Nei giorni seguenti, pensai a Claudio e al nostro incontro, ma soprattutto, al suo modo libero di porsi. Fino a quel momento avevo conosciuto altri ragazzi gay, ma non vi dico la fatica! Quando a Genova il cielo è coperto, e sembra che debba piovere, ma non accade, si dice che c'è “macaia”.

Una macaia perenne aleggiava nei rapporti sociali tra i genovesi, i quali, sono ben più che riservati.

Si sprecano una serie di convenevoli dialettali, le persone seppure in confidenza non si chiamano per nome, “scià maria” e “sciù vincenzo”, sono la signora Maria, e il signor Vincenzo, e compresi di suffissi saranno sempre menzionati.

Scarsamente ospitali, i genovesi non amano esporsi ai “ceti”(pettegolezzi), ma amano farli su altri che non conoscono, quindi ognuno a casa sua! Ma a nessuno sfugge ciò che accade fuori dalla finestra. Sospettosi e diffidenti i genovesi hanno sempre un aria molto perbene, che non include il parlar sboccato, di sesso, di soldi, e di sé. Un vestire dimesso e poco appariscente e un costante imbarazzo, che rasenta il fastidio.

In un simile ovattamento di tutti gli estremi, essere gay, vestirsi gaiamente, ma anche essere semplicemente spontanei risulta impossibile ancorché sconveniente, quindi i miei “colleghi” sembravano giustificati ad incontrarsi e riconoscersi solo nei cessi pubblici o tra gli enormi blocchi frangiflutti del litorale marino, o nella penombra della “Cage”.

Ma mai capirò perché, una volta ben certi di essere in luoghi convenuti e tra simili, non smettessimo mai di vergognarci! Nell'intervallo di pranzo andavo a piedi a prendere il sole in Corso Italia(la passeggiata fascista di cui beneficiano ancora gli innumerevoli comunisti genovesi)e lì sotto il depuratore nel più scomodo dei posti c'era il “ritrovo delle pie donne”, come lo chiamavo io! Appena preceduta dalla spiaggia appannaggio delle famigliole, la barriera frangiflutti, consentiva di stendere il proprio telo come sugli scogli, ma via via che la percorrevi, le famigliole si diradavano insieme al genere femminile, lasciando il posto(ormai esiguo) a più gradevoli paesaggi e in alcuni casi, "generosi promontori". Generalmente, continuavo a camminare come se fossi lì per caso,almeno fino a quando non intravedevo un costume da bagno di mio gradimento, visto il quale, per i motivi di cui sopra invece di avvicinarmi e fare amicizia, mi allontanavo di un bel po', e stendevo il mio telo.

Raramente ne vedevi due insieme, tranne i gay anziani, che forse si aiutavano a vicenda per non spaccarsi le gambe, si perché tra un blocco e l'altro c'erano fessure dentro le quali, potevi comodamente sparire.(appartandoti con qualcuno o cadendoci fatalmente). Rido ancora al ricordo di certi salti che si facevano da un blocco all'altro. Così novelle camosce di Trento, tutte noi saltellavamo seriose come se fosse normale. Ma parlarsi sembrava più difficile che saltare in lungo. Una volta completato lo scacchiere della seduzione, gli sguardi si facevano intensi, ma si continuava a fingere che non ci fosse intenzione, talvolta se nessuno dei due faceva il primo passo, poteva diventare estenuante come il pranzo domenicale dai parenti! Non ricordo di aver mai avuto niente più che un nome in quel posto. E talvolta anche dopo aver stabilito un contatto, avevo l'impressione che l'altro si tirasse indietro” non gli piaccio” pensavo, ma forse semplicemente la luce del sole era troppo forte per essere guardata ad occhi nudi!

Per questo motivo Claudio mi restò impresso. Lui, era come avrei voluto essere io, viveva apertamente la sua condizione, e questo lo rendeva sincero, pronto a correre il rischio di vivere davvero.....Nel silenzio della mia cucina, al tramonto, spensi la luce e il gas sotto il caffé, mentre decidevo di chiamarlo il giorno dopo.

I telefoni cellulari in quegli anni erano grossi come mattoni, e costosissimi, per tale motivo erano pochi ad averli, ed io quasi non sapevo di cosa si trattasse. Ma c'erano le cabine telefoniche e ricordo che erano sempre occupate. Il mio portafoglio, era sopra il telefono mentre una voce bassa e garbata rispondeva “Nero e cobalto buongiorno!”... e lì lo dimenticai per non ritrovarlo più!

La parte a ponente di Genova non mi era mai piaciuta, era decisamente grigia forse a causa della vicinanza dell'Ansaldo o forse per mancanza di fantasia, inoltre la cadenza dialettale cambiava spostando il suono delle parole, ma mentre raggiungevamo la casa dei genitori di Claudio, mi facevo un altra idea. Non avevo ancora deciso nulla circa quella frequentazione, ma l'allegria di quel ragazzo e il suo aspetto trasgressivo mi piacevano molto. Portava molti orecchini e anelli alle dita, anche se le sue non erano molto lunghe, e i capelli lunghi e ricci non erano proporzionati alla sua scarsa statura, ciononostante, per qualche incantesimo, non era volgare, forse per questo accettai di andare a casa sua. Quel ragazzo, col suo coraggio sfidava l'ipocrisia genovese, che ci voleva tutti nascosti, camuffati, o al massimo definiti come anormali. Ogni giorno si alzava e con orgoglio e semplicità alzava la serranda del suo negozio e offriva alle reticenti signore genovesi, nint'altro che un luogo dove potersi togliere la maschera e ...indossare la parrucca!

Mi confessò che fu molto dura ingranare all'inizio, la prima cliente ad entrare era stata “ Scià Grillo” Rosa, di nome.

La dentiera della signora Grillo, non ne voleva sapere di stare attaccata, così quando parlava le labbra, i suoni e i denti non erano in sincronia, forse anche lei era “diversa” e trovò il suo posto. Claudio parlava il dialetto perfettamente e questo lo aiutò moltissimo a conquistarsi il rispetto della gente del quartiere( la stessa però che chiamava i carabinieri, quando la notte di carnevale, vedeva entrare sette uomini e uscire sette Regine della notte sfolgoranti con tanto di costumi, trucchi e parrucche), a tal punto che ben presto lui e la signora Grillo, si parlavano come vecchie amiche.

Lei gli disse all'ennesimo “scià Grillo buongiorno” - “Nu me ciammi scià grillo claudio, Rosa, sulu( non mi chiami signora Grillo, claudio, solo Rosa) e lui le rispose “Ben alua buogiorno scià Grillo Rosa sulu!”( “va bene, Signora Grillo rosa solo!”)

Il profumo della “cima” mi inebriava ancora quando la signora Maria Pedemonte, aprì la porta avendo sentito la macchina di suo figlio Claudio nel vialetto di casa, e dal suo sguardo capii che la mia visita non era stata annunciata! To be continued


Clark vs Pesche Ge-Mi storia banale di un gay speciale



Una cosa per la quale i gay sono noti, è la loro vicinanza al sentire femminile, di cui lo shopping è una parte fondamentale. Esso, allenta lo stress, produce endorfine glitterate, e da senso al lavoro.

Se poi, la vita sessuale è insoddisfacente, allora, diventa assolutamente necessario.

Nella Genova dei miei ricordi, lo shopping, era soltanto la necessaria sostituzione di cose consumate. Ah, per inteso, quando dico consumate intendo inutilizzabili per limiti di usura del prodotto. Durante la crescita, i miei acerbi ormoni gay scorrevano per il mio sistema nervoso, in incognito tentando di mescolarsi agli altri, ma pronti ad attivarsi al giusto stimolo. (detta fase sommergibile). La volontà di tali ormoni, però lo stimolo non stavano ad aspettarlo, piuttosto , invasate come le donne ai saldi, se lo andavano a cercare. E' opinione diffusa che la madre sia il primo bacino di osservazione7ricerca di un bambino gay in via di sviluppo.

Non starò ad annoiarvi circa le modalità della mia nascita, ma vi basti sapere, che oltre a nascere a Genova, a farlo da gay, ed in una famiglia con scarsi mezzi economici, io, vinsi il jackpot della sfiga. Mia madre era quanto di più estraneo riusciate ad immaginare dal genere “femmina”.Mia madre non era brutta, ma non pensava di dover/poter essere qualcosa di diverso dal mucchio di geni che l'avevano formata.

Mia madre, non andava nei negozi, e se lo faceva comprava in luoghi orrendi, le scarpe per esempio, le compravamo da un tale che faceva mercati, e quindi il negozio era il suo garage! Il signor Sesenna, era un rubicondo mercante di aspetto ripugnante e modi melliflui. L'assortimento della sua merce andava dalle finte Clark(modello desert boot, suola di para perenne, e floscia tomaia in camoscio)al vero incubo! Pensate come potevo sentirmi a 11 anni, nel recarmi a provare la nuova scarpa, del tutto simile a quella appena consumata(finalmente) tra odore di nafta e muffa, usando come sedia di prova il sedile posteriore della sua auto! Aggiungete tutta la vergogna possibile nel doverlo aspettare davanti alla serranda chiusa del suddetto garage....e un pizzico di convinzione che primo o poi qualcuno ci avrebbe arrestato per ricettazione!

Mia madre, comprava a credito abbigliamento dalla Luisa, una ex battona che si era riciclata tra le case popolari, come merciaia a domicilio. Il giorno che la Luisa veniva a casa, corrispondeva al giorno di paga di mio padre, ma mica tutti i mesi. L'avida vecchiarda aveva i denti gialli dal fumo, e il rossetto rosso. Mi divertivo a vederla caracollare dalla sua fiat 500 con tre o quattro sacchettoni di roba..e salire le scale urlando “Mariaaaaaa arrivoooooo”. Ci mettevamo in cucina e lei si sedeva a gambe aperte sulla sedia” sciurbendo”(sorseggiando in dialetto)il caffè della mamma. La sua merce era più varia di quella del Sesenna, ma senza un senso.

“Vuoi i gin?” (vuoi acquistare dei jeans?), “vuoi gli slip? Ti do la Cagi, è buona sai?”, insisteva tirando su gli occhiali unti con la mano sporca, e sollevando il labbro superiore con una smorfia.

Finiti gli acquisti tirava fuori il suo quaderno dei crediti alla voce Maria luisa e o segnava, o se la mamma pagava cancellava il debito vecchio. Da ragazzino non lo capivo, ma ora so che dato il volume dei suoi quaderni, quella donna guadagnava un sacco di soldi esentasse!

Mia madre, si faceva fare orrende camicette dalla sua amica Graziella, una signora con enormi tette che confezionava rettangoli informi con scampoli del mercato, ma alla Maria Luisa i rettangoli della Graziella, la facevano sembrare senza tette! Mio padre non l'ho mai visto comprare nulla!

Totale ,io vestivo con orrendi maglioni ruvidi e spenti, e scarpe da centro sociale, d'inverno e da profugo d'estate ...(di cui non ricordo un solo capo).

Il caso dei miei era limite, ma nemmeno le mie cugine, erano meglio! In verità tutta la parte materna era un disastro. Ce l'avevo dei parenti fichi, dalla parte di mio padre ma non avevano una buona fama(agli occhi di mia madre) e li vedevamo poco. Ma la figlia della zia Cicci,(sorella del papà) la Diddi, (notare che la madre si chiamava Francesca, e la figlia angela maria)e le sue figlie un po' zoccole, loro sì che si vestivano alla grande, avevano pellicce, gioielli e scarpe col tacco, e possedevano una panetteria pasticceria in Sampiardarena.

Quando ci andavo con i miei, mia madre aveva sempre premura e non capivo perché! La Diddi portava cortissimi capelli platino, quattro dita di fondotinta color terra bruciata, e anelli d'oro in tutte le dita. Mi dava sempre una pesca dolce (due krapfen pieni di crema uniti alla base come formando un culo, con in cima alla riga un ciuffo di panna e ciliegia candita) e questo forse fu leggermente induttivo, e io ero pazzo di gioia! Credo che la Diddi volesse un gran bene a suo zio(mio padre), e a quella tronca della maria Luisa, pur sapendo che la giudicava male, e prima di andare ci riempiva un sacco col bendidio!

L'opportunismo a Genova è come il parmigiano, ci sta sempre bene, infattti, ricordo le finte proteste di mia madre, alla generosità della Diddi, ma il sacchetto se lo prendeva eccome! Io salutavo la cugina Diddi, che mi stringeva tra le tette, il buon Ettore(il pasticcere) e sognavo di vivere con loro.

Eliminata quindi, la fonte principale dell'ispirazione fashion di un bambino gay, dovetti aspettare fino ai 18 anni (età in cui cominciai a lavorare) per poter pensare di entrare in un negozio e potermi comprare ciò che mi piaceva davvero!

A quell'età o eri paninaro, o dark, o metallaro.....se paninaro andavi da Bollo in via del campo, e compravi i Jeans della El-Charro, il piumino Monclér, e le Timberland gialle.

Se eri dark, andavi in via S.luca da Inferno e Suicidio e compravi le scarpe a punta con le fibbie e i pantaloni neri attillati col capotto di pelle fino ai piedi.

Se eri metallaro rubavi e ti facevi le pere a Brignole.

Io ero troia! Cercavo di mettermi le cose che attirassero l'attenzione dei maschi, non sapendo ancora per farci cosa, ma diciamo che d'estate avevo capito che più si vedeva meglio era, e d'inverno prendevo la polmonite.......To be continued

sabato 28 agosto 2010

ge mi storia banale di un gay speciale 2


Iniziare a vivere a 24 anni, significa perdere un bel po' di tempo, ma nel mio caso se fosse vero, che si vive davvero, solo quando si è in grado di fare la prima scelta libera, allora potrei dire che ho cominciato a vivere quando ero pronto, esattamente come chiunque altro... Il lavoro in negozio andava bene, e a Genova questo significava essere assunti a libri e poter pagare un affitto.

Già, perché se da una parte la Superba si dava le arie, dall'altra amava compiangersi. Genova deve il suo nome a Giano bifronte, infatti la città guarda il mare e si arrocca sui monti. Questa dualità era possibile vederla ogni giorno. Fisicamente il ridicolo fiume Bisagno( che corre per tutta la città dai monti sopra Prato fino alla Foce) segnava lo spartiacque tra ricchi e poveri, o fra poveri e mezzi montanari ancor più miseri. Ma il denaro quello era un altro discorso...ce l'avevano e molto, grezze signore sudicie di periferia....come impalcate signore altrettanto sudicie ma con i vestiti puliti nelle vie centrali!

Il denaro e il suo economato è per i genovesi, una scienza istintiva, lo chiamano “palanche” o “dinè”. Chi lo aveva fingeva di non averne, chi non poteva fingere miseria, consumava le belle cose comprate fino all'ultimo....prima di ricomprare le stesse identiche cose! Si calcola che una donna genovese compri nell'arco di una vita media la prima borsa di Vuitton verso i trentacinque la porti fino ai 50 la aggiusti verso i 55. e verso i 65anni cambi modello, avendo cura di regalare quella precedente a qualche nipote come se fosse nuova, e lasci in eredità l'altra.

L'orientamento politico condiziona solo la gioventù che veste hippy fino al matrimonio, e i capelli, le donne di sinistra fanno l'henné, quelle di destra la tinta,(che scelgono dello stesso colore del fondotinta per mascherare crescite indecenti).

La mia migliore cliente era una signora della genovabene, anziana, ricca, e bionda. Mi era affezionata e pur non vedendoci quasi nulla veniva due volte a settimana. La signora Casiccia, era orba ma non scema e neppure tirchia. Il gioco era sempre lo stesso, lei entrava ,sbatteva nell'appendiabiti salutandolo cordialmente, io le lavavo i capelli o le facevo il colore e alla fine le domandavo “Si piace?” -“sono bellissimi” rispondeva lei, ma non credo abbia mai saputo cosa avesse in testa, il giorno che le facevo i capelli dopo una notte in discoteca! Voleva solo che la sua giornata dal parrucchiere fosse come quella di una donna qualsiasi, ed io l'accontentavo!

Lo sapevo mi sono distratto un altra volta, volevate sapere della Cage e di come la mia prima volta lì, cambiò il mio destino.

Fino a quel giorno, diciamo che non ero convinto di essere l'unico in città ad essere “buliccio” (così si chiamano i gay in dialetto), ma non immaginavo l'effetto che avrebbe avuto vederne altri fare liberamente ciò che di solito si faceva di nascosto. Quel bar era in uno scantinato, la porta d'ingresso era nera ed in fondo ad un piccolo corridoio dopo le scale. Suonavi un campanello e ci mancava solo la parola d'ordine!

Per la banalità anche gli arredi erano scuri, la luce soffusa e l'ambiente piccolo. Questo rendeva lo “struscio” obbligatorio favorendo le relazioni sociali, dietro il bancone stavano un uomo piuttosto grande, e il suo giovane compagno brasiliano “Manuel”. Quel monumento al peccato mortale era l'esca per rendere le consumazioni...a dir poco copiose. In fondo al locale c'era il bagno, e una stanzetta con dei divanetti, dove la televisione proiettava filmini porno.(mi ci volle un tempo eccessivamente lungo per rendermene conto, ed un nanosecondo per voltarmi di scatto) Disinvolto come un lampadario, mi feci largo in qualche modo tra la folla, che da subito compresi essere di frequentatori abituali. La prima cosa che notai tra le voci, era che tutti avevano un loro nome. Direte che stupidaggine! Ma il nome alla Cage, non aveva a che fare con l'anagrafe, tutti lì sembravano voler lasciare il proprio genere maschile all'ingresso, con i documenti . Tutti si salutavano con “ Ciao cara” e io ero viola in faccia ma tanto la penombra aiutava. Ordinai a manuel qualcosa da bere, appollaiato sullo sgabello, in reltà mi ci ero avvitato sopra, e lui scaltra volpe dagli occhi cerulei, mi fece gli onori di casa.

“Amore di là ci sono i cazzi in televisione, ma il più bello è nel bagno...non te lo perdere! Sei nuovo? Non ti ho mai visto qui!”- “infatti” risposi, dato che dire che ero nuovo mi sembrava sciocco, e ringraziai cercando di sfuggirne lo sguardo. Di per sé quel posto faceva cagare, ma anch'io restai rapito di gioia nel sapere di avere un luogo dove poter limonare senza dovermi imboscare. Al lato del mio sgabello, una chioma corvina e riccioluta si dimenava, mi chiesi se per caso non fosse una donna, ma per fortuna mi sbagliavo! Si girò verso di me e mi sorrise, io mi voltai, nella certezza che sorridesse a qualcun'altro, ma quando mi rigirai, lui continuò a sorridermi, quindi se non era una paresi, doveva essere proprio ciò che sembrrava, un saluto rivolto a me.

“Claudio piacere, ma tu puoi chiamarmi la 51!” “piacere mio, dissi, tu chiamami Peroni”.

Ridemmo di gusto e l'incontro andò ben oltre le mie aspettative, poiché sebbene diverse mani mi avessero toccato il culo, lui non lo fece, lui mi parlava, mi offrì da bere e mi presentò i suoi amici più cari! Non dimenticherò mai i loro nomi alla Cage:

Roberto La Betty, un sorriso tanto bianco e perfetto, l'avevo visto solo nei film, la sua somiglianza con Mina era per lui motivo d'orgoglio, di giorno lavorava in un ufficio e Lorenzo la Cielo Alto, così chiamato poiché il riporto a cui non rinuciava mai richiedeva abbondanti dosi di lacca, di giorno netturbino.

Claudio mi spiegò che lui si chiamava la 51, perchè le parrucche lunghe delle Drag Queen erano tutte lunghe 51 cm, ed inoltre era l'unico a portare i capelli tanto lunghi ...di giorno, Claudio faceva il parrucchiere.....originale vero? Da quel giorno fui battezzato/a “ La Carminati”. Avevo anch'io il mio nome alla Cage!!!!

Andai via col suo numero di telefono del suo negozio(mica c'erano i cellulari) “Nero e cobalto, e con una strana sensazione di felicità allo stomaco.

TO BE CONTINUED


venerdì 27 agosto 2010

"Ge-Mi" storia banale di un gay speciale (parte 1



sì, QUELLO CON LA MAGLIETTINA GIALLA SONO IO, IL RESTO PARTE DELLA MIA FAMIGLIA, SGANGHERATA.

Quand'ero piccola per non fare dispiacere alla mia futura icona gay, Mina, dormivo sempre al lume di una lampada per la paura della solitudine, e sognavo...di qualcosa di straordinario, che sarei riuscito a compiere, e per il quale, mi avrebbero finalmente notato!Farmi notare divenne la mia principale occupazione, durante l'adolescenza, ed insieme la fonte di innumerevoli problemi all'interno del "contenitore" familiare. In questo, ero del tutto simile ad altri adolescenti, solo che al posto della prima sbornia, mi depilai le sopracciglia!Non c'è nulla di interessante nelle mie storie, ma provo a raccontarvene qualcuna, perchè questo lo so fare.Gli anni dello Tsunami ormonale li vissi a Genova, che ai miei occhi appariva fin troppo piccola e angusta. Nei suoi caruggi, nei pertugi della facciata perbene, tra le sue signore col fondotinta arancione e il pantalone a sigaretta, in mezzo ai palazzi storici con gli ascensori in ferro, si insinuava l'odore acre del pesce fresco e dei suoi venditori ambulanti, le risate volgari delle "bagasce", echeggiavano da stradine illuminate malamente e sconnesse, e il sobbollire del brodo nelle tripperie, somigliava al chiacchiericcio degli abitanti del centro storico.In questo brodo amarcordiano, amavo mescolarmi, contaminarmi, sporcarmi persino.Girovagando senza meta tra questi effluvi, cercavo nei visi degli uomini, un lampo d'interesse o se non lo trovavo mi lasciavo condurre come una foglia sul pelo dell'acqua verso la Foce.Inutile dire che le raccomandazioni a non frequentare i "postacci" si sprecavano a casa mia, e sembravano rivolte solo a me, in quanto mio padre, comprava regolarmente il formaggio in via Prè( il sestriere di Prè, era il culmine oscuro dei caruggi genovesi).Quando marinavo la scuola, raggiungevo quei posti con la gioia di un cercatore per il suo aureo filone!La farinata, scottava ancora, e mi tornava su in continuazione, ma mi dava coraggio le prime volte. Vico della Croce Bianca, Santa Maria alle Vigne erano alcuni dei miei paradisi, ma questo prima dell'avvento dell'eroina. Le battone di quei vicoli erano ancora tutte italiane e spesso ben su d'età, eppure, non ricordo una volta in cui abbiano cercato di "indurmi al peccato", anzi, quando passavo davanti alle loro stanze su strada con la luce rossa, con la mia farinata in mano, mi salutavano col garbo di una madre e più volte se quel giorno si aspettavano dei casini, mi incoraggiavano a smammare perché non mi accadesse qualcosa di male! Un posto particolare lo occupava lei, la 24 orrizzontale così chiamata a causa della sua fascia oraria professionale, e della preferenza per la posizione classica. 75 anni circa e senza un dente mi sorrideva sempre chiamandomi "bel garsonin"!Essere a Genova era già una condizione difficile per me, ma essere gay a Genova, un vero dramma!Verso i 24 anni...cominciai a vivere la mia condizione di omosessuale genovese con maggiore consapevolezza, lavoravo già come parrucchiere e questo mi faceva sentire realizzato, e proprio un parrucchiere gay fu il mio primo"fidanzato".A dire il vero, allora non mi era molto chiara la differenza tra fare sesso orale in macchina ed essere fidanzato con un altro uomo! Diciamo che io e il suo "coso" eravamo molto intimi. inoltre la mia educazione mi imponeva di rispondere gentilmente, e a quel tempo se mi chiedevano educatamente di dargliela mi sembrava brutto dire no!Lui, aveva circa la mia età, viveva ancora con i genitori, (Io non potevo più permettermelo, fortunatamente) guadagnava molti soldi,(io invece, li perdevo) aveva altri amici gay( dove li avesse trovati mi pareva impossibile da capire, io avevo cercato anche sotto i sassi)probabilmente a causa della stessa agiatezza economica, ma soprattutto, indossava foulard di Hèrmes, e collezionava profumi mignon! Una volta andammo fino a Bolzano per scambiarne alcuni introvabili.Grazie a lui scoprii gli unici due locali gay genovesi, una discoteca in via Torino, di cui non ricordo il nome e un bar giù al Porto che si chiamava "La Cage". Non mi portava mai con i suoi amici, nonostante la mia insistenza, che vinceva facilmente tenendomi "occupato", quella mezz'ora in macchina, fino a quando capii che gli uomini non si prendono per la gola ma per le palle!Ah io avevo anche la macchina!!! Una Uno verde catarro, che di lì a poco mi venne pure rubata, diciamo da ignoti. La cena era per le sette perchè i genovesi mangiano presto già di suo, se poi se gay, quella mezz'ora per apparecchiare la tavola vien da sè! Ero emozionato e il nano voglioso, non la smetteva di raccomandarsi con me sul comportamento da tenersi a casa del tal cardiologo claudicante da cui saremo dovuti andare. "Non fissargli la gamba", " non ridere rumorosamente", non leccare il cucchiaio" - solo per dirne alcune!La zona di Sturla è una zona chic di Genova, ma a differenza della sfacciata Albaro, essa non mostra il meglio delle sue abitazioni sul lungomare, ma più all'interno. La scatola di dolciumi che il nano griffato teneva tra le mani, aveva un che di riciclato, come quella volta che due amiche di mia madre portarono per il pranzo di domenica una bottiglia di amaro aperta, facendo infuriare mio padre, ma questa è un altra storia.Il cardiologo non doveva essere molto bravo nel suo lavoro, pensai vedendo la casa, era tutta roba vecchia(probabilmente antica e di valore), e forse non aveva saputo curare la madre, morta anzitempo, lasciandolo erede di quel ciarpame, ma non dissi nulla, date le raccomandazioni.Mi sorrideva mellifluo, come una ghiottona saluterebbe una torta(non ero bello, ero "nuovo") "che il nano abbia cantato ...."pensai. Si sa anche gli uomini bassi sono uomini, e quindi si vantano delle proprie conquiste con gli sfigati, esattamente come quelli alti.Io, la gamba non gliela fissavo, ma cacchio il suo comò "chippendale", ce l'aveva più dritta!"Anch'io ho una gamba più corta!" dissi dopo un ora di silenzio, e la cena finì di lì a poco insieme alla mia storia col nano arrapato. Il viaggio di ritorno fu meno allegro di un corteo funebre....ma il piccolo maniaco nonostante il suo disprezzo per la mia uscita, mostrava segni di "incontenibile gioia"! Lì mi resi conto che la sua erezione non era affatto legata alla mia personale avvenenza(all'epoca avevo solo due denti guasti), ma all'idea di farlo sotto casa dei suoi, e gli negai soddisfazione suggerendogli di arrangiarsi col foulard!Per consolarmi del mio debutto fallimentare nell'alta società, mi recai alla Cage, dove.................(TO BE CONTINUED)"